Tutto sul protocollo GHG: significato e come si calcolano le emissioni GHG
Quando si parla di cambiamento climatico, spesso vengono in mente solo gli effetti. Lo scioglimento dei ghiacciai, le ondate di calore, gli eventi meteorologici estremi.Molto meno noto è lo strumento con cui governi e organizzazioni misurano la causa alla radice di questi fenomeni: le emissioni di gas serra. È qui che entra in gioco il GHG Protocol, lo standard internazionale più utilizzato al mondo per calcolare, monitorare e rendicontare le emissioni di CO₂ e degli altri gas climalteranti.
Perché senza un metodo condiviso, i dati rischierebbero di essere incompleti, ma soprattutto di essere poco confrontabili, tanto da risultare fuorvianti. In questo, il protocollo GHG si pone come un vero e proprio linguaggio comune, un punto d’incontro che consente a una multinazionale in Europa, un ente pubblico in Asia e una PMI in Italia di parlare la stessa lingua quando si tratta di carbon footprint. Permette di distinguere tra diverse tipologie di emissioni, confrontare le performance ambientali e stabilire strategie credibili di riduzione. Oggi come oggi che la sostenibilità non è più un optional -anche se non avrebbe dovuto esserlo dal principio-, il GHG Protocol è diventato uno strumento essenziale per dimostrare trasparenza e concretezza nelle proprie azioni contro la crisi climatica.
Scopriamo in questo articolo com’è strutturato nel dettaglio, a cosa serve, quali sono gli obiettivi che si pone e come si calcolano le emissioni GHG.

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Cosa sono le emissioni GHG: significato
Dall’inglese Greenhouse Gases -ovvero gas a effetto serra-, le emissioni GHG sono i rilasci nell’atmosfera di tutti quei gas considerati responsabili del riscaldamento globale. Si tratta di sostanze che, una volta emesse, intrappolano parte della radiazione solare riflessa dalla Terra, creando una sorta di “coperta” che aumenta la temperatura media del pianeta. E, considerando che la soglia che ci siamo prefissati è già stata superata una volta, è decisamente meglio tenere a bada l’emissione di questi gas. Ma quali sono?
Il principale gas serra è l’anidride carbonica (CO₂): è quello presente in quantità maggiore, ed è prodotto soprattutto dalla combustione di carbone, petrolio e gas naturale.
Abbiamo poi:
- Metano (CH₄): emesso dall’agricoltura intensiva, dagli allevamenti e dalla gestione dei rifiuti organici;
- Protossido di azoto (N₂O): legato principalmente all’uso di fertilizzanti e a processi industriali;
- Gas fluorurati: come gli HFC e i PFC, utilizzati nei refrigeranti e in alcune applicazioni industriali. Sono molto potenti nel trattenere calore.
Perciò, quando si parla di emissioni GHG, si fa riferimento alla quantità totale di questi gas rilasciata da un’attività umana, da un settore economico o da un intero Paese. Per renderli confrontabili, vengono espressi in tonnellate di CO₂ equivalente (CO₂e), un’unità che traduce il potere climalterante di ogni gas rispetto all’anidride carbonica.

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A cosa serve il GHG protocol
Il GHG Protocol ha il principale obiettivo di fornire un quadro di riferimento chiaro, condiviso e internazionale per misurare, gestire e rendicontare le emissioni di gas serra prodotte da aziende e governi. In altre parole, è lo “standard” che aiuta chiunque debba calcolare la propria impronta climatica a farlo nel modo più comparabile e trasparente possibile. In questo modo, si evitano le differenze dovute ai criteri arbitrari.
Il protocollo non si limita al calcolo: è anche uno strumento di pianificazione, che permette di mettere in piedi strategie di riduzione delle emissioni, fissando obiettivi e monitorando i progressi.
È, poi, la base per i report di sostenibilità aziendale, per i bilanci ambientali e per aderire a programmi internazionali come il CDP (Carbon Disclosure Project) o le iniziative dell’ONU. Governi e istituzioni lo utilizzano per costruire inventari nazionali di emissioni e verificare i risultati delle politiche di mitigazione. Un modo, di fatto, per passare dalle semplici intenzioni alle azioni concrete.

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Gli obiettivi del Greenhouse Gas Protocol
Per ricapitolare e mettere tutto in ordine, possiamo riassumere gli obiettivi del GHG Protocol in alcuni punti chiave:
- Creare un linguaggio comune, fornendo regole e criteri condivisi a livello internazionale. Così aziende e organizzazioni possono calcolare le emissioni in modo uniforme, comparabile;
- Migliorare la trasparenza: è un mezzo per rendere i dati sulle emissioni chiari, verificabili e comprensibili, riducendo il rischio di “greenwashing” e dichiarazioni non supportate da numeri effettivi;
- Guidare le strategie di riduzione: come detto, non si limita a favorire il monitoraggio, ma permette alle organizzazioni di individuare le principali fonti di emissioni e costruire piani di abbattimento mirati;
- Supportare la rendicontazione: è uno strumento utile per costituire la base dei report di sostenibilità, dei bilanci ESG e delle comunicazioni obbligatorie verso investitori e stakeholder;
- Incoraggiare innovazione e competitività sostenibile: spingere le aziende a migliorare i propri processi produttivi, riducendo costi ed emissioni, con benefici sia ambientali che economici.
Il protocollo è uno strumento prezioso per svariate ragioni, in poche parole. Aiutando a tradurre gli impegni degli Accordi di Parigi in dati concreti e monitorabili, facilita il raggiungimento degli obiettivi climatici globali.

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A chi si rivolge il protocollo GHG
Il Greenhouse Protocol si rivolge a un pubblico piuttosto ampio, perché la gestione delle emissioni riguarda diversi livelli della società e dell’economia.
Più nel dettaglio, è pensato in primo luogo per governi e istituzioni pubbliche, che lo utilizzano per compilare gli inventari -nazionali e locali- delle emissioni, ma anche per monitorare i progressi verso gli obiettivi climatici. Tra i principali destinatari ci sono anche aziende e organizzazioni private, perché possono usarlo per misurare le emissioni sia dirette che indirette, rendicontandole in modo trasparente.
Investitori e istituti finanziari hanno anch’essi bisogno di dati standardizzati e affidabili per valutare i rischi climatici delle aziende, indirizzando i capitali verso progetti sostenibili. Le ONG usano il GHG protocol come riferimento per monitorare gli impegni climatici, ma anche come strumento di sensibilizzazione sull’urgenza della riduzione delle emissioni.
Infine, anche città e amministrazioni locali possono trarre vantaggio dall’uso del protocollo: sempre più coinvolte nella transizione ecologica, lo possono applicare per migliorare la propria pianificazione energetica.

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Com’è strutturato il GHG protocol
Uno strumento così importante è fondamentale che sia ben strutturato: deve essere possibile per tutti comprenderlo e utilizzarlo al meglio. Per questo, il protocollo GHG è strutturato in modo da rendere chiaro quali emissioni conteggiare e come calcolarle più nello specifico. La sua architettura si basa su tre pilastri fondamentali: scope, principi operativi e linee guida.
Il protocollo suddivide le emissioni in tre categorie principali:
- Scope 1 (emissioni dirette): sono quelle prodotte direttamente dall’organizzazione, per esempio dai combustibili fossili usati negli impianti o nei veicoli aziendali;
- Scope 2 (emissioni indirette da energia acquistata): sono quelle che derivano dal consumo di energia elettrica, calore o vapore comprati da terzi;
- Scope 3 (altre emissioni indirette): coprono l’intera catena del valore, compresi fornitori, trasporti, viaggi di lavoro, utilizzo e smaltimento dei prodotti, fino agli investimenti finanziari.
Per quanto riguarda i principi operativi, sono cinque quelli su cui si fonda il GHG Protocol: pertinenza, completezza, coerenza, trasparenza e accuratezza. Vale a dire che i dati devono riflettere con precisione le attività dell’organizzazione, includere tutte le fonti significative, applicare lo stesso metodo nel tempo (per permettere confronti sensati), documentare tutto in modo chiaro e garantire la migliore stima possibile.
Il protocollo, poi, non è un documento unico: è una famiglia di standard, che si rivolgono a soggetti diversi. Corporate Standard è pensato per le aziende (focalizzato su Scope 1, 2 e 3), mentre Project Protocol serve a calcolare le emissioni evitate o ridotte da progetti specifici. Product e Value Chain Standards sono pensati per valutare l’impronta carbonica di prodotti e filiere, mentre Policy e Action Standard per governi e istituzioni.

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Come calcolare le emissioni GHG
Per tradurre le attività di un’azienda -o anche di un singolo cittadino- bisogna quindi calcolare le emissioni di gas serra in quantità di CO₂ equivalente (CO₂e), l’unità di misura che mette insieme i diversi gas serra.
Il GHG Protocol fornisce la metodologia per fare tutto questo, che si articola in diversi passaggi: in primis, la definizione del perimetro. Ci sono da tenere in conto sia i confini organizzativi -che decidono quali parti dell’azienda includere-, sia i confini operativi, che ci permettono di scegliere quali emissioni conteggiare.
Dopodiché, si passa alla raccolta dei dati. Identifichiamo tutte le attività che generano emissioni: consumo di combustibili, consumo di elettricità, trasporti, rifiuti prodotti e smaltimento…
A questo punto, applichiamo i fattori di emissione. Ogni attività viene convertita in emissioni GHG tramite diverse formule, come per esempio:
Emissioni (CO₂e) = Attività × Fattore di emissione
Per fare qualche esempio:
- Litri di gasolio consumati × fattore di emissione del gasolio.
- kWh di elettricità usata × fattore medio del mix energetico nazionale.
I fattori di emissione sono disponibili in database internazionali (tra cui IPCC, DEFRA, ISPRA in Italia).
Dal momento che non esiste solo la CO₂, ma anche CH₄ (metano), N₂O, HFC e altri, ognuno viene convertito in CO₂e usando il suo Global Warming Potential (GWP) stabilito dall’IPCC.
Alla fine, si aggregano tutte le emissioni (dirette e indirette) per ottenere il dato finale espresso in tonnellate di CO₂e, da comunicare in report di sostenibilità, bilanci ESG o piani climatici che siano.

