Quando la pesca si fa eccessiva e indiscriminata: l’impatto ambientale dell’overfishing
Più di un terzo degli stock ittici mondiali è pescato a livelli insostenibili. È un dato allarmante, che non dà il tempo alle popolazioni di molte specie di ripopolarsi prima di essere catturate di nuovo. Una tendenza che non si limita ad essere un dato statistico, ma che si pone come cartello rosso davanti a un oceano, destinato a impoverirsi molto più velocemente di quanto ci rendiamo conto. È il problema dell’overfishing, quella smania di pescare più di quello che serve. Ma soprattutto, più dei limiti che la tutela ambientale dovrebbe imporci per buonsenso. Non diamo il tempo alla natura di fare il suo corso, letteralmente. E se già l’impatto ambientale della pesca si fa notare di per sé, a questi livelli è deleteria per l’ecosistema marino. E per il pianeta di conseguenza. Quello della sovrapesca è un fenomeno che supera di gran lunga l’immagine romantica del pescatore al largo, e del piatto di pesce fresco sulla tavola. Stiamo parlando di pesca indiscriminata e non regolata, un vero disastro per la biodiversità marina che si riduce drasticamente sotto i nostri occhi. Se continuiamo così, non siamo lontani dal collasso di intere aree ittiche, con effetti a cascata su tutto l’ambiente marino e anche sulle comunità umane che dipendono da esso. Vediamo cosa si può fare per evitare di andare in quella direzione.

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Cos’è l’overfishing: significato e traduzione
Problema internazionale, termine internazionale: con la parola inglese “overfishing” si fa riferimento al problema della sovrapesca, quella situazione in cui la quantità di pesce che si cattura supera la capacità naturale delle popolazioni marine di rigenerarsi. In altre parole. Si pesca più velocemente di quanto il mare riesca a riprodurre. Negli ultimi rapporti mondiali, si stima che oltre il 35% degli stock ittici nel mondo sia sfruttato oltre i limiti sostenibili biologicamente: un problema di tutti, nessuno escluso.
Anche se il termine può indurci a primo ascolto di riferirsi a un semplice “pescare tanto”, quindi, in realtà il problema va oltre. Si tratta di superare una soglia critica: ogni specie ha un proprio ritmo di crescita, riproduzione e rinnovamento. Quando la pressione della pesca industriale, tecnologicamente avanzata e spesso globale, eccede questi ritmi, gli stock ittici si riducono in modo progressivo fino a diventare vulnerabili o, nei casi più gravi, a collassare.
Impossibile, dunque,parlare di overfishing senza tirare in ballo la questione della sostenibilità. Non si tratta solo della quantità di pesce presente in mare, ma dell’equilibrio complessivo degli ecosistemi marini, della biodiversità, della sicurezza alimentare delle comunità che dipendono dalle risorse ittiche. È una dinamica economica e ambientale al tempo stesso: nel momento in cui la pesca diventa eccessiva e indiscriminata, il danno è sia ecologico che sociale. Un problema, dunque, più grosso di quanto non possa sembrare.

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Le cause della sovrapesca
Da sempre l’uomo si rivela avido: più può prendere, più prendere. Il problema della sovrapesca non è però dovuto solo a questa tendenza umana, ma è piuttosto l’esito infausto di dinamiche economiche, tecnologiche e politiche che si sono andate intensificando negli ultimi decenni.
Tra le cause principali c’è la crescente domanda globale di pesce. Con l’aumento della popolazione mondiale e dei consumi pro capite, il pesce è diventato una fonte proteica centrale per milioni di persone. A questa pressione alimentare si aggiunge quella dell’industria della trasformazione e dell’acquacoltura, che utilizza grandi quantità di pesce selvatico per produrre farine e mangimi.
Lo sviluppo tecnologico della pesca industriale ci ha messo il suo. Navi sempre più grandi, sistemi di localizzazione satellitare, sonar avanzati e reti a strascico di vaste dimensioni consentono di individuare e catturare interi banchi in tempi rapidissimi. La capacità di prelievo è cresciuta molto più velocemente della capacità degli ecosistemi marini di rigenerarsi, e questo di certo ha giovato solo a noi.
Incidono anche le politiche di gestione, insufficienti o molto spesso addirittura inefficaci. Sono molte le aree del mondo in cui i controlli sono deboli, non si rispettano le quote di pesca o vengono fissate al di sopra dei livelli sostenibili. La pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata rappresenta una quota significativa delle catture globali, e di fatto contribuisce a svuotare i mari senza lasciare traccia.
Parliamo anche dei sussidi pubblici alla pesca industriale, che in alcuni casi addirittura incentivano il mantenimento di flotte sovradimensionate rispetto alle reali risorse disponibili. Un vero e proprio paradosso: si va a sostenere economicamente un settore che, nel lungo periodo, rischia di esaurire la propria stessa base produttiva.
Tutte queste sono cause riconducibili alla parte attiva del problema, ma dall’altra c’è mancanza di consapevolezza da parte dei consumatori, un problema che comunque gioca un ruolo nella questione. Secondario, ma pur sempre rilevante. La richiesta costante delle stesse specie -tonno, salmone, gamberi, merluzzo- concentra la pressione su alcuni stock specifici, aumentando così il rischio di sovrasfruttamento (e di collasso). Anche noi, dunque, ci mettiamo il nostro.

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Il caso di overfishing a Santa Margherita Ligure
Finora è tutto concettuale, ma in realtà l’overfishing è un problema tanto reale che possiamo toccarlo, specialmente nei nostri mari. Il caso di Santa Margherita Ligure ce lo dimostra, e riguarda più in generale tutto il tratto di costa del Golfo del Tigullio. Parliamo di una porzione di mar Ligure molto nota per la sua biodiversità e per la ricchezza delle risorse ittiche. Negli ultimi anni, però, pescatori locali, ricercatori marini e associazioni ambientaliste hanno osservato segnali chiari di pressione eccessiva sulla fauna marina.
Nel corso delle ultime stagioni, sono tanti i professionisti del settore che hanno segnalato riduzioni significative di alcune specie presenti nelle catture costiere praticamente da sempre: triglie, orate, saraghi. Al tempo stesso, si è notato un aumento di esemplari più piccoli o meno pregiati. Quadro coerente con ciò che succede quando la pesca avviene con intensità e continuità elevate: le specie con tempi di riproduzione più lunghi faticano a mantenere popolazioni stabili, mentre gli stock di pesce giovane – cioè non ancora entrato nella catena riproduttiva- diventano parte prevalente del prelievo.
Si è notato anche un impiego intensivo di tecniche di cattura che non discriminano per taglia, come reti non selettive o attrezzi che raccolgono specie diverse senza fare alcuna discriminazione. Un tipo di pesca intensiva, indiscriminata, che quindi non punta solo alle specie bersaglio ma impatta anche sul resto dell’ecosistema. Conseguenza naturale è la modifica della composizione delle comunità marine.
La pressione dell’overfishing a Santa Margherita Ligure ha ripercussioni anche sullasostenibilità economica delle comunità locali. I pescatori del luogo, che lavorano da generazioni e conoscono l’ambiente marino locale meglio di chiunque altro, si trovano oggi di fronte a rendimenti decrescenti e a stagioni di pesca sempre più imprevedibili. La diminuzione delle risorse disponibili vale a dire, spesso, doversi spingere più lontano con la, cosa che comporta maggiori costi di carburante e rischi più elevati. Oppure, rassegnarsi al declino e accettare catture meno remunerative.
Come si affronta il problema? In vari modi. Sono diverse le organizzazioni del territorio che, insieme alle autorità locali, stanno tentando di affrontare la questione con misure di gestione più rigorose. La definizione di quote di cattura sostenibili è il primo step, insieme all’impostazione di limiti alle dimensioni delle specie pescabili, periodi di fermo biologico e aree di tutela marina. Il macro obiettivo è quello di ristabilire un equilibrio che consenta ai mari del Golfo del Tigullio di rigenerarsi e ai pescatori di continuare la loro attività senza compromettere il futuro delle risorse.
Quello di Santa Margherita Ligure è un esempio lampante di come l’overfishing possa manifestarsi anche in aree apparentemente meno esposte rispetto alle grandi rotte della pesca industriale. E di come, al tempo stesso, una gestione attenta -che si basa su dati scientifici- sia fondamentale per proteggere i nostri mari.

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Le conseguenze della pesca indiscriminata
Gli effetti della pesca indiscriminata tipica dell’overfishing sono semplicemente devastanti. Profondi, spesso irreversibili. Un problema che tocca gli ecosistemi marini nella loro totalità, la biodiversità che li riguarda e anche noi, dal momento che esistono intere comunità umane che vivono di pesca. Il primo impatto riguarda comunque gli stock ittici: catturare pesci più velocemente di quanto possano riprodursi porta a un calo progressivo delle popolazioni, con specie che diventano rare o che, ancora peggio, finiscono a rischio di estinzione. Un fenomeno che oggi non riguarda solo le specie più pregiate o commercialmente rilevanti, e che può alterare intere catene alimentari marine. Si va a compromettere l’equilibrio tra predatori e prede che, se ci pensiamo, è ciò che muove il mondo sin dalla sua origine.
Oltre alla diminuzione delle specie bersaglio, la pesca indiscriminata provoca danni agli ecosistemi. Tecniche invasive come il dragaggio dei fondali o l’uso di reti a strascico catturano anche specie non volute (bycatch), compresi quindi giovani pesci, crostacei, tartarughe marine e mammiferi. Questo altera la biodiversità locale, ma se possibile fa anche di peggio, portando alla distruzione degli habitat, come le praterie di posidonia o i fondali rocciosi. Così, la capacità dell’ecosistema di sostenere nuove generazioni di fauna marina si va riducendo progressivamente, in un circolo vizioso da cui uscire è davvero dura.
Ne risente di conseguenza anche la sostenibilità, economica e sociale. Chi dipende direttamente dalle catture subisce cali di rendimento non da poco, ed è portato a spingersi più lontano o, peggio, ad adottare pratiche ancora più intensive. Aumentano costi e rischi per tutti. lungo termine, l’overfishing mette a rischio anche la sicurezza alimentare globale, poiché milioni di persone nel mondo dipendono dalle proteine ittiche come fonte primaria di nutrimento.
Ciò che però spaventa più di tutto sono gli squilibri ecologici a cui la sovrapesca ci conduce. Favorendo la proliferazione di specie invasive o la crescita di alghe che possono soffocare altri organismi e peggiorando il ciclo di degradazione degli ambienti marini, si tratta di un problema molto più grande di quello che si possa immaginare. Una vera e propria minaccia alla vita negli oceani.

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Biodiversità marina e pesca marina
Pesca e biodiversità vanno di pari passo, negli oceani: l’una influisce direttamente sull’altra, e l’equilibrio tra le due è ciò che determina la salute degli ecosistemi marini. Ricordiamo che con biodiversità si intende la varietà di specie animali e vegetali presenti in mare (in questo caso), dai pesci fino ad alghe e coralli. La ricchezza biologica che sta alla base della produttività e della resilienza degli oceani.
Quando la pesca si fa intensiva e non selettiva, si riduce la popolazione delle specie bersaglio e, allo stesso tempo, si ottiene un effetto a cascata sugli altri organismi marini. Per esempio, la diminuzione dei predatori principali favorisce l’aumento di alcune specie inferiori nella catena alimentare, alterando gli equilibri ecologici. La perdita di specie chiave può anche compromettere interi habitat, fondamentali per la riproduzione e la nutrizione di molte forme di vita marina.
Praticare pesca sostenibile è dunque indispensabile per proteggere la biodiversità. Sono diverse le tecniche selettive per preservare le popolazioni, mentre limiti di cattura e periodi di fermo biologico garantiscano agli ecosistemi il tempo per crescere nel modo opportuno. Tutto ciò è una questione in primis ecologica, ma ne beneficia anche l’economia: mari sani portano turismo costiero e più sicurezza alimentare. Biodiversità e pesca sostenibile non sono altro, alla fine, che due facce della stessa medaglia: proteggere una significa garantire la continuità e la produttività dell’altra.
Come ridurre il fenomeno di sovrappesca
Il problema è grande, profondo. Ma soprattutto, è radicato: quello della pesca è un mondo che difficilmente, oggi, possiamo considerare sostenibile. Certo è che i modi per ridurre il fenomeno della sovrapesca e impattare meno sugli ecosistemi marini ci sono, volendo. Quel che serve è un approccio integrato composto da regolamentazioni efficaci, pratiche sostenibili e, ultima ma non per importanza, la giusta consapevolezza dei consumatori. La strategia parte dalla gestione scientifica degli stock ittici: fissare quote di pesca basate su dati aggiornati, monitorare le popolazioni e prevedere periodi di fermo biologico in cui le specie possano riprodursi senza essere disturbate. Adottare dei limiti rigorosi sulla taglia minima dei pesci catturati, poi, aiuta a far sì che si possano effettivamente prelevare soltanto gli individui adulti, preservando così la capacità riproduttiva degli stock.
Altro punto cruciale, forse il più importante oggi come oggi: la transizione verso pratiche di pesca sostenibile. L’uso di attrezzi selettivi che riducono il bycatch e minimizzano i danni agli habitat marini è l’obiettivo che chiunque viva di pesca dovrebbe porsi da qui a pochi anni. A livello globale si può intervenire con la creazione di aree marine protette, dove la pesca è limitata o vietata: così facendo, le popolazioni ittiche avrebbero tempo e modo di rigenerarsi, e gli ecosistemi manterrebbero la loro biodiversità.
E i consumatori? Anche noi abbiamo un ruolo determinante. Scegliere pesce certificato da standard di sostenibilità, come quelli MSC (Marine Stewardship Council), aiuta a ridurre la pressione sulle specie più a rischio, incoraggiando le pratiche responsabili. Informarsi sul rispetto dei cicli biologici dei pesci e sulle conseguenze della sovrapesca ci porta a scelte alimentari più consapevoli: quando ci troviamo davanti al banco frigo, ci facciamo qualche domanda in più.
Sicuramente, però, noi possiamo fare il nostro, ma da solo non basta. Il problema va affrontato a livello globale: la sovrapesca non conosce confini, e molte flotte operano in acque internazionali. Cooperazione internazionale e regolamentazioni condivise sono sempre più urgenti, così come la lotta alla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata. Solo così possiamo assicurare un futuro degno ai nostri oceani.

