Wise Society : Gli indigeni Guna hanno iniziato a lasciare l’isola di Gardi Sugdub, destinata a essere sommersa dall’oceano

Gli indigeni Guna hanno iniziato a lasciare l’isola di Gardi Sugdub, destinata a essere sommersa dall’oceano

di Valentina Neri
18 Giugno 2024

Gli indigeni Guna sono migranti climatici: sono stati costretti a trasferirsi a Panama, sulla terraferma, abbandonando un’isola resa inabitabile dalla crisi climatica.

Sono circa trecento le famiglie che, a giugno, hanno dovuto dire addio al luogo in cui sono nate e cresciute. Perché quel luogo inizia a diventare inadatto a ospitare un qualsiasi insediamento umano. Tra non molto potrebbe smettere di esistere. Queste trecento famiglie fanno parte del popolo indigeno Guna e hanno abbandonato l’isola di Gardi Sugdub, nell’arcipelago di San Blas, per trasferirsi sulla terraferma, a Panama.

Case degli indigeni Guna

Foto Shutterstock

Il destino di Gardi Sugdub, “l’isola che scompare”

Gardi Sugdub è un’isola che si trova al largo della costa settentrionale di Panama e da un secolo ospita circa 1.300 membri della comunità indigena Guna, insediatisi in una cinquantina di isole dopo essere sopravvissuti alla colonizzazione spagnola all’inizio del XVI secolo. Dalle foto aeree appare claustrofobica e, in effetti, lo è: misura appena 400 metri per 125, all’incirca come cinque campi da calcio messi insieme. I bambini non hanno a disposizione parchi dove giocare; le nuove famiglie non riescono a lasciare le case dei genitori, perché non ne esistono altre di libere. In origine, questo territorio era ancora più piccolo: gli abitanti l’hanno espanso artificialmente, distruggendo le barriere coralline e ritrovandosi ancora più esposti a tempeste e correnti.

Come spiega nel dettaglio un rapporto dell’organizzazione umanitaria Human Rights Watch, infatti, le inondazioni sono ormai una routine, soprattutto nella stagione delle piogge che va da novembre a febbraio. Ma, dagli anni Novanta, sono diventate più frequenti e distruttive. Considerato che il punto più alto dell’isola supera di appena un metro il livello del mare, e che – a causa della crisi climatica – quest’ultimo ormai cresce di 3,4 millimetri all’anno, l’isola dovrà inevitabilmente essere abbandonata entro la fine del secolo. Perché, di fatto, scomparirà dalle cartine geografiche.

Il trasferimento obbligato degli indigeni Guna 

Per questo, il governo di Panama ha costruito da zero un insediamento urbano chiamato Nuevo Cartí, nell’entroterra, con abbastanza spazio, abitazioni e infrastrutture per poter ospitare 1.350 persone. Andando incontro alle richieste che alcuni membri della comunità Guna avanzavano ormai da un decennio, intimoriti ed esasperati da una situazione che appariva ormai invivibile. La maggioranza degli abitanti dell’isola ha dunque accettato di spostarsi; circa duecento, però, hanno preferito restare nel luogo che hanno sempre chiamato casa.

Non è infatti un cambiamento indolore, perché l’identità stessa di un popolo indigeno è legata a doppio filo al territorio in cui vive; e i Guna non fanno eccezione. Oltre alle tradizioni, anche il loro sostentamento economico dipende dalle risorse dell’isola, trattandosi di un popolo di pescatori che negli ultimi anni si sono in parte convertiti al turismo, anche approfittando della maggiore offerta di collegamenti con la terraferma e le altre isole circostanti. Ci sarà dunque un grosso lavoro da fare per aiutarli a ricostruire la propria comunità, rispettando e tutelando le loro tradizioni.

Casa sull'isola di San Blas, a Panama

Foto Shutterstock

Quanti sono i migranti climatici

La storia di Gardi Sugdub ci racconta qualcosa di come sarà il futuro dei piccoli Stati insulari e di tanti altri territori che, progressivamente, diventeranno inabitabili per colpa di una crisi climatica innescata dall’uomo. I dati che abbiamo sui cosiddetti migranti climatici sono ancora lacunosi, anche perché il fenomeno stesso è molto sfaccettato. C’è chi si sposta a causa di fenomeni di lungo periodo, come appunto l’innalzamento del livello dei mari, e chi è costretto a fuggire da un giorno all’altro a causa di uragani, cicloni, incendi. C’è chi valica i confini del proprio Stato di origine e chi invece ci rimane, ma cambiando zona (questa è la circostanza ad oggi più comune).

L’ultimo rapporto dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) fa sapere che 281 milioni di persone vivono in uno stato diverso da quello in cui sono nate, cioè il 3,6% della popolazione globale. Il dato fa riferimento al 2020 ed è più che triplicato rispetto al 1970. A fine 2022 sono 117 milioni le persone in movimento a causa di conflitti, violenze, disastri e violazioni dei diritti umani: è il numero più alto mai registrato nei tempi moderni, come conferma l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) nel report Global trends. Ciò significa che, nel mondo, una persona ogni 69 è stata costretta a scappare contro la propria volontà.

Perché manca lo status di “rifugiato climatico”

I termini migranti e rifugiati talvolta vengono impropriamente usati come sinonimi, ma in realtà sono status totalmente differenti a livello legale. Un migrante è chiunque si sposti dal suo luogo di provenienza, per qualsiasi motivo: per sfuggire dalla povertà, per ricongiungersi con la propria famiglia, per studiare all’estero o, semplicemente, per costruirsi un futuro più prospero. Il rifugiato è un migrante a cui viene garantito uno status di protezione internazionale, ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951 e di altri trattati successivi, perché si trova al di fuori del proprio Paese d’origine a causa di persecuzioni, conflitti, violenze o altre circostanze che minacciano l’ordine pubblico.

E i rifugiati climatici? Tecnicamente, non esistono: ad oggi, il diritto internazionale non annovera l’ambiente tra le cause di “persecuzione” che fanno scattare questo status. Ciò non toglie – chiarisce l’UNHCR – che una persona impossibilitata a tornare a casa abbia diritto a chiedere protezione, assistenza e supporto.

Valentina Neri

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