Wise Society : In Ghana si consuma la tragedia della Fast Fashion

In Ghana si consuma la tragedia della Fast Fashion

di Paola Greco
27 Aprile 2026
SPECIALE : Moda tossica

Milioni di capi usati arrivano ogni settimana ad Accra da Europa, Stati Uniti e Asia: fino alla metà è già inutilizzabile e diventa rifiuto, trasformando il Ghana nel punto finale della filiera del fast fashion e rivelando il lato nascosto di un sistema che scarica altrove i propri costi ambientali ed economici

Il Ghana, crocevia atlantico dell’Africa occidentale, si è ormai trasformato nell’ultima tappa di un flusso globale di rifiuti tessili derivanti dal fast fashion internazionale. Ogni settimana, come evidenziato dal report di Greenpeace “Fast fashion slow poison”, nei porti di Accra arrivano circa 15 milioni di capi usati: un fiume inarrestabile di balle da 45 a 100 chili l’una, provenienti da Europa, Regno Unito, Cina e Stati Uniti, di cui la metà è già inutilizzabile – bucata, sbiadita, impregnata di residui chimici o troppo usurata – e diventa immediatamente rifiuto. Insomma non si tratta di riuso ma di trasferimento sistematico di scarti, un flusso tossico di rifiuti che inonda il Paese, con impatti devastanti su ambiente, economia e salute. Il mercato di Kantamanto, cuore pulsante di Accra con i suoi 30 acri di banchi affollati, rappresenta il centro di questo sistema: qui, 7.000 venditori lottano contro montagne di scarti che nessuno vuole.

Fast Fashion in Ghana

Foto Shutterstock

Fast fashion in Ghana: un sistema che esporta rifiuti, non valore

Il commercio globale di abiti usati viene spesso presentato come una pratica sostenibile, capace di prolungare la vita dei capi e ridurre gli sprechi. Tuttavia, il funzionamento reale racconta una storia molto diversa: nel grande mercato di Kantamanto, ad Accra – uno dei più estesi al mondo per l’abbigliamento di seconda mano – migliaia di venditori locali acquistano balle a scatola chiusa, investendo cifre che possono arrivare a diverse centinaia di dollari.

Una volta aperte, però, una parte consistente dei capi si rivela invendibile. I locali chiamano questi indumenti obroni wawu, ovvero “vestiti dei bianchi morti”: un’espressione che riflette la percezione che hanno di merce di bassa qualità, spesso inutile o già compromessa. Secondo le stime di Greenpeace, quasi la metà dei capi viene scartato, generando perdite economiche significative per i commercianti, molti dei quali lavorano in condizioni precarie e senza alcuna tutela.

Questo dato mette in discussione un presupposto diffuso: la donazione non equivale automaticamente a sostenibilità. Secondo diverse analisi, solo una quota limitata degli abiti raccolti nei Paesi occidentali è effettivamente riutilizzabile, mentre il resto rappresenta eccedenza produttiva esportata. Il risultato è un sistema che consente ai Paesi più ricchi di ridurre la pressione interna sui rifiuti, trasferendo però il problema altrove.

Rifiuti tessili ghana

Rifiuti tessili dispersi nell’ambiente in Ghana – Foto Shutterstock

Gli impatti ambientali della fast fashion in Ghana: una crisi concreta

Le conseguenze ambientali sono evidenti e documentate. Greenpeace ha rilevato che oltre il 90% dei capi analizzati è composto da fibre sintetiche, in particolare poliestere. Si tratta di materiali derivati dal petrolio che non si degradano facilmente e che, nel tempo, rilasciano microplastiche nell’ambiente. Questo dato non è secondario, perché spiega la natura persistente e cumulativa dell’inquinamento generato dai rifiuti tessili. Gli effetti si manifestano su più livelli:

  • Inquinamento del territorio: i rifiuti si accumulano nei sistemi naturali e urbani, compromettendo corsi d’acqua come il fiume Odaw, lagune costiere come la Korle Lagoon e ampi tratti della costa atlantica. Le spiagge nei pressi di Accra sono ormai spesso descritte come distese di tessuti e frammenti plastici, con effetti diretti sulla biodiversità marina e sulle attività di pesca.
  • Danni alle infrastrutture urbane: i tessuti scartati contribuiscono a ostruire i sistemi di drenaggio, aggravando il rischio di allagamenti durante la stagione delle piogge. In contesti urbani già fragili, questo fenomeno amplifica la vulnerabilità delle comunità e rende più difficile la gestione delle emergenze.
  • Emergenza sanitaria legata allo smaltimento: nelle aree di smaltimento informale, come Old Fadama, sono state rilevate sostanze tossiche tra cui benzene e idrocarburi policiclici aromatici, derivanti sia dalla decomposizione dei materiali sia dalla combustione dei rifiuti. Bruciare gli abiti è infatti una pratica diffusa per ridurne il volume, ma comporta emissioni nocive che peggiorano la qualità dell’aria.

L’esposizione prolungata a queste sostanze è associata a problemi respiratori e ad altri rischi per la salute, in un contesto in cui le infrastrutture sanitarie e di gestione dei rifiuti sono limitate.

Ancora una volta, il peso di questa crisi ricade su comunità che non hanno contribuito in modo significativo alla produzione di questi scarti, ma che ne subiscono le conseguenze quotidiane.

Inquinamento da fast fashion in Ghana

Inquinamento da fast fashion ad Accra – Foto Shutterstock

Il vero nodo del problema: il modello del fast fashion

La situazione del Ghana non è un’anomalia, ma il risultato diretto di un modello produttivo globale. Il fast fashion si basa su cicli di produzione sempre più rapidi, prezzi estremamente bassi e qualità ridotta. Questo sistema incentiva un consumo frequente e una sostituzione continua dei capi, generando un eccesso strutturale di produzione.

A livello globale vengono immessi sul mercato decine di miliardi di indumenti ogni anno, molti dei quali hanno una vita utile molto breve: basti pensare che una parte significativa viene utilizzata solo poche volte o addirittura a volte nemmeno venduta, contribuendo ad alimentare un flusso costante di rifiuti tessili.

L’esportazione verso Paesi come il Ghana diventa quindi la soluzione più semplice: diverse analisi parlano di una forma di “colonialismo dei rifiuti”, in cui i costi ambientali e sociali vengono trasferiti dai Paesi consumatori a quelli che ricevono gli scarti. In questo senso, il Ghana rappresenta il punto finale di una filiera che inizia altrove.

Anche le abitudini di consumo giocano un ruolo chiave. L’idea che i vestiti possano essere semplicemente donati o riciclati contribuisce a mantenere in vita un sistema che, nei fatti, non riduce i rifiuti ma li redistribuisce. In Ghana, iniziative locali di riuso e upcycling cercano di mitigare l’impatto, trasformando parte degli scarti in nuovi prodotti, ma restano marginali rispetto ai volumi in arrivo.

La crisi di Kantamanto evidenzia quindi una contraddizione strutturale: un sistema globale che promuove il consumo rapido e a basso costo senza affrontare in modo efficace le conseguenze della propria sovrapproduzione.

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