Wise Society : Permafrost: cos’è e perché dobbiamo preoccuparci del suo riscaldamento
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Permafrost: cos’è e perché dobbiamo preoccuparci del suo riscaldamento

Si trova in varie parti del mondo e occupa circa un quarto della superficie terrestre. Ma ora rischia di degradarsi a causa del riscaldamento globale

Michele Novaga
25 maggio 2020

Non solo ghiacciai. Il riscaldamento globale oltre a far diminuire drasticamente la superficie dei ghiacciai alpini che fondono e che si ritirano, sta intaccando anche il permafrost, cioè quello che in geomorfologia viene definito lo strato perennemente gelato costituito oltre che da ghiaccio, da suolo e detriti.

Una tendenza che porta alla riduzione di volume del permafrost e al suo spostamento e che è direttamente influenzato dalle alte temperature che si sono registrate negli ultimi decenni.

Cos’è il permafrost e dove si trova

Il termine permafrost (che in italiano può essere tradotto come permagelo) fu introdotto per la prima volta dallo statunitense S. W. Muller e indica lo strato di terreno permanentemente gelato che si trova nel sottosuolo di varie zone del mondo. Copre una superficie di circa 22,8 milioni di chilometri quadrati nell’emisfero settentrionale della Terra (Groenlandia, Russia, Cina, Europa Orientale quasi un quarto delle superfici ma si trova anche sulle Alpi, sull’Himalaya, in Patagonia e perfino sulle vette della Nuova Zelanda) e il suo spessore può variare da 1 a oltre 1.000 metri. Ma il permafrost è presente anche sotto il fondo dell’Oceano in aree dove la temperatura rimane costantemente sotto lo zero.

La superficie del permafrost in Groenlandia

Foto: Florence D./Pixabay

Perché il permafrost “si scioglie”?

Come detto al permafrost, a differenza del ghiaccio che fonde (cioè si scioglie), non tocca la stessa sorte e al massimo si riscalda o, come nel caso dei ghiacciai rocciosi alpini, si sposta. «Il permafrost- come racconta a Wise Society il geomorfologo svizzero Cristian Scapozza esperto di permafrost a livello internazionale – non si scioglie. O meglio, non fonde, poiché sarebbe questo il termine corretto per indicare il passaggio di fase dell’acqua da solida a liquida come fa il ghiaccio. La definizione di permafrost è esclusivamente termica e non contempla la presenza di ghiaccio.

Si dice quindi che il permafrost si riscalda o si degrada quando aumenta la sua temperatura, mentre è solo il ghiaccio del permafrost quello che fonde».

Permafrost, metano e carbone: qual è il pericolo?

Secondo una ricerca condotta da alcuni studiosi canadesi dell’University of Guelph e pubblicata sulla rivista Nature, la degradazione del permafrost costituirebbe un pericolo in più per l’ambiente per il fatto che nell’atmosfera potrebbero essere rilasciati gas a effetto serra come metano e CO2. «Il problema è però marginale nelle zone alpine– aggiunge Scapozza-. Infatti, il permafrost degradandosi, può rilasciare la materia organica che è stata intrappolata al momento della sua formazione. Questo vale soprattutto per il permafrost artico che, viste le numerose zone palustri ricche di materia organica che sono state congelate al momento della sua formazione, possono rilasciare grandi quantità di metano al momento della sua degradazione».

Nel permafrost di tutto il mondo ci sarebbero 1400 gigatonnellate di carbone. Una quantità enorme considerando che sarebbe quattro volte superiore alla quantità prodotta nel mondo dalla Rivoluzione industriale in poi e due volte la quantità attualmente presente nell’atmosfera.

Facile immaginarne le conseguenze se le temperature del Pianeta continuassero ad alzarsi di 2 gradi: entro il 2100 il 40% del permafrost potrebbe essere perduto.

Permafrost, virus sconosciuti e antrace

Non solo carbone o metano. Secondo alcuni studiosi russi la riduzione del permafrost porterebbe altre conseguenze altrettanto o forse ancora più gravi sotto forma di epidemie o peggio pandemie.

In base agli studi condotti a Yakuzia in Siberia è stato scoperto che, con l’aumento delle temperature e la riduzione del permafrost, dalle carcasse animali del sottosuolo affioravano virus antichi anche di 2500 anni prima. Batteri che riportati a una temperatura più alta rivivrebbero. Era stato così nel 2016 quando nella cittadina siberiana dove d’inverno le temperature toccano anche i -60, erano riemersero tracce di antrace frutto di esperimenti condotti decenni prima ai tempi dell’Unione Sovietica.

Permafrost

Foto: Vitaly Iskakov ©123RF.com

Permafrost e riscaldamento globale: un fenomeno da tenere monitorato

Non si può ancora affermare che la prossima pandemia possa avere origine dal permafrost ma, sicuramente, sarà importante tenerlo d’occhio e studiarne le evoluzioni. Come sta facendo un team svizzero del WSL, l’Istituo federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio che si è posto l’obiettivo di studiare le forme di vita microscopiche presenti nel permafrost delle Alpi ma anche di Artide e Antartide. “Abbiamo notato – ha commentato all’agenzia svizzera Swissinfo Beat Frey a capo del progetto – che questi organismi possiedono un metabolismo e strutture cellulari particolari, che possono essere molto attivi a basse temperature. La maggior parte di essi è tuttavia dormiente. Il grande interrogativo è di sapere cosa succede quando si sveglieranno, ad esempio a causa del riscaldamento globale“.

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