È il parco nazionale più antico d’Italia, fra Valle D'Aosta e Piemonte, e sta mettendo in campo una serie di iniziative per combattere il sovraffollamento turistico e preservare la fauna e la sua ricchissima biodiversità, sempre più a rischio. Abbiamo parlato col direttore Bruno Bassano
Istituito nel 1922, il Parco Nazionale del Gran Paradiso (PNGP) è l’area protetta più antica d’Italia. Che ospita un patrimonio prezioso di paesaggi alpini e biodiversità. L’Ente Parco mette costantemente a disposizione le sue conoscenze e ricerche, frutto di un ampio e continuo lavoro sul campo, per cercare di mantenere intatto e fruibile un ambiente di grande valore naturalistico. E ai compiti di gestione e tutela affianca tante iniziative rivolte al pubblico, che stimolano a conoscere, vivere, amare, rispettare le meraviglie del suo territorio. Una missione impegnativa, oggi ancora di più.
Partiamo dalle buone notizie. Tra il 2024 e il 2025 anche sul versante piemontese del Parco Nazionale del Gran Paradiso hanno nidificato due coppie di gipeti e hanno portato a termine con successo la cova. Se tutto andrà bene quest’estate cinque piccoli del maestoso rapace spiccheranno il volo, così insieme ai loro “dirimpettai” in territorio valdostano, saranno ben 34 i giovani di gipeto cui il Parco ha dato i natali. Un grande successo, considerando le delicate condizioni che consentono al gigante delle vette (fino a 3 metri di apertura alare) a rischio di estinzione, di costruire un nido e crescere i piccoli fino alla loro autonomia.

Parco nazionale del Gran Paradiso: combattimento fra maschi di stambecco nella stagione degli amori (foto Dario De Siena)
Parco del Gran Paradiso: tanti soggetti, tanti interessi, un unico territorio da preservare
Plaudiamo a questi risultati, in buona parte frutto dell’impegno del personale del PNGP, ma andiamo alle note dolenti e vediamo quali sono i problemi e quali le difficoltà di un’area protetta così importante. Intanto va ricordato che i soggetti istituzionali coinvolti, a parte i ministeri competenti, sono diversi: due Regioni, Piemonte e Valle D’Aosta, e 13 comuni (6 piemontesi, e 7 valdostani).
Ci sono poi la Città Metropolitana di Torino, l’Unité des communes valdôtaines Grand-Paradis, le Unioni montane Valli Orco e Soana e Gran Paradiso. I sindaci e i presidenti di tali enti compongono la Comunità del Parco, organo consultivo con svariati compiti. Aggiungiamo le associazioni ambientaliste, sempre molto attive. Senza entrare nel dettaglio degli ulteriori organi istituzionali competenti, già così si intuisce la quantità e la varietà di interessi in gioco nelle politiche di gestione del parco.
Dunque, si potrebbe dire, il problema di una grande area protetta è conciliare le diverse istanze senza perdere l’anima e portare avanti i molti compiti che le sono affidati. Se poi, oltre all’uomo, di mezzo ci si mette la natura, le cose si complicano ulteriormente. Ne parliamo con Bruno Bassano, il direttore del PNGP, e il primo argomento sono proprio i cambiamenti climatici, guardando agli effetti osservati negli ultimi anni tramite studi, monitoraggi, rilevamenti.

Il grande gipeto nidifica ormai stabilmente nel Parco del Gran Paradiso (foto: Alberto Olivero)
Dai ghiacciai alle farfalle il clima cambia e la natura ne risente
“Uno degli effetti più importanti e incontestabili è il ritiro dei ghiacciai (sono in tutto 54 nel territorio), specialmente nella zona Sud del Parco. Alcuni, se la situazione non cambia, sono destinati a sparire entro il 2030. Le precipitazioni nevose, anche quando sono abbondanti, come quest’anno, a causa delle temperature elevate non riescono a consolidare lo strato di ghiaccio. Tuttavia pure l’acqua di scioglimento e le risorse idriche in generale sono sempre meno disponibili anche a causa dei prelievi per la produzione di energia. E non si tratta solo di una notevole diminuzione quantitativa. Pure la biodiversità delle acque superficiali sembra destinata a cambiare. Dei segnali già si colgono”, spiega il direttore del Parco Bruno Bassano.

Bruno Bassano, direttore del Parco Nazionale del Gran Paradiso (foto: Andrea Carta)
Se poi guardiamo agli animali superiori rileviamo effetti ben visibili su alcune specie. “La scarsità di ghiaccio e neve nei mesi estivi spinge ad esempio gli stambecchi sempre più in alto, oppure, soprattutto le femmine, a spostarsi in ripide gole dove c’è poca insolazione e le temperature sono più basse. Questo comporta verosimilmente dei cambiamenti nelle abitudini riproduttive”, spiega ancora il direttore. Ma ci sono fenomeni di portata più ampia, magari meno rilevabili per chi non conoscere gli ambienti del Parco, piuttosto preoccupanti.

I ghiacciai del Parco tendono a ritirarsi a causa dei cambiamenti climatici. Il panorama di fronte al casotto del Bastalon, in Valle Orco (foto: Raffaella Miravalle)
“Ancora più evidente, a causa della diminuzione progressiva delle praterie per elevate temperature, è la migrazione degli invertebrati (ad esempio, farfalle, coleotteri, eccetera) in zone intermedie o alte, con un trend che ne prefigura l’estinzione di massa con la definitiva scomparsa dell’habitat. Dieci anni di monitoraggi ci hanno dato queste indicazioni”. Fortunatamente, a parte questi segnali, come ci spiega Bassano, nel complesso solo pochissime specie risultano al momento scomparse. Semmai sono le tendenze da tenere in seria considerazione.

La pernice bianca è a rischio di estinzione nel Parco (foto: Stefano Andretta)
Nuovi equilibri tra vecchie e nuove specie. E i vincoli dell’attività umana
“Per quanto riguarda l’avifauna abbiamo rilevato una tendenza alla diminuzione di individui delle specie che abitano le praterie (ad esempio, le allodole), proprio perché queste aree tendono a ridursi con le alte temperatura e a essere colonizzate dagli arbusti. Fra le specie più delicate e a rischio, la pernice bianca è in sofferenza per il ritiro dei ghiacci e la scarsità della neve, anche per una questione di mimetismo. Tuttavia in altri casi abbiamo un aumento degli individui, come per le aquile, o addirittura nuove presenze, come il gipeto ormai stabile e nidificante per un totale di 5 coppie”.
E, dunque, come sta il parco nazionale più antico e fra i più famosi d’Italia?. “In generale si può affermare che per ora il patrimonio faunistico è ancora ricco, nonostante i segnali preoccupanti citati, e anzi alcune specie sono comparse proprio in anni recenti, come i cervi, i cinghiali, i caprioli, e il loro predatore, il lupo”.
Quando però entra in gioco l’uomo, come detto, tutto si complica e trovare compromessi è tutt’altro che semplice. “Parlando invece di impatti generati dalle attività umane, c’è la questione del disturbo prodotto dai sorvoli degli elicotteri sul territorio del Parco, sempre molto frequenti, causa di stress per molti animali selvatici. Sorvoli spesso legati alle attività industriali di produzione di energia presenti storicamente nel Parco. Ad esempio, i sorveglianti dei bacini idroelettrici in alta quota, che prima facevano turni di una settimana, ora si danno il cambio ogni due giorni, spostandosi, spesso, con l’elicottero”.

Alcune zone del Parco sono prese d’assalto nei mesi estivi, altre molto meno. Boschi e cime sopra Gimillan, versante valdostano (foto: Enzo Massa)
Overtourism vs. fruizione sostenibile, che fare?
E fin qui si è parlato di necessità difficilmente aggirabili. Ma sappiamo quanto possa incidere negativamente l’overtourism il pur comprensibile desiderio di tante persone di accedere al Parco e alle sue bellezze. “La questione dei flussi turistici è complessa. Ci sono zone del Parco molto poco frequentate semplicemente perché non accessibili direttamente in auto. Quelle con presenza di strade transitabili sono invece sottoposte in alcuni casi a forte pressione. Del resto è comprensibile che tanti vogliano raggiungere il territorio protetto in autonomia. In alcuni casi, pensiamo agli anziani, ai disabili, o a soggetti con mobilità ridotta, i veicoli a motore sono l’unico mezzo per arrivare, e non possiamo privarli di questo diritto”.
Una delle situazioni più critiche riguarda la strada del Col del Nivolet, aperta nei mesi estivi. “È così, e non da oggi. Ultimamente l’abbiamo sottoposta anche a monitoraggio dimostrando l’impatto considerevole del traffico veicolare. In merito a questa carrozzabile ci sono ovviamente visioni diverse. La Città metropolitana di Torino, che ne è proprietaria, tende a valorizzarla, anche per favorire l’indotto (importante) per le località della zona bassa del Parco attraversate, meno attrattive dal punto di vista naturalistico, che se ne giovano”.
Si cercano soluzioni che riescano a conciliare esigenze diverse. “In accordo con gli altri soggetti istituzionali coinvolti, l’Ente Parco già da tempo ha messo in atto alcune iniziative nei periodi più critici. Dal 2003 al 2023 è stato attuato il progetto “A piedi tra le nuvole”, con la chiusura al traffico veicolare in quota nelle domeniche di luglio e agosto, mettendo a disposizione navette e favorendo la mobilità a piedi e in bici. Va però sottolineato che il personale del Parco non ha competenze in materia di gestione e controllo della viabilità e del traffico, come richiede il codice della strada. Ciononostante si è assunto l’onere gravoso di sorvegliare afflussi anche molto consistenti. In più questa soluzione, pur avendo avuto ricadute positive, ha mostrato effetti modesti in termini di riduzione dei flussi e degli impatti sull’ambiente naturale“.

La strada del Col del Nivolet unisce Ceresole Reale in Piemonte e Valsavarenshe in Valle d’Aosta, nel territorio del Parco (foto: Gianfranco Podestà)
Una nuova proposta: la card dei servizi, una sbarra, il numero chiuso
“Per questo ora abbiamo avanzato una nuova proposta, che è stata accolta con favore dalle istituzioni, in modo che l’accesso al Colle sia vincolato e contingentato con la chiusura della strada a partire dalla località del Serrù al Nivolet. È prevista la presenza di una sbarra automatica d’ingresso e uscita che consente un numero massimo di accessi e si attiva con una Carta dei Servizi del Parco, acquistabile anche on-line, e vengono attivati servizi navetta per chi dovrà lasciare l’auto più a valle”.
Ed effettivamente il magnifico pianoro del Nivolet a 2600 metri di quota che segna il confine tra Piemonte e Valle d’Aosta ha ora avviato la sperimentazione della nuova modalità pensata per tutelare il delicato equilibrio ambientale dell’area dalla fine di luglio e per tutto agosto.
Restrizioni ma anche tante idee per vivere e conoscere davvero il Parco
Così anche una delle zone più ambite e battute del Parco Nazionale del Gran Paradiso entrerà probabilmente nel numero sempre più ampio di località montane ad accesso contingentato. Sono provvedimenti drastici, con risvolti socioeconomici a volte rilevanti. Ma qui si tratta di un ambiente particolarmente prezioso e fragile. E vale la pena di viverlo in serenità, con i tempi giusti, seguendo le corrette norme di comportamento. Con il privilegio di vedere animali selvatici, come stambecchi e marmotte, a volte da molto vicino.
In più, ci sono tante iniziative promosse o organizzate dall’Ente Parco per far scoprire i tesori dell’area in ogni stagione dell’anno. Per l’estate ha riaperto il Giardino Botanico Alpino Paradisia di Valnontey (Cogne), attivo da 70 anni e oggi ornato da più di 1.000 specie di piante montane e alpine. Fino a settembre si svolgerà la prima edizione della rassegna “Musica nel Gran Paradiso: Radici e Risonanze”: 16 concerti, di cui 14 nel territorio dell’area protetta, fra mirabili scenari naturali. Poi escursioni con le guide del parco (ci sono 500 Km di sentieri), incontri scientifici divulgativi sull’ambiente montano (natura in evoluzione), passeggiate sonore, e molto altro.

Le fioriture di piante alpine e montane nel Giardino Botanico Paradisia a Valnontey, all’interno del Parco nazionale del Gran Paradiso (foto: Andrea Mainett)
Il Parco Nazionale del Gran Paradiso grazie ad un eccezionale patrimonio naturale, al buono stato di conservazione degli ecosistemi, all’integrazione delle attività turistiche ed agricole ed al suo ruolo di area protetta alpina transfrontaliera, insieme al Parc National de la Vanoise e al parco naturale del Mont Avic, ha ottenuto nel 2007 il Diploma Europeo delle Aree Protette, prestigioso riconoscimento del Consiglio d’Europa. Nel 2014 è stato inoltre inserito, unico parco italiano, nella Green List IUCN, la lista verde di 23 parchi in tutto il mondo, scelti dall’Unione Mondiale per la conservazione della Natura, per il loro ruolo di conservazione e gestione di aree protette.
Gianfranco Podestà

