Wise Society : Gas flaring, le fiamme che avvelenano il pianeta

Gas flaring, le fiamme che avvelenano il pianeta

di Valentina Neri
17 Luglio 2025

Cos’è e cosa comporta il gas flaring, una pratica che ha un enorme impatto sul clima e che si potrebbe azzerare, grazie alle tecnologie giuste e alla volontà politica

Ogni giorno, in vari Paesi del mondo, il gas naturale che fuoriesce dagli impianti petroliferi viene bruciato. Un fenomeno, chiamato gas flaring, che per ora non accenna a diminuire. Con conseguenze gravissime per il clima e per le comunità locali. Cerchiamo di capire meglio di cosa si tratta e quali effetti ha sul Pianeta e le persone.

Gas flaring

Esempio di gas flaring – Foto Shutterstock

Cos’è il gas flaring e cosa comporta

Durante l’estrazione del petrolio si libera una certa quantità di gas naturale: fin dalla seconda metà dell’Ottocento, quando ha preso il via lo sfruttamento degli idrocarburi, si è consolidata la routine di bruciarlo in una torcia. Questo è il significato di gas flaring.

La Banca mondiale parla di circa 148 miliardi di metri cubi di gas brucati nel 2023, in aumento rispetto ai 139 del 2022. Come sottolinea l’Agenzia internazionale dell’energia, sono quantità paragonabili rispetto a quelle del 2010.

Ci sono diverse ragioni per spiegare perché si è ricorre al gas flaring. In parte per motivi di sicurezza, perché così facendo si riduce rapidamente la pressione dell’impianto scongiurando il rischio di esplosioni o incendi. Altre volte, la motivazione è di tipo tecnico ed economico. Per recuperare il gas, traportarlo, processarlo e venderlo servirebbero infatti infrastrutture complesse e costose: in località remote, o se il gas liberato è troppo poco o destinato a venire venduto a un prezzo troppo basso, l’investimento rischia di rivelarsi anti-economico. Altre volte le normative sul tema sono parziali e lacunose, o addirittura apertamente sfavorevoli al riutilizzo del gas. 

Ma il flaring non è l’unico modo per gestire il gas “in eccesso”: esiste infatti anche il gas venting. La differenza tra gas flaring e gas venting sta nel fatto che in questo secondo caso il gas – di solito metano – non viene bruciato bensì rilasciato direttamente in atmosfera. A volte di proposito, per i motivi tecnici già menzionati, altre volte come perdita non controllata. Le conseguenze non sono comunque meno gravi.

Esempio di gas flaring

Foto Shutterstock

Gli impatti negativi del gas flaring

Gas flaring e gas venting sono innanzitutto uno spreco. La Banca mondiale sottolinea per esempio che, se i 148 miliardi di metri cubi di gas bruciati ogni anno venissero usati per produrre elettricità, sarebbero sufficienti per soddisfare il fabbisogno dell’intera Africa subsahariana.

Al dispendio di risorse si accompagna il gigantesco impatto sul clima, perché ogni metro cubo di gas bruciato genera 2,6 kg di CO2 equivalente. A conti fatti, dunque, il gas flaring riversa ogni anno oltre 350 milioni di tonnellate di CO2 equivalente: facendo riferimento ai dati del 2023, è più dell’intera economia egiziana.

Rispetto al gas flaring, il gas venting è un fenomeno meno visibile ma ancora più dannoso, perché il metano disperso in atmosfera ha un potere climalterante 80 volte maggiore, su un orizzonte ventennale, rispetto alla CO2 dovuta alla combustione del gas.

In un momento storico di sforzi condivisi per abbattere le emissioni e rallentare il riscaldamento globale prima che comporti conseguenze catastrofiche, il gas flaring vanifica parzialmente i risultati raggiunti con fatica. Ed è una pratica in larga parte evitabile.

Come evitare il gas flaring

Ridurre le emissioni di metano e porre fine al gas flaring associato alla produzione petrolifera è l’obiettivo della Global Flaring and Methane Reduction. L’alleanza, lanciata dalla Banca mondiale, si pone un orizzonte temporale al 2030 e riunisce governi, società del comparto energetico e organizzazioni multilaterali.

Le soluzioni tecnologiche, infatti, esistono. Tra le più diffuse c’è il recupero del gas in torcia attraverso sistemi, chiamati Flare Gas Recovery Units, che lo intercettano prima che venga bruciato e lo reimmettono nel ciclo produttivo. In alternativa, è possibile sfruttare il gas direttamente in loco per la produzione di elettricità tramite sistemi gas to wire. Un altro approccio efficace consiste nell’installazione di reti di raccolta (gas gathering systems) che convogliano il gas disperso da più punti verso un unico impianto di trattamento o stoccaggio. Quando l’infrastruttura lo consente, infine, si può reimmettere il gas direttamente nel giacimento (in questo caso si parla di gas reinjection).

Soprattutto, si può svincolare il sistema energetico dalla sua dipendenza di lunga data dai combustibili fossili, investendo sul solare, sull’idroelettrico, sull’eolico. Fonti di energia affidabili, pulite, a zero emissioni, che non comportano queste e altre conseguenze deleterie sul Pianeta in cui viviamo.

torcia del gas flaring

Foto Shutterstock

Esempi di gas flaring nel mondo

Dopo aver parlato di gas flaring in generale, scendiamo più nel concreto con una carrellata (non esaustiva) di casi celebri nel mondo.

Eni in Mozambico

Attraverso il report Fiamme Nascoste, l’associazione ReCommon punta il dito contro il gas flaring di Eni in Mozambico. Dall’analisi dei dati pubblici e delle immagini satellitari, i ricercatori sostengono infatti che l’impianto per l’estrazione e la liquefazione di gas Coral South FLNG avrebbe bruciato il gas in eccesso a più riprese fin dal 2022, anno di inizio della sua attività. Soprattutto, il colosso petrolifero italiano non avrebbe rendicontato a dovere tali episodi.

Secondo ReCommon, lo studio di impatto ambientale condotto per l’apertura dell’impianto avrebbe drasticamente sottostimato le emissioni totali del progetto. Nel 2022, il gas flaring associato avrebbe rappresentato – da solo e in appena sei mesi – l’11,2% delle emissioni dell’intero Mozambico per tutto l’anno.

Bp in Iraq

Unearthed, il ramo investigativo di Greenpeace, ha documentato invece il gas flaring in Iraq da parte delle compagnie petrolifere occidentali (BP in testa). Un fenomeno che per anni è sfuggito all’opinione pubblica, perché mancano dati ufficiali.

Soltanto il giacimento petrolifero di Rumalia, che vanta una produzione pari a 1,45 milioni di barili al giorno e nel 2020 è fruttato 358 milioni di dollari in profitti per BP, nel 2021 ha bruciato 3,39 miliardi di metri cubi di gas, riversando in atmosfera 9,5 milioni di tonnellate di CO2 equivalente.

Gli abitanti della zona, abituati a respirare quotidianamente fumi tossici, temono che sia questa la causa di gravi problemi di salute, incluso il cancro. A fine marzo 2025 BP ha siglato un accordo per sviluppare altri giacimenti petroliferi nella provincia di Kirkuk, a nord del Paese, e contestualmente ridurre il gas flaring.

Shell in Nigeria

Sono tristemente noti anche i drammatici impatti ambientali degli sversamenti di petrolio e del gas flaring in Nigeria. Per la precisione nel delta del Niger, dove il colosso anglo-olandese Shell gestisce 27 pozzi petroliferi. Anche in questo caso, la compagnia ha promesso di azzerare entro il 2025 il gas flaring di routine in tutti gli impianti di estrazione che gestisce direttamente. Un obiettivo che anticipa quello della coalizione guidata dalla Banca mondiale ma, comunque, non può cancellare le sofferenze vissute dalla popolazione.

Exxonmobil in Guyana

ExxonMobil è invece fautore dell’affermazione della Guyana come petrostato. Il colosso petrolifero a stelle e strisce è l’operatore del blocco offshore Stabroek, la cui produzione è pari a 650mila barili al giorno e – a seguito del via libera ad altri tre siti – raddoppierà entro il 2027. Il governo ha spianato la strada a questi investimenti, che hanno effettivamente fatto crescere visibilmente il prodotto interno lordo, senza però riuscire a risollevare la popolazione dalla povertà (il 43% dei residenti vive con meno di 5,50 dollari al giorno e la disoccupazione è al 14%). Tra le pratiche contestate c’è proprio il gas flaring che, secondo le organizzazioni ambientaliste, sarebbe adottato di routine e non limitatamente a casi specifici, come prevedono invece le licenze.

Valentina Neri

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