Dalla camomilla al rosmarino, le piante naturali e aromatiche sono sempre più diffuse tra tisane, cosmetici e cucina. Ma un rapporto di Legambiente avverte: la raccolta eccessiva e la perdita di habitat mettono a rischio molte specie
L’arnica per alleviare il dolore degli ematomi, il tarassaco per una tisana depurativa, il rosmarino per insaporire le patate, la camomilla prima di andare a dormire. Le piante medicinali e aromatiche (in gergo MAPs) fanno parte della nostra vita quotidiana in tante vesti: come rimedi erboristici e fitoterapici, come ingredienti per i cosmetici, come spezie in cucina. A loro l’organizzazione ambientalista Legambiente dedica uno studio approfondito, perché l’Italia ne custodisce tante in qualità e in quantità, ma la crescente popolarità dei rimedi naturali rischia paradossalmente di metterle sotto pressione.

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Dalla medicina alla cucina, il valore delle piante
Le specie di piante naturali e aromatiche che vengono raccolte in tutto il mondo, in virtù delle loro proprietà curative, del loro significato culturale e del loro valore economico, sono tra le 50mila e le 70mila. Ne consegue che il mercato globale di settore abbia raggiunto un valore stimato di 410,3 miliardi di dollari nel 2024: secondo le proiezioni, potrebbe raggiungere gli 890,7 miliardi entro il 2031.
Parlando di rimedi fitoterapici, non bisogna cadere nell’equivoco di pensare che si contrappongano alla medicina propriamente detta. Nei Paesi in via di sviluppo, sulla medicina tradizionale si impernia l’assistenza primaria del 70-95% della popolazione. Ma anche il 25% dei farmaci prescritti nel mondo deriva direttamente da piante superiori, mentre un altro 25% include molecole modificate da composti naturali. I due mondi, quindi, sono profondamente interconnessi.
Questo patrimonio, però, non può essere dato per scontato. Di queste 50-70mila specie, infatti, circa 1.300 sono inserite nelle appendici della Convenzione Cites, il trattato internazionale che regola il commercio di specie selvatiche per evitare che lo sfruttamento commerciale ne metta a rischio la sopravvivenza.
Le piante medicinali e aromatiche in Italia
Anche l’Italia, forte di una straordinaria biodiversità, è ricca di piante medicinali e aromatiche. La raccolta spontanea si focalizza dove le condizioni climatiche sono favorevoli: la Sicilia con origano, rosmarino, timo, cappero e finocchietto selvatico, la Sardegna con mirto, elicriso e lentisco, le altre regioni del Meridione con la macchia mediterranea costiera. Ma anche l’Appennino centrale, che beneficia delle tante aree protette, e le Alpi con arnica e genziana.
Dall’altro lato, ci sono circa 430-450 produttori che ne coltivano circa 130 specie, per una superficie totale stimata in circa 9mila ettari. Tra le filiere più prospere si possono citare la lavanda tra Liguria, Piemonte e Toscana, il finocchio e le piante da tisana al Centro e Sud, il rosmarino e le aromatiche mediterranee al Sud e nelle Isole, la camomilla al Nord. Comprendendo anche le 22mila aziende ortofrutticole e il coriandolo da seme, si arriverebbe a un totale di 35mila ettari. Secondo le stime del 2023, il valore economico del mercato italiano delle piante officinali si aggira sul miliardo di euro, con importanti prospettive di espansione.

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Cosa minaccia le piante medicinali e aromatiche
La Lista rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), però, mette in guardia: tre le circa 60mila specie vegetali usate a scopo terapeutico, oltre il 20% risulta minacciato. Le stime Cites parlano di un numero compreso tra le 1.280 e le 9mila piante medicinali e aromatiche a rischio per raccolta eccessiva, deforestazione e cambiamenti climatici.
In Europa le specie in declino sono il 31% del totale: di questo gruppo fanno parte anche la genziana lutea, l’arnica montana e l’artemisia nana, raccolte in quantità eccessive anche nelle Alpi e negli Appennini.
Le pressioni sulle piante medicinali e aromatiche derivano soprattutto dal modo in cui vengono raccolte. Molte specie, infatti, non sono coltivate: quando si prelevano in natura radici, rizomi o l’intera pianta, proprio come nel caso di arnica e genziana, la popolazione locale può ridursi rapidamente e impiegare anni per rigenerarsi. A questo si aggiungono la perdita e la frammentazione degli habitat, dovute all’espansione urbana e agricola, e gli effetti dei cambiamenti climatici che stanno modificando la distribuzione di molte specie alpine e mediterranee. Il risultato è che anche piante comuni nella tradizione erboristica europea rischiano di diventare progressivamente più rare.
Le soluzioni proposte da Legambiente
Oltre a indicare i problemi, il rapporto di Legambiente propone anche alcune possibili soluzioni che passano innanzitutto per la tutela della flora selvatica. Ben venga la raccolta delle piante medicinali e aromatiche, dunque, purché si stabiliscano a monte le quantità massime e si adottino tecniche che permettono alle piante di rigenerarsi.
Oggi, inoltre, sono soprattutto normative regionali a stabilire quali piante si possono raccogliere, in quali stagioni e in quali aree: Legambiente invita a uniformarle e informare a dovere raccoglitori e cittadini. In parallelo, conclude l’organizzazione ambientalista, rafforzare la coltivazione di piante officinali potrebbe ridurre la pressione sulle specie selvatiche, rendendo la filiera più stabile e tracciabile.

