La natura si disvela continuamente nella sua immensa biodiversità: ogni anno vengono infatti scoperte nuove specie che vanno ad arricchire la già variegata tassonomia degli esseri viventi. In questo articolo, alcune delle nuove scoperte del 2025
In questo periodo storico la maggior parte di noi è così lontana dalla Natura che si rimane particolarmente stupiti nello scoprire quanto di essa sia ancora sconosciuto. Pensiamo in modo prevalentemente antropocentrico e riteniamo erroneamente che non esista più nulla di inesplorato, ma il Pianeta – con la serendipità che contraddistingue tutto ciò che è vivo – ci regala continue sorprese. Ne sono un esempio le nuove specie scoperte nel 2025: dai mammiferi agli insetti, dai pesci ai coralli, tante forme di vita hanno quest’anno ricevuto un nome per andare a occupare un minuscolo tassello nella vastissima tassonomia degli esseri viventi.

Esemplare di Iridogorgia chewbacca – Foto di Les Watling / University of Hawaii Undersea Research Program
Le nuove specie del 2025
Dalle profondità dell’oceano Glaciale Artico alle Ande peruviane, dai campi coltivati statunitensi al Pacifico occidentale. Pesci, ragni, vespe, coralli e mammiferi sono solo alcune delle nuove specie scoperte nel 2025: anche quest’anno la natura si è svelata agli occhi umani portando con sé nuovi misteri da risolvere e nuovi tasselli tassonomici da incastrare nel vastissimo catalogo delle specie viventi. Qui di seguito trovate alcune di queste scoperte sorprendenti, con una piccola premessa: quelle elencate sono solo una piccola parte dei nuovi esseri viventi che si sono disvelati quest’anno all’uomo. Le sole profondità marine, ad esempio, hanno portato alla luce circa 800 nuove specie: sarebbe quindi impossibile elencarle tutte.
Guitar Shark, lo squalo chitarra
E allora cominciamo proprio dalle medie profondità marine, in particolare quelle che corrono lungo le coste del Mozambico e della Tanzania. Trovato a circa 200 metri sotto il livello del mare, lo Squalo Chitarra appartiene a un gruppo distintivo che condivide caratteristiche fisiche degli squali e razze. In particolare, si tratta della 38esima specie conosciuta del suo genere e appartiene a uno dei gruppi di vertebrati più minacciati dell’oceano. I due terzi delle specie appartenenti alla sua famiglia, quella dei Rhinobatidae, sono infatti classificati come in pericolo di estinzione. Fa male pensare che una specie appena scoperta sia già in pericolo, ma la crisi climatica, lo sfruttamento delle risorse e la sovrappesca generano effetti di questo tipo. Ricordiamo che gli squali, compresi gli squali chitarra e le razze in generale, svolgono un ruolo fondamentale nel mantenimento dell’equilibrio degli ecosistemi marini e oceanici: essendo predatori apicali, il loro declino o scomparsa può compromettere irrimediabilmente la complessa rete alimentare dell’oceano.

Squalo Chitarra – Foto: The Nippon Foundation-Nekton Ocean Census / Sergey Bogorodsky © 2025
Marmosa chachapoya, un marsupiale andino
A rimpolpare il genere dei marsupiali del continente americano ci pensa invece un piccolo esemplare trovato sulle Ande peruviane, precisamente presso il Parque Nacional del Río Abiseo, un’area protetta con una diversità di mammiferi straordinariamente elevata. Scoperto a un’altitudine in cui solitamente non si trovano altre specie di questo genere, per confermare che si trattasse di una nuova specie, gli scienziati della California State Polytechnic University hanno condotto delle ricerche sul DNA, concentrandosi anche sui tratti morfologici distintivi dell’esemplare, ovvero la pelliccia bruno-rossastra e macchie simili a una maschera localizzate sul muso.
Come affermato dalla professoressa Silvia Pavan, a capo della spedizione, «queste scoperte sono particolarmente significative per la biodiversità e gli sforzi di conservazione, e sottolineano quanto ancora si ignori sulla grandissima varietà di vita che caratterizza questa regione». La scoperta di nuove specie non è infatti un retorico appagamento della conoscenza umana, ma anche un modo per tutelare animali che potrebbero essere più vulnerabili senza strategie di protezione mirate.

Un esemplare di Marmosa chachapoya – Foto Pedro Peloso
Synopeas ruficoxum, una nuova vespa parassita
L’ordine degli insetti si arricchisce di una nuova vespa scoperta nel Nebraska (USA). Si tratta della Synopeas ruficoxum, la cui descrizione è stata pubblicata sul Journal of Hymenoptera Research. Non si sa ancora molto sulla sua biologia di base o del modo in cui questa specie si riproduca, ma potrebbe essere una scoperta molto importante in campo agricolo. Questa vespa, infatti, attacca la mosca delle galle della soia e potrebbe diventare un valido strumento di lotta biologica contro uno specifico parassita agricolo.

Esemplari di Synopeas ruficoxum: foto Journal of Hymenoptera Research
Iridogorgia Chewbacca, un corallo “peloso”
La natura assume forme incredibili e questa nuova scoperta nel mondo dei coralli ne è la prova. Trovata nel Pacifico occidentale, questa Iridogorgia è stata soprannominata “Chewbacca” per la sua somiglianza col noto personaggio di Star Wars. Il suo corpo, infatti, è cosparso di scenografiche ramificazioni “pelose”.
Questo corallo ci racconta quanto il mondo marino, soprattutto quello degli habitat profondi, sia ancora largamente inesplorato e sconosciuto. Come ci ha raccontato il professor Leslie Watling, uno degli autori dello studio pubblicato su Zootaxa, in relazione a questo corallo è stato svolto un «un lavoro molecolare e morfologico dettagliato per dimostrare che questa specie era effettivamente diversa da un paio di altre specie strettamente correlate di Iridogorgia».
La scoperta di una nuova specie di corallo potrebbe dare speranza alla sopravvivenza di questi esseri viventi così minacciati? Qualche mese fa, infatti, grazie a uno studio pubblicato su Nature, abbiamo constatato che la Terra ha superato il suo primo tipping point, un punto di svolta catastrofico che, legato alle emissioni climalteranti, vede protagonista proprio il declino delle barriere coralline di tutto il mondo.
Il professor Watling non è però ottimista. «l’Iridogorgia chewbacca», ci spiega, «pur essendo imparentata con i coralli di acque poco profonde, non lo è abbastanza da aiutare a mitigare o ripopolare le barriere coralline poco profonde anche se il clima dovesse raffreddarsi leggermente». «D’altra parte», continua il professore, «questa nuova specie è per ora leggermente protetta dalla profondità a cui si trova, dove l’acqua è più fredda. L’Iridogorgia chewbacca si trova infatti nella parte superiore delle profondità marine, dove la temperatura è di circa 6 °C. La maggior parte delle specie appartenenti alla sua famiglia vive invece in acque con temperature comprese tra 2 e 4 °C. Si tratta comunque di una specie anch’essa vulnerabile, e sempre per motivi correlati al surriscaldamento delle acque oceaniche. Mi spiego meglio: l’acqua più profonda e fredda del Pacifico si forma intorno al continente antartico e scorre verso nord nel Pacifico, nell’Oceano Atlantico e nell’Oceano Indiano. Alla latitudine delle Hawaii, quell’acqua si è formata tra i 500 e i 1000 anni fa, quindi ci vorrà molto tempo perché si riscaldi. Il problema, però, è che a 600 metri di profondità l’influenza maggiore arriva dall’alto, piuttosto che dal basso, e il problema tocca tutte le specie di acque profonde: il loro approvvigionamento alimentare, ad eccezione dei camini idrotermali, proviene infatti dalle acque superficiali. Pertanto, i cambiamenti nelle acque superficiali dovuti al riscaldamento degli oceani potrebbero comportare una diminuzione dell’approvvigionamento alimentare proprio nelle profondità marine, mettendo a rischio le specie che le abitano».

Esemplare di Iridogorgia chewbacca – Foto di Les Watling / University of Hawaii Undersea Research Program
Tylaster sp., una nuova stella marina
Scoperta durante la spedizione “Artic Deep” dell’Ocean Census, questa stella marina è la prova che la vita può prosperare anche in condizioni estreme. Vive infatti nel campo idrotermale di Jøtul, che identifica una serie di sorgenti idrotermali sul fondo dell’Oceano Artico, situate a più di 3.000 m di profondità lungo la dorsale Knipovich, una catena montuosa sottomarina che corre tra la Groenlandia, la Norvegia e l’arcipelago delle Svalbard.
Questa stella marina, in particolare, vive tra i 2770 m e i 3575 m sotto il livello del mare ed è la seconda registrata per il suo genere: la scoperta della sua “sorella” tassonomica risale infatti al lontano 1881! Importantissime per il sostentamento del delicato equilibrio degli oceani profondi, lo studio di nuove specie di stelle marine (e di tutti gli altri esseri viventi in generale), soprattutto nell’ecosistema artico (ancora in gran parte sconosciuto), è fondamentale per comprendere meglio il suo funzionamento perché – com’è ormai noto – gli attuali cambiamenti climatici alterano rapidamente i suoi fragili habitat.

Esemplare di Tylaster – Martin Hartley / The Nippon Foundation-Nekton Ocean Census © 2024
Come vengono scoperte nuove specie
Questo piccolo elenco di nuove specie scoperte nell’ultimo anno ci rivela che, ancora oggi, il nostro pianeta ci riserva incredibili sorprese. Oltre alle caratteristiche di questi “nuovi” esseri viventi, è molto interessante capire il processo attraverso il quale viene identificata una nuova specie. Rispetto al passato dell’umanità, in cui il piacere della scoperta era prettamente e principalmente visivo, oggi entrano in azione strumenti diversi come l’utilizzo di sonde, veicoli comandati a distanza e l’analisi del DNA. A renderci più chiara la metodologia è il già menzionato Les Watling, professore emerito della School of Life Sciences presso l’università delle Hawaii, che ha partecipato alla scoperta della Iridogorgia Chewbacca, il corallo “peloso” già citato in questo articolo.
«Molte specie, ma non tutte, vengono scoperte grazie all’uso di diversi strumenti e proprio per questo ogni ricerca vede al suo interno diversi autori. Nel caso dell’Iridogorgia Chewbacca, ad esempio, la specie è stata scoperta utilizzando sottomarini da ricerca o veicoli telecomandati da grandi navi, con equipaggi, piloti e team composti da molte persone. Di solito raccogliamo esemplari che, ai nostri occhi esperti sembrano diversi da quelli che abbiamo avuto modo di analizzare in precedenza. Poi, sulla nave e in laboratorio, una o più persone svolgono sia un lavoro di genetica molecolare che morfologico. A questo punto i risultati vengono confrontati con altre specie conosciute. Spesso le informazioni molecolari suggeriscono che l’esemplare potrebbe essere nuovo, e quindi la morfologia viene utilizzata per determinare quali caratteristiche dell’esemplare lo distinguono dalle specie conosciute correlate. Nel caso degli organismi con cui lavoriamo, c’è anche la possibilità che quello che abbiamo trovato sia semplicemente una variante morfologica di alcune specie conosciute, e questo è generalmente supportato dai dati genetici. A volte si verifica anche la situazione opposta, soprattutto quando si utilizzano i geni mitocondriali, perché questi geni potrebbero non evolversi alla stessa velocità dei geni nucleari e, naturalmente, sono questi ultimi a determinare la morfologia (ma in genere non sappiamo molto sui geni nucleari)».

Octocoral, un nuovo tipo di corallo scoperto a 180 metri di profondità, alle Maldive – Foto: The Nippon Foundation-Nekton Ocean Census / Asako Matsumoto, Shaaan © 2025
Dall’entusiasmo della scoperta al nome da dare alla nuova specie
La scoperta di una nuova specie, oltre al valore scientifico ad essa connessa, ha anche una forte componente umana. Pochi di noi hanno infatti il privilegio di capire cosa si prova a trovarsi di fronte a qualcosa che – fino a quel momento – è rimasto celato e sconosciuto agli occhi dell’umanità. Per indagare questo affascinante tema anche da questa prospettiva abbiamo chiesto al professor Watling quali sono i sentimenti connessi a un evento di questo tipo. «È sempre speciale scoprire una nuova specie», afferma il professore, «e personalmente è un lavoro che faccio da poco più di 50 anni! Ho infatti descritto la mia prima nuova specie quando ero uno studente neolaureato, in un articolo pubblicato nel 1970. Si trattava di piccoli crostacei provenienti da una baia poco profonda della California, conosciuti soprattutto dai paleontologi: li ho trovati in un giacimento fossile risalente a un milione di anni fa, non lontano dal luogo in cui sono stati raccolti gli esemplari viventi: e per questo è stata una scoperta doppiamente emozionante». Da quel momento, il professor Watling ha fatto molta strada: «nel corso del mio lavoro di ricerca ho descritto 79 nuove specie (come autore o coautore) di crostacei, spugne, idroidi, vermi e coralli».
Poi ci spiega anche come vengono scelti i nomi degli esemplari appena scoperti: «È sempre divertente, sempre interessante e sempre piacevole pensare a come chiamarli. A volte scegliamo nomi che rendono omaggio a persone o personaggi dei film, ma il più delle volte il nome per il quale optiamo cerca di ricordarci qualche caratteristica morfologica interessante della specie. Un esempio di quest’ultimo caso è un piccolo crostaceo che è stato raccolto dal fondo marino al largo del Brasile. L’abbiamo chiamato Campylaspides abyssotrucidatus: il nome della specie deriva dal latino abyssus, che significa mare profondo, e trucidare, ovvero uccidere crudelmente. Questo perché la sua morfologia è caratterizzata dalla presenza di spine acuminate, sulle gambe dell’animale, che servono al crostaceo per catturare il suo cibo. Si tratta tuttavia di un animale di pochi millimetri, quindi la sua pericolosità è relativa, ma non per i vermi o gli esseri viventi ancora più piccoli di lui, naturalmente!».
Serena Fogli

