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Oceani: pronta la barriera galleggiante anti plastica

Lunga oltre 600 metri la struttura hi tech ideata da Boyan Slat e realizzata da Ocean Clean Up è in grado di raccogliere la plastica e di trasportarla nuovamente sulla terraferma per essere smistata e riciclata

Fabio Di Todaro
17 settembre 2018

Un maxi tubo lungo seicento metri che, come un gigantesco «Pac-Man», proverà a ingurgitare le isole di rifiuti. È questa la sfida lanciata da un giovane olandese di origini croate, Boyan Slat, partita da San Francisco dopo cinque anni di test per iniziare il viaggio verso l’Oceano Pacifico. Obiettivo: raggiungere l’isola di rifiuti che si trova tra le Hawaii e la California, grande tre volte la Francia, e dimezzarne le dimensioni nei prossimi cinque anni. «Ocean Cleanup», così si chiama il progetto, è un’idea che Slat ha cominciato a coltivare nel 2013, quando aveva 18 anni (nello stesso anno la presentò nel corso di un «Ted Talk»). Nel frattempo ha raccolto oltre trenta milioni di dollari da donatori privati: così ha potuto rendere concreta la propria strategia per arginare l’inquinamento del mare a opera della plastica.

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Lo scopo della barriera galleggiante lunga 609 metri è quello di raccogliere, grazie a una rete a maglie fittissime, i frammenti di plastica sotto la superficie dell’acqua, Foto: Ocean Clean Up

COME FUNZIONA? – Rispetto al progetto iniziale, il maxi-tubo è stato reso più resistente al vento e alle onde. La struttura è composta, oltre che da questo, anche da un pannello rigido sottostante che ha lo scopo di raccogliere i frammenti di plastica sotto la superficie dell’acqua. La forma a U servirà a raccogliere i pezzi di plastica (fino alla dimensione minima di un millimetro), grazie a una rete a maglie fittissime che dalla superficie scende nell’acqua fino a tre metri di profondità. Il nuovo dispositivo è formato da una grande struttura senza equipaggio lunga circa 609 metri, dotata di luci ad energia solare, sistemi anticollisione, videocamere, sensori e antenne satellitari in grado di comunicare continuamente la posizione della grossa barriera artificiale. Il sistema è dotato di tecnologia di trasmissione della posizione per impedire alle navi di imbattersi in esso. Adesso è in corso il periodo di prova nelle acque di San Francisco (la missione può essere seguita sul sito theoceancleanup.com). Se tutto filerà liscio, come peraltro già dimostrato dai test preliminari, si punterà a raggiungere il mare aperto: a circa 1200 miglia nautiche a largo della costa. Una volta catturata, la plastica verrebbe trasportata nuovamente sulla terraferma per essere smistata, riciclata e impiegata per la produzione di nuovi oggetti. Dalla loro vendita, infine, verranno raccolti fondi per continuare a finanziare nuovi progetti.

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Secondo Boyan Slat una volta catturata dalla barriera galleggiante, la plastica verrebbe trasportata nuovamente sulla terraferma per essere smistata, riciclata e impiegata per la produzione di nuovi oggetti, Foto: Ocean Clean Up

UN PO’ DI SCETTICISMO TRA GLI AMBIENTALISTI – Stando a quanto rilevato da un recente studio, sarebbero 1.800 miliardi i pezzi di plastica attualmente a galla nel Great Pacific Garbage Patch, in un tratto di oceano che corre tra la California e le Hawaii per 1,6 milioni di chilometri quadrati. Alcuni ricercatori sostengono che, grazie a «The Ocean Cleanup», si potrebbe rimuovere il cinquanta per cento delle materie plastiche nell’area entro cinque anni e, utilizzando una flotta di sistemi integrati, il novanta per cento a livello globale entro il 2040. Scetticismo da parte degli ambientalisti, che temono che il sistema possa rappresentare una minaccia per la vita marina: anche se la barriera è stata progettata per non intrappolare pesci e mammiferi marini, c’è la paura che questo possa comunque accadere. Un’altra delle preoccupazioni sollevate dai più critici è che il sistema prende di mira soltanto l’inquinamento di plastiche integre o in grandi pezzi, mentre non risolve il problema della microplastica. Il materiale infatti non si decompone, ma si riduce in frammenti sempre più piccoli che inevitabilmente finiscono con diventare parte dell’alimentazione dei pesci e della nostra.

Twitter @fabioditodaro

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