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Isole di calore: cosa sono e cosa occorre fare per combatterle

Andrea Ballocchi
9 Marzo 2021

Si chiamano isole di calore e sono quelle con cui hanno a che fare la maggior parte degli esseri umani. Tutti coloro che vivono in città ne subiscono gli effetti. Il problema è che le cose peggioreranno col tempo: basta vedere i record negativi registrati negli ultimi anni. Come ha evidenziato il Copernicus Climate Change Service, il 2020 è stato l’anno più caldo alla pari con il 2016 e il sesto più caldo di una serie di anni eccezionalmente caldi a partire dal 2015.

Ma il 2011-2020 è stato il decennio con le temperature più alte mai registrate. Temperature sempre più elevate e sempre più persone che vivranno in città: entro il 2050 i due terzi della popolazione mondiale risiederà qui. Ma già oggi, circa 200 milioni di abitanti in più di 350 città vivono con temperature estive superiori ai 35 °C. Lo fa notare C40, rete delle più grandi città mondiali impegnate ad affrontare il climate change. Segnala, inoltre, che a questo livello di esposizione, le ondate di calore sono il più letale di tutti i rischi climatici. Entro il 2050 le città che registreranno queste temperature saranno 970. Elevate temperature medie si tradurranno in ondate di calore diventeranno molto più intense.

Già oggi Il Cairo, capitale dell’Egitto, registra temperature medie estive di 34 ˚C. Durante le onde di calore, le temperature hanno raggiunto i 48 ˚C. Entro il 2050 questo sarà un evento molto più comune in tutto il mondo.

Isola di calore

Foto di Christian Peters da Pixabay

Cosa sono le isole di calore

Come si può comprendere, l’isola di calore è un fenomeno che riguarda la città e determina un microclima più caldo all’interno delle aree urbane cittadine, rispetto alle circostanti zone periferiche e rurali. Giusto per fare un esempio: in estate, New York City può essere 2-3 gradi più calda delle vicine aree rurali.

Isola di calore urbana

Foto di Adam Thomas / Unsplash

Isola di calore urbana non significa solo una temperatura più elevata. Si traduce in vari problemi, e il primo spesso coincide con una qualità dell’aria peggiore. Questo accade perché vi sono più inquinanti che vengono immessi nell’aria. Lo segnala il National Geographic, aggiungendo che anche la qualità dell’acqua ne soffre. Quando l’acqua dell’isola di calore finisce per fluire nei corsi d’acqua locali, stressa con la sua più elevata temperatura le specie native che si sono adattate alla vita in un ambiente acquatico più fresco.

Vivere in condizioni climatiche sempre più estreme è un fattore di rischio per la salute assai pesante. Nel 2019, pre-Covid, nella sola Francia sono morte quasi 1500 persone a causa del caldo record dell’estate.

Ma cosa concorre alla formazione delle isole di calore? Diversi fattori, suggerisce EPA – l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente, che intanto amplia il discorso non solo alle megalopoli: le sacche di calore possono formarsi in condizioni disparate, di giorno o di notte, in città piccole o grandi, ma anche in aree suburbane, in climi settentrionali o meridionali, e in qualsiasi stagione.

Isole di calore: le cause del surriscaldamento urbano

La stessa EPA suggerisce i fattori scatenanti. Il poco verde nelle città è al primo posto. Alberi e vegetazione tendono a raffreddare l’aria fornendo ombra, facendo traspirare l’acqua dalle foglie delle piante e facendo evaporare l’acqua superficiale.
Tetti, strade, edifici, marciapiedi e parcheggi forniscono meno ombra e umidità dei paesaggi naturali e quindi contribuiscono all’innalzamento delle temperature. Gli stessi materiali usati per costruire case e infrastrutture concorre al fenomeno. Spesso, infatti, le isole di calore si formano durante il giorno e diventano più pronunciate dopo il tramonto a causa del lento rilascio di calore dai materiali urbani.

La stessa struttura urbana amplifica il problema. Dimensioni e spazi tra gli edifici all’interno di una città influenzano il flusso del vento e la capacità dei materiali urbani di assorbire e rilasciare l’energia e calore del sole. Nelle aree fortemente sviluppate, le superfici e le strutture ravvicinate costituiscono grandi masse termiche che non dissipano facilmente calore. “Le città con molte strade strette ed edifici alti diventano canyon urbani, che possono bloccare il flusso naturale del vento che porterebbe effetti di raffreddamento”, suggerisce l’Agenzia USA.

Tra le cause, naturalmente, c’è anche il calore generato dalle attività umane. Dai veicoli, ai condizionatori d’aria, è tutto un aggiungere caldo a caldo. Infine ci sono anche fattori meteo e geografici.

Isola di calore di giorno e di notte

Foto Shutterstock

Isole di calore: le soluzioni passano dal verde alla tecnologia

Definite le cause, è possibile anche tentare di arginare e migliorare la situazione, adottando determinate strategie.

La prima passa dalla necessità di contare su maggiore verde urbano. Aumentare il numero di piante, come testimoniano studi scientifici, aiuta molto. Quindi, occorre dare spazio specie agli alberi con ampi rami che offrono possibilità di ombreggiamento maggiore. Contribuiscono a migliorare le cose i tetti verdi, ma anche i “tetti freddi”. Si tratta di coperture con pitture o membrane riflettenti. Questi materiali o rivestimenti che riflettono sensibilmente la luce del sole e il calore permettono di ridurre le temperature del tetto, aumentando il comfort degli occupanti e riducendo la domanda di energia. Sono preziosi alleati anche le soluzioni per la gestione integrata delle acque meteoriche. Prati, giardini e piante entrano di nuovo in gioco anche in questo senso, le pareti verdi.

Servono anche misure per ridurre il traffico veicolare, oltre che convertire quanto prima le fonti di riscaldamento verso soluzioni meno impattanti.
Anche la tecnologia può essere di aiuto. Un esempio è quanto fatto dal Comune di Firenze che ha definito un accordo con Istituto per la bioeconomia del CNR per mappare la città in aree climatiche ‘hot’ e ‘cold’ attraverso fonti satellitari Nasa, in modo da definire tre livelli di criticità e intervenire in modo mirato mitigando le isole di calore.

Andrea Ballocchi

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