Un veleno per i nostri mari. Ecco cos’è e perché è importante fermare l’inquinamento petrolifero
Mar nero. No, non quello che si trova tra l’Europa sud orientale e l’Asia, ma qualsiasi bacino d’acqua interessato dal problema, sempre più crescente, dell’inquinamento petrolifero.
Oro nero che diventa veleno quando si tratta di venire a contatto con le nostre acque. Riduce l’ossigeno disponibile nell’acqua, interferisce con la fotosintesi degli organismi vegetali. E gli effetti non si limitano certo al mare in sé: le coste, i fondali, e persino le persone che dipendono dal mare per il proprio sostentamento ne subiscono le conseguenze. E se è vero che le biotecnologie ci libereranno dal petrolio, è anche vero che quel momento non è ancora arrivato. Ogni giorno l’inquinamento di petrolio in mare avviene sotto i nostri occhi, spesso in silenzio, con i suoi devastanti effetti cumulativi. Anche piccole perdite di carburante, scarichi industriali o fuoriuscite da navi possono riuscire a contaminare vaste aree marine, alterando inesorabilmente l’equilibrio degli ecosistemi.
Capiamo in questo articolo come fa a finire il petrolio in mare e perché questi incidenti -se così si possono sempre definire-sono così pericolosi per il nostro intero mondo.

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Inquinamento petrolifero: dati, normative e regolamento
Dispersione di idrocarburi derivati dal petrolio nell’ambiente, soprattutto in mare ma anche su suolo e acque interne. È questo ciò a cui ci riferiamo quando parliamo di inquinamento petrolifero, un problema enorme che può derivare da incidenti o da azioni volontarie. Parliamo di dati, però, perché ciò che ci dicono i numeri dovrebbe davvero allarmarci.
Secondo l’European Maritime Safety Agency (EMSA), in Europa la frequenza degli sversamenti è in calo costante dagli anni 2000, per via di regolamenti più severi e del miglioramento tecnologico delle navi cisterna (doppio scafo, sistemi di contenimento, monitoraggio satellitare CleanSeaNet). In ogni caso, in calo non significa zero, anzi: secondo l’ITOPF 2025, si stimano almeno tre eventi all’anno di sversamenti di petrolio nel mondo della portata uguale o superiore alle 7 tonnellate. In media, ogni anno sono almeno 5 le tonnellate che finiscono in acqua, e il 90-95% del totale della quota di inquinamento deriva da attività terrestri. È meno del 10% il petrolio che raggiunge il mare per via di incidenti navali, secondo l’IMO (International Maritime Organization). Le principali aree a rischio? Perlopiù il Golfo del Messico, il Mare del Nord e il nostro Mediterraneo.
Come dicevamo, però, le normative a riguardo oggi sono sempre più stringenti. A regolare la gestione del petrolio in mare, innanzitutto la Convenzione MARPOL 73/78 (IMO), il cui l’Allegato I parla di prevenzione dell’inquinamento da idrocarburi e la regola 37 stabilisce l’obbligo di piano di emergenza e limiti per lo scarico di residui oleosi. La Convenzione OPRC del 1990 prevede anch’essa piani di emergenza nazionali e cooperazione internazionale contro gli sversamenti. Andando a ritroso nel passato, poi, troviamo anche la Convenzione UNCLOS del 1982 e la Convenzione di Londra, risalente al 1972.
A livello europeo, possiamo fare riferimento alla più recente Direttiva 2005/35/CE, come modificata da 2009/123/CE, che stabilisce sanzioni penali per gli scarichi illegali di sostanze inquinanti da navi e introduce la responsabilità diretta del comandante e dell’armatore. Un incentivo in più a prestare attenzione. In più, dal 2007 c’è anche CleanSeaNet, un sistema satellitare europeo posto a rilevare eventuali sversamenti e monitorare navi sospette.
Anche il nostro Paese ha stabilito delle normative. In primo luogo è il D.Lgs 152/2006, Testo Unico Ambientale a fare luce sulla questione: nelle parti III e V si fa riferimento alla tutela delle acque e alla gestione delle emergenze ambientali, e si pone l’obbligo di comunicazione e intervento immediato in caso di sversamenti. La legge 979/1982, invece, prevede la Guardia Costiera come autorità competente per le emergenze marine. Con l’introduzione del piano nazionale di pronto intervento contro gli inquinamenti marini da idrocarburi, da parte del Ministero Ambiente nel 2018, sono stati anche definiti ruoli, mezzi e protocolli di intervento in caso di incidente.

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Gli impatti ambientali del petrolio sull’ecosistema marino
Parliamo ora dei reali impatti ambientali del petrolio sull’ecosistema marino: cosa succede quando si disperdono idrocarburi in mare? Una volta rilasciato, questo veleno nero galleggia, si diffonde e provoca effetti a dir poco devastanti sull’ambiente che invade con la sua macchia.
Precisamente, appena sversato, il petrolio subisce diversi processi naturali: in primo luogo evaporazione. Le componenti più leggere passano nell’atmosfera, rilasciando sostanze tossiche: gli idrocarburi aromatici volatili. Dopodiché avviene la dispersione: il moto ondoso rompe la macchia in minuscole goccioline che si mescolano all’acqua.
Tutto questo chiaramente impatta l’intero ecosistema marino, a partire dalla fauna. Pesci e invertebrati vanno incontro a soffocamento delle branchie, alterazioni metaboliche e riduzione della fertilità, mentre i mammiferi marini -come delfini e foche-, a seguito dell’ingestione o dell’inalazione dei vapori tossici, rischiano lesioni epatiche e problemi respiratori. Anche per gli uccelli marini ci sono ripercussioni: il petrolio ne ricopre le piume, distruggendo l’impermeabilità. Vale a dire: perdita di galleggiamento, ipotermia e, spesso, morte. Uno dei problemi più gravi, però, è l’impatto sul plancton: colpita la base della catena alimentare, si verifica un inevitabile impatto a cascata su tutto l’ecosistema.
La flora marina non è esente da ripercussioni, anzi. Fitoplancton e alghe riscontrano riduzione della fotosintesi a causa della diminuzione di luce sotto la pellicola oleosa, mentre le praterie di Posidonia oceanica -fondamentali nel Mediterraneo- finiscono soffocate dal film di idrocarburi, con perdita di ossigeno e habitat per moltissime specie.
Gli idrocarburi si accumulano anche nei sedimenti costieri, persistendo per decenni. Qui, mangrovie e paludi salmastre sono particolarmente vulnerabili: le radici restano soffocate, causando erosione costiera e perdita di biodiversità.
Come si traduce tutto questo a lungo termine? Bioaccumulo, biomagnificazione -con concentrazioni sempre più ingenti lungo la catena alimentare-, e uno spaventoso impatto genetico e riproduttivo: mutazioni, deformità. Riduzione della popolazione.
Chiaramente, non mancano i danni economici e sociali, secondari ma comunque importanti per il pianeta. La diminuzione delle risorse ittiche si traduce in una perdita di reddito per le comunità costiere, e in costi di bonifica elevatissimi. Si parla di centinaia di milioni di euro per grandi disastri.

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Cause principali dello sversamento di petrolio in mare
Detti anche oil spills, verrebbe automatico associare gli sversamenti di petrolio ad eventi accidentali durante il trasporto marittimo. In effetti gli incidenti petroliferi sono la causa più nota, anche se oggi la meno frequente grazie alle navi a doppio scafo e ai controlli IMO. In ogni caso, sono collisioni e guasti le cause più comuni in questo caso.
Un buon 5-10% del totale è invece dovuto alle attività di estrazione e produzione offshore. Le piattaforme petrolifere marine possono causare sversamenti per blowout del pozzo o altri guasti, malfunzionamento di valvole oppure errori di gestione dei fanghi di perforazione. Deepwater Horizon, nel Golfo del Messico nel 2010, è un esempio: in quell’occasione furono sversati 780.000 m³ di petrolio in mare, con 180.000 km² di oceano contaminati. Quasi un quarto degli sversamenti è dovuto alle operazioni portuali e agli scarichi illegali dalle navi. Soprattutto navi mercantili, che scaricano in mare acque di sentina per evitare i costi di smaltimento, violando il regolamento MARPOL.
Secondo UNEP, l’80% del petrolio in mare è causato da inquinamento da fonti terrestri: scarichi urbani, perdite da raffinerie o oleodotti costieri, dilavamento urbano. A tutto ciò si sommano anche rotture meccaniche, terremoti sottomarini e altri incidenti difficili da rilevare, che causano sversamenti duraturi nel tempo. Infine, fanno il loro anche conflitti, sabotaggi e disastri naturali. Un insieme di concause devastante per i nostri mari, che si fanno sempre più neri e insalubri per fauna e flora che li popolano.

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I principali disastri causati dal petrolio in mare
Negli anni, i disastri ambientali causati dal petrolio non si sono fatti attendere, anzi. La storia ci ha “regalato” incidenti di enorme portata, eventi che ci hanno fatto ben presto rendere conto dell’impatto dell’inquinamento da petrolio, ma che hanno anche condotto alle normative sempre più stringenti su cui possiamo contare oggi.
Uno dei peggiori sversamenti di sempre risale al 1979, nel Golfo del Messico, per via dell’esplosione del pozzo chiamato Ixtoc I. Si riversarono in mare 480.000 tonnellate di petrolio, con la contaminazione di 1.600 chilometri di costa e danni gravissimi a coralli e fauna marina. In Alaska, con circa un tredicesimo della quantità, nel 1989 si arrivò alla morte di oltre 250.000 uccelli marini, 2.800 foche ed effetti tossici durati decenni, a causa della collisione con le scogliere.
Il più grande disastro petrolifero volontario, invece, si verificò nel 1991 durante la Guerra del Golfo Persico in Kuwait. 800.000 tonnellate di petrolio riversate intenzionalmente in acqua, distruggendo 1.000 chilometri di coste e habitat marini. E nello stesso anno, a Genova esplose la petroliera MT Haven, dando inizio al più grave disastro petrolifero del Mediterraneo.
Sempre in Europa, nel 2002 il cedimento strutturale di una nave provocò grave danno alla pesca e all’economia locale in Galizia, mentre nel 2010 nel Golfo del Messico l’esplosione della piattaforma BP diede vita al più grave disastro offshore della storia: 11 morti, contaminazione su 180.000 chilometri quadrati di oceano per non contare i danni ambientali e sociali.
Andando a ritroso nel tempo possiamo trovare altri disastri simili, alcuni causati da incagli delle petroliere, come nel Canale della Manica sia nel 1978 (Amoco Cadiz – Bretagna), sia a nel 1967 (Torrey Canyon – Cornovaglia), altri per via di collisioni, come nel Golfo Persico nel 1983 e nel Mar dei Caraibi nel 1979. Quest’ultimo, uno dei più grandi incidenti di sempre tra due petroliere.
Le conseguenze? Dove più, dove meno, ma sempre devastanti. In primis, la distruzione immediata di habitat marini: barriere coralline, praterie di Posidonia, intere zone costiere. Moria di fauna, contaminazione a lungo termine, danni economici e sociali: un disastro su tutti i fronti. Ma anche, il rafforzamento delle normative esistenti e l’aggiunta di nuovi regolamenti e controlli. Anche il monitoraggio satellitare fu integrato dopo eventi simili, con l’obiettivo di evitare che si potessero verificare di nuovo.

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Casi studio di bonifica e recupero ambientale
Studiare quanto è successo è fondamentale per capire come si possa ridurre l’impatto del petrolio sull’ecosistema marino, e quali tecniche di risanamento diano i migliori risultati.
Il caso del 1989 “Exxon Valdez” in Alaska è uno dei più studiati. Siamo a Prince William Sound, negli USA, dove sono state riversate in mare 37.000 tonnellate di greggio. Le tecniche di bonifica messe in atto: rimozione meccanica con skimmer e barriere galleggianti, pulizia delle coste per mano di 10.000 operatori, lavaggio a caldo ad alta pressione (poi limitato per i danni ecologici) e bioremediation, ovvero applicazione di fertilizzanti (azoto e fosforo) per stimolare batteri degradatori di idrocarburi. Quest’ultima si rivelò la tecnica più efficace e sostenibile, tanto che da quel momento fu adottata in tutto il mondo. In ogni caso, la fauna marina impiegò oltre 20 anni per recuperare; questo disastro portò poi alla legge Oil Pollution Act, nel 1990.
Il caso “Prestige” in Galizia è un altro dei più importanti: in 5 anni, si è riusciti a recuperare oltre il 90% del petrolio visibile. Come? Con operazioni di contenimento (coordinate da EMSA), raccolta manuale del catrame solido e aspirazione subacquea del greggio rimasto nei serbatoi della nave. In ultimo, analizziamo anche il caso che più ci tocca da vicino: Haven, quello che si verificò nel Mar Ligure, a Genova, nel 1991. In quell’occasione si riversarono in mare 144.000 tonnellate di petrolio, trasformando l’evento nel più grande disastro petrolifero del Mediterraneo.
Alcuni residui oleosi sono ancora presenti oggi nei fondali, a distanza di oltre trent’anni, anche se l’area è in recupero ecologico. Grazie alla raccolta del petrolio galleggiante con navi specializzate e barriere, al recupero subacqueo del greggio residuo nei serbatoi e alla pulizia delle coste liguri (con mezzi meccanici e volontari), oggi la situazione è considerata sicura. I sedimenti e la fauna bentonica sono ancora sotto monitoraggio e, a seguito di questo disastro, è stato creato il Piano Nazionale Italiano Antinquinamento Marino. In più, sono diversi i progetti che si occupano di monitorare la salute del Mar Mediterraneo, uno dei più importanti ecosistemi al mondo, di cui il Mar Ligure fa parte.

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Come prevenire inquinamento marino del petrolio
Lecito chiedersi se si può fare di più, per evitare che eventi del genere possano ricapitare. La prevenzione dell’inquinamento marino da petrolio è possibile, ma richiede un approccio integrato di norme, tecnologie e gestione.
A livello giuridico gli strumenti ci sono, e stabiliscono limiti, obblighi e piani di intervento in caso di incidenti. Sul piano tecnologico, l’adozione di navi a doppio scafo, sistemi automatici di chiusura per oleodotti e piattaforme, sensori per il monitoraggio delle perdite e sorveglianza satellitare permettono di ridurre in modo drastico il rischio di sversamenti accidentali. Mentre la gestione operativa efficace passa per la formazione del personale, le manutenzioni preventive, le procedure standardizzate per gli scarichi e audit periodici. La riduzione dell’inquinamento da fonti terrestri è forse il punto più importante, considerando che la maggior parte del petrolio in mare viene da qui, e si ottiene tramite trattamento delle acque reflue, gestione sicura dei serbatoi e corretto smaltimento di oli esausti.
C’è poi da proteggere gli ecosistemi costieri, creando zone marine protette e, in ultimo, cooperare a livello internazionale: mantenere i mari puliti dovrebbe essere interesse comune, che non conosce confini politici né interessi economici.

