La laguna di Venezia si potrebbe presto trovare ad affrontare importanti sfide riguardo la salvaguardia degli ecosistemi: l’aumento delle chiusure del MOSE e i cambiamenti ambientali potrebbero alterare l’equilibrio naturale, con conseguenze per flora, fauna e morfologia lagunare. Vediamo come
Il Mose è una combinazione di alta ingegneria e tecnologia avanzata, pensata per rispondere al problema dell’acqua alta che da sempre affligge Venezia. Ma sta impattando o impatterà con l’ecosistema della laguna? Procediamo con ordine andando innanzitutto a capire meglio come funziona il Mose, quanto viene utilizzato, e se la frequenza d’uso possa compromettere l’equilibrio lagunare.

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Uso del MOSE e trasformazione dell’ambiente lagunare
Il MOSE è composto da 78 paratoie di acciaio cavo distribuite lungo quattro barriere situate nelle tre bocche di porto che collegano la laguna al mare Adriatico (Lido, Malamocco e Chioggia): si tratta di punti strategici, in quanto uniche vie di ingresso alla città per l’acqua del mare. Quando non è in funzione le paratoie, normalmente piene d’acqua, rimangono sul fondo marino: quando l’alta marea tocca quota 110 metri sullo zero mareografico, vengono invece svuotate e fatte emergere, in modo da formare una barriera temporanea contro il mare. Terminata l’emergenza, ritornano sul fondale.
Da quando è entrato in funzione, nell’ottobre del 2020, il MOSE si è dimostrato molto efficace nel prevenire l’allagamento della città. Tuttavia, la crescente frequenza con cui le paratoie vengono sollevate, dovuta all’innalzamento del livello del mare Adriatico e agli effetti del cambiamento climatico, sta sollevando serie preoccupazioni tra gli scienziati riguardo al futuro della laguna e del suo delicato equilibrio ecologico.
Basti pensare che da quando è stato attivato, il MOSE ha issato le sue paratoie già 100 volte: un dato preoccupante se si pensa che si tratta di una media di circa 22 volte l’anno (31 volte solo da ottobre ‘23 ad aprile ‘24), mentre in origine si ipotizzavano tra le 5 e le 10 chiusure della laguna nell’arco di 12 mesi.
Anche le proiezioni sul futuro sono allarmanti: in uno scenario senza interventi per contenere il riscaldamento globale, si ipotizza che entro fine secolo la laguna potrebbe restare chiusa fino a 260 giorni all’anno. Questa prospettiva fa temere una trasformazione radicale dell’ambiente lagunare. “Se le chiusure diventassero la norma, Venezia rischierebbe di trasformarsi in un sistema chiuso simile a un lago costiero”, avverte Georg Umgiesser del CNR-ISMAR, l’Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che si occupa di studiare il mare dal punto di vista fisico, chimico, biologico e geologico.

Laguna di Venezia – Foto Shutterstock
Effetti del MOSE sull’ecosistema della laguna di Venezia
Ma cosa succederebbe alla laguna di Venezia se la frequenza dell’uso del MOSE aumentasse? In uno scenario simile, il tempo di ricambio dell’acqua triplicherebbe, e la temperatura supererebbe i 30°C per quattro mesi all’anno, con un conseguente aumento delle ondate di calore marine.
Peggioramento della qualità dell’acqua e dell’aria
Questa non è un’ipotesi remota o lontana: in alcune zone della laguna il tempo di ricambio dell’acqua è già superiore a 11 giorni. Ulteriori incrementi potrebbero influire negativamente sulla qualità dell’acqua e dell’aria, soprattutto nei periodi più caldi, quando avviene la maggior parte della decomposizione della sostanza organica. Nutrienti come azoto e fosforo, provenienti dal bacino scolante, potrebbero accumularsi provocando una proliferazione di alghe e alterando l’equilibrio ecologico.
Questo processo, noto come eutrofizzazione, può ridurre la qualità delle acque e causare la morte di pesci e altri organismi acquatici. Episodi simili sono già accaduti in passato: tra il 2013 e il 2015, nonostante i miglioramenti nei trattamenti delle acque reflue, la proliferazione algale ha causato morie di pesci, a testimonianza della fragilità dell’ecosistema lagunare.
Oggi, con l’aumento previsto delle chiusure del MOSE, alcuni scienziati temono che la situazione possa nuovamente peggiorare. Luca Zaggia, ricercatore dell’Istituto di Geoscienze e Risorse della Terra del Consiglio Nazionale delle Ricerche, evidenzia come il prolungato isolamento della laguna favorisca il ristagno e l’accumulo di nutrienti, innescando nuovi episodi di eutrofizzazione con pesanti ripercussioni sulla fauna acquatica.
Dal canto suo, il Consorzio Venezia Nuova, ente pubblico che gestisce il MOSE, difende il sistema ricordando che si tratta di una soluzione mobile, attivata solo in caso di reale necessità, a differenza di opere fisse che avrebbero sigillato stabilmente la laguna, con un impatto ben più grave sulla circolazione delle acque. Il MOSE viene attivato esclusivamente durante eventi di alta marea, spesso accompagnati da vento e onde che favoriscono il rimescolamento e il ricambio dell’acqua.
Problemi di sedimentazione e rischio per le barene
Resta inoltre aperto il problema della sedimentazione: uno studio dell’Università di Padova ha evidenziato come le barriere mobili possono impedire, durante le maree eccezionali, l’allagamento delle barene, zone basse e pianeggianti, tipiche delle lagune.
Questo limita l’accumulo di sedimenti necessari alla crescita verticale e alla sopravvivenza delle barene stesse, in un contesto di innalzamento del livello del mare. Queste, habitat fondamentali per molte specie animali e vegetali, rischiano così di ridursi o scomparire. Tuttavia, il Consorzio sostiene che molte di esse si trovino sotto i 70 cm di quota e continueranno a essere sommerse regolarmente; l’effetto sulla sedimentazione riguarderebbe dunque solo una parte limitata delle zone più elevate.
Circolazione dei sedimenti fini e morfologia della laguna
Un’ulteriore criticità riguarda la circolazione dei sedimenti fini provenienti dal mare, essenziali per la morfologia della laguna. Il progetto di ricerca locale Venezia2021 ha dimostrato che questi materiali entrano nella laguna soprattutto durante le tempeste, trasportati dalle correnti di marea e favoriti dai venti da nord-est. Tuttavia, le strutture portuali costruite più di un secolo fa già ostacolano questo flusso, e le chiusure del MOSE potrebbero peggiorare la situazione.
Anche su questo punto il Consorzio difende il sistema, affermando che l’erosione della laguna dipende principalmente dalla perdita di sedimenti fini sollevati dalle onde nelle zone poco profonde e portati via dalle maree. Secondo questa visione, il MOSE, mantenendo più bassi i livelli dell’acqua durante le maree estreme, aiuterebbe in realtà a ridurre questa perdita.
Il futuro della Laguna di Venezia
Certamente l’efficacia del MOSE contro l’acqua alta è indiscutibile, ma il rischio è che, per proteggere Venezia oggi, si comprometta la salute del suo ecosistema di domani.
Gli scienziati chiedono un approccio più integrato e flessibile, che tenga conto non solo della sicurezza urbana ma anche della resilienza ecologica della laguna. Secondo Umgiesser, sarà fondamentale studiare altri ecosistemi costieri, simili per caratteristiche, per capire come potrebbero evolvere le lagune soggette a chiusure prolungate. Solo così sarà possibile prendere decisioni fondate per tutelare davvero Venezia — città, laguna e natura insieme — nel lungo periodo.
Paola Greco
