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Giorgio Vacchiano: le foreste sono ai suoi piedi

Recentemente nominato da Nature tra gli undici migliori scienziati emergenti, studia come prevedere la probabilità di diffusione degli incendi, la crescita delle foreste naturali e artificiali e la loro capacità di protezione idrogeologica

Fabio Di Todaro
6 novembre 2018
giorgio vacchiano, foreste, nature

«è un bel segnale quello di premiare chi studia le foreste» ha dichiarato Giorgio Vacchiano, dopo aver saputo di essere stato selezionato dalla rivista Nature come uno degli undici migliori scienziati emergenti al mondo,

Il mondo, per riprendere lo slogan coniato da «Nature», «è ai suoi piedi». Giorgio Vacchiano, 38 anni, ricercatore del dipartimento di scienze agrarie e ambientali dell’Università degli Studi di Milano, è stato selezionato da una delle più celebri riviste scientifiche tra gli undici migliori scienziati emergenti al mondo su cinquecento profili esaminati. Nell’articolo si dice che Vacchiano, alle spalle di altri dieci colleghi, «sta lasciando il segno nella scienza». Nel caso specifico, l’attività ha come oggetto la gestione forestale, il cambiamento climatico e i disturbi naturali nelle foreste temperate europee. «Sono andato nei boschi perché volevo vivere liberamente e affrontare solo i fatti essenziali della vita – afferma lo studioso, quasi sorpreso per l’attenzione sollevatasi attorno alla sua persona -. Voglio imparare tutto ciò che la natura ha da insegnarmi e non scoprire, alla fine di tutto, di non aver mai vissuto».

UN PREMIO A CHI STUDIA COME CAMBIA L’AMBIENTE – Da sempre appassionato di natura e di montagna, Vacchiano è laureato in scienze forestali e ambientali all’Università di Torino, dove ha conseguito anche un dottorato in scienze agrarie, forestali e agroalimentari. A seguire anni da ricercatore all’estero e al Joint Research Centre di Ispra (Varese), prima dell’approdo, a febbraio di quest’anno, nel gruppo di Osvaldo Failla, direttore del dipartimento di scienze agrarie e ambientali dell’ateneo meneghino. Il riconoscimento raggiunto lo ha sorpreso non poco, perché «in fondo c’è chi lavora per curare malattie molto gravi, mentre io mi occupo soltanto delle foreste». Una considerazione che denota un’umiltà apprezzabile, ma che non impedisce a Vacchiano di attribuire il giusto valore al titolo assegnatogli. «Fa piacere, certamente anche a livello personale. Ma soprattutto perché è un bel segnale quello di premiare chi studia le foreste, senza le quali il riscaldamento globale crescerebbe di un terzo. Stiamo parlando di un ecosistema che assorbe il trenta per cento degli inquinanti prodotti dalle attività dell’uomo». Al centro della sua attività la gestione forestale, la capacità di resistenza e resilienza delle foreste ai cambiamenti climatici, lo studio delle conseguenze di incendi e altri «disturbi naturali» sulle foreste temperate italiane e europee, collaborando con team di ricerca italiani, europei e nordamericani a numerose ricerche sulla «dinamica» delle foreste.

UNA CARRIERA DA SCIENZIATO E DIVULGATORE – Qual è lo stato dell’arte? «In alcune zone del mondo, la perdita di alberi e dunque di boschi è progressiva. In Italia, invece, assistiamo al fenomeno opposto: quest’anno la superficie boschiva ha superato quella agricola», afferma il ricercatore che, ricorrendo ai modelli matematici, studia come prevedere la probabilità di diffusione degli incendi, la crescita delle foreste naturali e artificiali e la loro capacità di protezione idrogeologica: tutti temi di cruciale importante per i responsabili della pianificazione forestale, chiamati a prendere le migliori decisioni per il futuro delle nostre foreste e di ciò che queste offrono all’uomo (biodiversità, protezione idrogeologica e materie prime rinnovabili). Altro campo di studi a cui Giorgio Vacchiano – abile anche come divulgatore, attraverso il sito personale e prossimamente grazie anche a un portale interamente dedicato alle foreste – si è avvicinato negli ultimi anni la ricerca sulle relazione tra cambiamenti climatici e produzione di fiori, frutti e semi su cui è tra gli autori di una recente pubblicazione sulla rivista «Ecology Letters», nella quale si chiarisce come, in presenza delle condizioni ambientali adatte, gli alberi «scelgano» di destinare le risorse a loro disposizione alla produzione di frutti piuttosto che alla crescita legnosa.

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Senza le foreste il riscaldamento globale crescerebbe di un terzo, Photo by Keenan Barber/Unsplash

L’INTERESSE RIVOLTO AL LEGNO COME MATERIALE «PULITO» – Detto ciò, «il legno è un materiale e una fonte energetica rinnovabile e pulita. Se raccolto e utilizzato correttamente e a certe condizioni, il suo prelievo può essere compatibile con la conservazione delle altre funzioni che le foreste svolgono per noi, come la protezione del suolo e la mitigazione del clima». Da qui l’importanza della ricerca attraverso i modelli matematici, che aiutano a prevedere la risposta della vegetazione a un clima che continuerà a cambiare.

Twitter @fabioditodaro

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