Wise Society : Migranti climatici: un esercito in fuga dalle catastrofi naturali
ARTICOLI Vedi tutti >>

Migranti climatici: un esercito in fuga dalle catastrofi naturali

L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati stima che entro il 2050 saranno circa 250 milioni le persone che abbandoneranno i loro territori per scappare da fame, carestia, desertificazioni e inondazioni. E il surriscaldamento globale è sempre più una questione sociale ed economica

Rosa Oliveri
19 Aprile 2021

Un esercito silenzioso di persone in fuga da catastrofi naturali. Il numero dei migranti climatici continua a crescere di anno in anno. Si tratta di milioni di persone che, secondo le previsioni, entro i prossimi 50 anni supereranno i 200 milioni, e che continueranno ad abbandonare i territori d’origine per scappare da fame, carestia, siccità e dalla mancanza di terre da coltivare a causa dell’avanzare della desertificazione.

Disastri ambientali e migranti climatici

Foto di Kelly Sikkema / Unsplash

Migranti climatici, tante denominazioni e poche definizioni

I migranti ambientali sono le persone costrette a lasciare la loro regione d’origine a causa di cambiamenti ambientali che compromettono il loro benessere o la sicurezza dei mezzi di sussistenza. Sono migranti a causa dell’aumento della siccità, della desertificazione, dell’innalzamento del livello del mare e ovviamente del surriscaldamento globale. E sono coloro che pagheranno maggiormente i costi del surriscaldamento globale, come in un vero apartheid climatico.

Ad oggi, però, per indicare queste persone esistono tante denominazioni – come migranti forzati dall’ambiente, rifugiati climatici, rifugiati a causa del cambiamento climatico, rifugiati a causa dei disastri, “eco-rifugiati” –  ma non esiste una definizione chiara e univoca che permetta anche una stima precisa del fenomeno e un riconoscimento giuridico internazionale.

L’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (International Organization for Migration – IOM) ha proposto l’uso di questa definizione:

“i migranti ambientali sono persone o gruppi di persone che, per motivi imperativi di cambiamenti improvvisi o progressivi per l’ambiente che influenzano negativamente la loro vita o le condizioni di vita, sono obbligati a lasciare le loro case abituali o scelgono di farlo, in maniera temporanea o definitiva, e che si spostano sia all’interno del loro paese sia uscendo dai confini del proprio paese”.

Quel che è certo è che sin dal 1976, quando Lester Brown usò per primo il termine “migrante climatico”, il fenomeno è in costante crescita e che oggi l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati parla di un aumento sostanziale che porterà a 250 milioni di migranti ambientali entro il 2050. Insomma, che i cambiamenti climatici, così come nelle ere preistoriche siano una causa delle grandi migrazioni e inneschino il peggioramento delle condizioni socio-economiche delle persone nel mondo è ormai chiaro.

> LEGGI ANCHE >>> Un progetto per salvare le coltivazioni dall’acqua di mare <<<

Il mancato riconoscimento dello status giuridico

Il problema principale che riguarda la questione dei migranti ambientali è che ad oggi non vengono riconosciuti né tra i migranti economici in senso stretto né tra coloro tutelati dalla Convenzione di Ginevra del 1951 in quanto “rifugiati”.  

Disastro ambientale e migranti climatici

Foto di Saikiran Kesari / Unsplash

Il mancato riconoscimento dello status giuridico dei migranti climatici rende difficile ottenere stime, dati, statistiche. Inoltre, quando si parla di migrazioni ambientali bisogna considerare che non derivano semplicemente da una causa ma dalla concatenazione di vari fattori: carestia, povertà, fattori ambientali, conflittualità sociale sono sempre legati, e non è neanche possibile stabilire come una parte di popolazione o un’altra si muoverà rispetto a un fenomeno. Il nodo da sciogliere è però quello sulla causa o multi causa ambientale. Inoltre la migrazione può essere temporanea o permanente, di breve distanza e interna o ad ampio raggio e internazionale. E ancora: ci sono eventi a insorgenza lenta, come la siccità, il degrado del suolo, l’innalzamento graduale delle temperature, l’innalzamento del livello del mare, ed eventi ad insorgenza rapida come inondazioni, tempeste e uragani e questo ingarbuglia ulteriormente la questione della definizione e del riconoscimento dello status.

Tutela per i migranti e rifugiati ambientali: a che punto siamo?

La Convenzione di Ginevra del 1951 non prevede tutela dei migranti ambientali. Eppure il rapporto UNEP, Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, ha dato una prima definizione di rifugiati ambientali per designare “coloro che abbandonano il proprio habitat, temporaneamente o permanentemente, a causa di catastrofi ambientali marcate”.

In ambito europeo, inoltre, è prevista la possibilità di ricorrere, in via eccezionale, alla protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati che non possono far ritorno in sicurezza nel paese di origine. Di recente, il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, pronunciandosi sul caso di Ioane Teitiota, ha stabilito che le persone che fuggono da un pericolo immediato a causa della crisi climatica non possono essere rimandate nei loro Paesi d’origine. Il caso di Teitiota, abitante dell’isola di Kiribasi che aveva chiesto asilo alla Nuova Zelanda perché la sua abitazione è minacciata dall’innalzamento del livello del mare, è il primo ad ottenere un tale pronuncia. Ed è anche la prima volta che riconosce che la legislazione internazionale sui diritti umani può imporre agli Stati di astenersi dal rimpatriare gli sfollati sul clima. La decisione si basa sulla legge internazionale sui diritti umani (Iccpr) ed è vincolante. E questo apre nuovi scenari a livello europeo.

Incendio

Foto di Michael Held / Unsplash

La situazione in Italia: porte aperte ai migranti climatici

E per quanto riguarda l’Italia? Con i decreti sicurezza approvati il 18 dicembre scorso, l’Italia apre le porte ai migranti climatici che potranno usufruire del trattamento riservato a chi fugge per guerre o carestie, e ha diritto alla protezione umanitaria. I decreti, infatti, oltre a reintrodurre la protezione umanitaria, ridisegnano il permesso di soggiorno per calamità naturale: il presupposto non è più lo stato di calamità “eccezionale e contingente” del paese di origine, ma l’esistenza di una situazione grave dal punto di vista ambientale.

Rosa Oliveri

© Riproduzione riservata
Continua a leggere questo articolo:
  wp_term_relationships.term_taxonomy_id = 7807 OR  wp_term_relationships.term_taxonomy_id = 11525 OR  wp_term_relationships.term_taxonomy_id = 63164 OR  wp_term_relationships.term_taxonomy_id = 63162 OR  wp_term_relationships.term_taxonomy_id = 63163
CORRELATI IN WISE
 
DALLA COMMUNITY