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La mela come il maiale: non si getta via nulla

Dopo carta, fazzolettini e scatole per il packaging da oggi i suoi scarti potranno essere riutilizzati anche per calzature e mobili.

22 Gennaio 2015

Image by © James Murphy Photography/Food and Drink Photos/Food and Drink Photos/Corbis“Una mela al giorno toglie il medico di torno”. Un proverbio popolare che tutti conoscono e che, a metà degli anni 2000, è stato anche scientificamente validato da una ricerca italiana realizzata con il contributo dell’Airc e della Lega Italiana per la lotta contro i tumori e pubblicata sull’Annual of Oncology del Oxford Journal.

Ma la mela, da più di un quinquennio, non serve soltanto a tenersi lontano dai medici e, in particolare dagli oncologi. Oggi, grazie a un laboratorio di ricerca del Trentino – luogo di elezione di sterminate distese di meleti e patria dello strudel italiano -, della mela non si getta via nulla: dagli scarti di lavorazione di questo frutto, infatti, si ricava già una speciale carta che, a breve, sarà affiancata da una sorta di pelle che potrebbe essere impiegata nelle legatorie, nell’industria delle calzature e in quella del mobile.

Tutto comincia da alcuni test effettuati dalla Frumat che, nel solco della politica di riutilizzo degli scarti, ha analizzato quelli di lavorazione delle mele. Il primo prodotto realizzato è stato la “cartamela”, che come spiega il fondatore Hannes Parth, che sarà tra gli ospiti del BioEnergy Italy in programma a Cremona dal 25 al 27 febbraio, «è un tipo di carta ottenuta con pura cellulosa arricchita con gli scarti di lavorazione delle mele». Questa carta, oggi, è utilizzata per la produzione di carta igienica, rotoli da cucina, fazzolettini e scatole per il packaging. Un mercato che, negli ultimi cinque anni, ha permesso la lavorazione di 30 tonnellate al mese di scarti che, altrimenti, sarebbero finiti in discarica.

Ma la ricerca di Frumat non è si è fermata ed è arrivata alla cosiddetta “pellemela”, prodotto anch’esso ottenuto dagli scarti di lavorazione dell’industria di produzione delle mele, ma che potrà essere impiegato – per esempio – per la produzione di scarpe destinate ai vegani.

«Stiamo riscontrando un notevole interesse da parte dei fruitori di questi prodotti ecosostenibili non solo a livello nazionale, ma anche oltreconfine dove, in Paesi come la Germania, l’Austria, la Svizzera e la Francia la sensibilità verso queste produzioni ha radici ben più antiche rispetto a quelle italiane. Eppure, e questo è un dato a mio avviso molto interessante – come spiega Parth in un comunicato di presentazione dei temi di BioEnergy Italy – nell’arco di pochi anni ho potuto constatare che anche nel nostro Paese le aziende interessate a produrre utilizzando scarti ottenuti dalla lavorazione industriale di alimenti, in questo caso specifico quelli delle mele, sono in continuo aumento».

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