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Impatto ambientale degli allevamenti: alla COP21 non se ne parla

La denuncia di CIWF Italia: "Se non dimezziamo i consumi di carne entro il 20150, la temperatura globale aumenterà di due gradi".

Fabio Di Todaro
10 dicembre 2015
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Impatto ambientale degli allevamenti: secondo la Fao è pari al 17,5% delle emissioni di gas serra globali – Foto iStock

Secondo i dati messi nero su bianco dalla FAO, l’impatto ambientale degli allevamenti è pari al 14,5% del totale alle emissioni di gas serra globali. Eppure, nonostante un ruolo tutt’altro che trascurabile sul peggioramento delle condizioni del pianeta, i temi legati alla zootecnia e – più in generale – alle abitudini alimentari dell’uomo sono rimasti fuori dai negoziati sui cambiamenti climatici in corso a Parigi. Un’assenza pesante, che ha costretto Ciwf Italia onlus, l’associazione italiana no profit che lavora per la protezione e il benessere degli animali negli allevamenti, a richiamare l’attenzione sul tema attraverso una petizione internazionale. La campagna è sostenuta anche da personaggi quali il giornalista americano Michael Pollan e, per l’Italia, dal geologo Mario Tozzi.

LE RESPONSABILITA’ DEGLI ALLEVAMENTI INTENSIVI – Secondo i dati attuali, le emissioni di gas serra nei Paesi sviluppati dovrebbero essere ridotte almeno dell’80% da qui al 2050, per avere una possibilità di restare sotto la soglia di pericolo rappresentata da un aumento medio della temperatura di due gradi. Una fotografia, quella scattata dalla Fao, che non è accompagnata però da un dibattito in questi giorni tra i principali leader mondiali. A Parigi non si sta discutendo dell’intensificazione sostenibile delle produzioni, che Ciwf ritiene non necessaria, oltre che – potenzialmente – controproducente. Riprendendo le conclusioni di uno studio pubblicato lo scorso anno sulla rivista Nature Climate Change, l’associazione ha ribadito che «se il sistema attuale di intensificazione dell’agricoltura e dell’allevamento resterà tale, condurrà a un aumento delle emissioni di gas serra del 77% entro il 2050». Quanto basterebbe per causare il tanto temuto aumento della temperatura mondiale di due gradi.

OCCORRE RIDURRE I CONSUMI DI CARNE – Lo stesso studio conclude che le emissioni di agricoltura e allevamenti possono diminuire solo con una riduzione del cinquanta per cento dello spreco di cibo e con un cambiamento nella dieta. Questo implicherebbe una riduzione del consumo di carne in molte regioni del pianeta, ma comprenderebbe anche un aumento del consumo in altre regioni in cui viene ora consumata in scarse quantità. Le evidenze non mancano: dimezzando – a livello individuale – la spesa di carne, latte e uova nella sola Unione Europa, le emissioni calerebbero tra il 25 e il 40 per cento. Per spiegare questi dati occorre ricordare che l’industria della carne macina gas serra in tutte le tappe della sua filiera: dalla Foto iStockdeforestazione necessaria per produrre piante da utilizzare come mangimi animali alla digestione degli alimenti da parte degli animali. E il problema non è soltanto rappresentato dalle emissioni di anidride carbonica, ma pure da quelle di metano e protossido d’azoto, gas considerati molto più inquinanti dell’anidride carbonica.

LE RICHIESTE DI CIWF – Alla luce di tutti questi dati, stupisce l’assenza del tema degli allevamenti intensivi dalla COP21 in corso a Parigi. «Se la conferenza deve sviluppare una road-map credibile per limitare il riscaldamento globale al limite dei due gradi, l’allevamento e un cambiamento nella dieta devono essere presi in considerazione molto seriamente – afferma Annamaria Pisapia, direttrice di Ciwf Italia onlus – Chiediamo anche che nell’accordo di Parigi venga incluso l’obiettivo di riduzione del cinquanta per cento del consumo di carne nei paesi sviluppati entro il 2030».

Twitter @fabioditodaro

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