Wise Society : Il settore zootecnico nasconde il suo impatto sul clima

Il settore zootecnico nasconde il suo impatto sul clima

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22 Luglio 2025

Si tratta di una delle principali responsabili del riscaldamento globale. Eppure non esita a influenzare la politica e l’opinione pubblica pur di difendere lo status quo: ecco come

C’è un preciso settore industriale che, giorno dopo giorno, distrae la politica e l’opinione pubblica dal proprio gigantesco impatto sul clima. Giorno dopo giorno, cerca di rimandare qualsiasi normativa volta ad affrontare il problema. E schiera un esercito di lobbisti impegnati a sviare l’attenzione dell’agenda politica. Sono aziende che conosciamo molto bene: ci abbiamo a che fare ogni volta che entriamo in un ristorante o in un supermercato. Stiamo parlando dei colossi della carne e dei latticini. Un report scritto dalla fondazione Changing Markets nel 2024 mette nero su bianco le loro strategie volte a indebolire l’azione per il clima.

Allevamento intensivo di maiali

Foto Shutterstock

L’impatto di carne e latticini sul clima

Iniziamo tracciando alcuni punti fermi. Per evitare che la crisi climatica assuma le dimensioni di una catastrofe, bisogna riuscire a limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali, entro la fine del secolo. È la soglia più ambiziosa prevista dall’Accordo di Parigi sul clima, sulla base delle indicazioni delle massime autorità scientifiche internazionali. Per raggiungere questo obiettivo, è indispensabile ridurre il consumo di prodotti di origine animale.

Carne e latticini contribuiscono al 14,5% delle emissioni globali di gas serra. In parte perché gli animali le producono direttamente (è il caso del metano emesso dai bovini); in parte perché si consuma suolo per fare spazio al bestiame e alle piantagioni di colture da destinare a mangimi.

In termini di emissioni medie di gas serra, il confronto tra fonti proteiche è impietoso: 17,7 kg di CO2 per ottenere 50 grammi di proteine dalla carne rossa, 0,4 per ottenere la stessa quantità di proteine dai fagioli. Il fatto che quella carne rossa provenga da un piccolo allevamento biologico o da un gigantesco capannone intensivo fa la differenza per il benessere animale, ma non per l’impatto sul clima (se non in minima parte).

Allevamento intensivo di polli

Foto Shutterstock

Le strategie dell’industria di carne e latticini

Di fronte a questi dati di fatto, l’industria di carne e latticini fa di tutto per evitare di mettersi in discussione. Proprio come avevano fatto, prima di lei, i colossi del tabacco, del petrolio e della plastica. Il report suddivide le loro tattiche in tre categorie: distrarre, rimandare e sviare. Gli esempi sono innumerevoli.

Distrarre significa, per esempio, infarcire le confezioni e le pubblicità di claim ambientali ambigui e inconsistenti. In una parola fare greenwashing, illudendo i consumatori di aver abbattuto il proprio impatto ambientale quando in realtà accade l’esatto contrario. È vero infatti che i grandi nomi del settore hanno fissato obiettivi climatici: ma, confrontandoli con gli standard fissati dalle Nazioni Unite, spesso e volentieri si rivelano insufficienti. Tra le migliori c’è Danone e sembra promettente anche Nestlé; bocciatura su tutti i fronti per il colosso brasiliano della carne JBS.

Aziende come Fonterra, Nestlé e Arla (ma non solo) spendono più soldi in pubblicità che in ricerca e sviluppo. Rimandando, così, gli sforzi – quanto mai necessari e urgenti – per abbattere le proprie emissioni di CO2. Delle 22 imprese analizzate dal report, almeno 16 di recente hanno parlato pubblicamente di tecnologie per tagliare le emissioni. Soltanto una (sempre Danone) ha però fissato un vero e proprio obiettivo di riduzione del metano. Molte altre hanno dato spazio a soluzioni ben poco efficaci, oppure applicate solo su piccola scala.

Sviare, infine, significa spendere milioni in donazioni politiche e lobbismo diretto e indiretto per poter influenzare la politica ai massimi livelli. Il report fa nomi e cognomi di casi di conflitto di interesse, in cui i politici votano sui sussidi di cui loro stessi beneficeranno; oppure di porte girevoli, cioè esponenti dell’industria “prestati” alla politica in qualità di esperti. Figure del genere non possono essere neutrali. E si spiega così il trattamento piuttosto tenero che le istituzioni statunitensi ed europee riservano all’industria della carne e dei latticini.

Il caso dell’Italia

In Italia, questo settore economico è una potenza. Il nostro Paese è al 21mo posto nella graduatoria dei maggiori produttori globali di carne (con un costante aumento tanto delle importazioni quanto delle esportazioni) e al 14mo nella classifica dei produttori di latte e formaggi. Il consumo proteico pro capite, ben superiore a quello raccomandato, è soddisfatto in modo preponderante dalle proteine di origine animale. Nonostante quelle vegetali si siano rivelate più sane, economiche e sostenibili.

Un cittadino italiano medio nel 2020 ha mangiato 94 bistecche e 118 petti di pollo. Dare più spazio agli alimenti vegetali nella dieta, dunque, significa scardinare un solido retaggio culturale e intaccare interessi economici che hanno un certo peso. Non c’è da stupirsi, dunque, se anche nel nostro Paese le lobby dell’industria stiano facendo tutto il possibile per tutelare lo status quo.

Non stupisce, dunque, che le istituzioni tricolori abbiano preso posizioni quanto meno conservatrici in termini di alimentazione. Vietando, per esempio, di dare nomi che ricordano la carne a prodotti trasformati che contengono proteine vegetali (come ad esempio “salsiccia vegana”).

L’Italia è anche il primo e unico Stato europeo a vietare la produzione e l’immissione sul mercato di carne coltivata, soffocando così sul nascere una filiera promettente. Lo studio di Changing Markets va a scandagliare i tweet pubblicati nei giorni caldi del dibattito, svelando alcuni picchi sospetti di disinformazione orchestrati da un numero limitato di account (anche stranieri). Un caso concreto che dà buone ragioni per preoccuparsi per il dilagare delle teorie complottiste che ostacolano la transizione ecologica.

Valentina Neri

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