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Eruzioni campi flegrei: storia, zone a rischio e conseguenze

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16 Gennaio 2026

Cronologia, mappa delle aree a rischio e impatti delle eruzioni. Un viaggio tra i campi flegrei e i suoi vulcani eruttivi

L’attività vulcanica in Italia è una costante: ci siamo abituati, in un certo senso, soprattutto in Sicilia e in Campania. Qui, però, ci sono vulcani diversi da tutti gli altri: i Campi Flegrei sono un territorio vivo, complesso, in continua trasformazione. Prevedibile, ma fino a un certo punto. Un luogo in cui il suolo si solleva e si abbassa, come se respirasse; in cui il mare ribolle e la terra fuma. Non c’è un unico cratere da tenere sotto controllo, ma un’intera area che racconta tutta la storia dei Campi Flegrei, fatta di eruzioni colossali, silenzi apparenti e segnali continui. Chi ci vive vicino sa cosa notare, e ancor di più sa che la prossima eruzione dei Campi Flegrei, nelle zone a rischio, non si può mai sapere esattamente quando sarà. Ripercorriamo oggi la cronologia intera delle eruzioni dei Campi Flegrei, partendo dai grandi eventi del passato, per capire quali sono, queste zone a rischio, e quali potrebbero essere le conseguenze di una futura attività eruttiva. 

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Foto di Marta da Pixabay

Storia delle eruzioni dei campi flegrei e cronologia

Il bradisismo nei Campi Flegrei non è certo una novità del momento, anzi: parliamo di uno dei fenomeni geologici più antichi e caratteristici dell’area, per non dire del mondo. I Campi Flegrei sono una caldera vulcanica attiva formatasi nel corso di decine di migliaia di anni a seguito di eruzioni di enorme portata, che hanno modellato il territorio compreso tra Pozzuoli, Bacoli e parte della città di Napoli.

Una lunga storia, come si suol dire. Basti pensare che la prima grande eruzione qui risale a circa 39.000 anni fa, con l’evento noto come Ignimbrite Campana, una delle più potenti eruzioni mai avvenute in Europa. Questa esplosione provocò il collasso di una vasta area, dando origine alla caldera flegrea stessa e diffondendo ceneri vulcaniche su gran parte del Mediterraneo. Ci fu “silenzio” per molti anni, poi, fino a che non si verificò un secondo evento di grande importanza, circa 15.000 anni fa, con l’eruzione del Tufo Giallo Napoletano. Da questo episodio nacquero nuovi crateri e rilievi.

Negli ultimi 10.000 anni, l’attività dei Campi Flegrei è stata caratterizzata da eruzioni più frequenti ma meno catastrofiche, concentrate in singoli crateri come la Solfatara, il Monte Nuovo e l’area di Agnano. L’ultima eruzione vera e propria risale al 1538, quando in pochi giorni nacque il Monte Nuovo, modificando drasticamente la linea di costa e distruggendo molti dei villaggi e dei terreni agricoli circostanti. Da allora non si sono più verificate eruzioni, ma il sistema non è mai entrato in uno stato di quiete definitiva.

Anzi, a partire dall’epoca romana fino a oggi, l’area è stata segnata da numerosi episodi di bradisismo, termine con cui si fa riferimento a sollevamenti e abbassamenti del suolo. Noto è il caso del Serapeo di Pozzuoli, le cui colonne mostrano ancora oggi i segni dell’alternanza tra immersione e riemersione dal mare. Nel Novecento, più nello specifico tra il 1950 e il 1984, si sono registrati sollevamenti significativi del suolo accompagnati da sciami sismici, cosa che in molti casi ha costretto allo sgombero di parte della popolazione.

Oggi i Campi Flegrei sono costantemente monitorati dall’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) perché il bradisismo, l’emissione di gas e la sismicità sono chiari segnali di un sistema vulcanico ancora attivo. La storia delle eruzioni flegree mostra chiaramente che l’assenza di eruzioni non equivale a inattività, ma a una fase di equilibrio dinamico che può evolvere nel tempo, in un modo o nell’altro. 

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Foto Wirestock

Caratteristiche del vulcano dei Campi Flegrei

Se stai pensando al classico vulcano a cono, come il Vesuvio per intenderci, sei fuori strada. I Campi Flegrei sono tutt’altro che standard: sono una realtà più unica che rara. Un complesso vulcanico estremamente vasto e complesso, caratterizzato da una struttura chiamata caldera.

Una caldera è un’area depressa di forma quasi circolare, nata dal crollo del suolo dopo eruzioni esplosive di enorme portata. Nel caso dei Campi Flegrei, questa depressione si estende a ovest di Napoli, da Monte di Procida fino a Posillipo, comprendendo anche una parte sottomarina nel Golfo di Pozzuoli.

A differenza dei vulcani cilindrici con un singolo cratere grosso nel punto più alto, i Campi Flegrei rappresentano un campo vulcanico attivo da decine di migliaia di anni, con decine di crateri, edifici vulcanici, laghi e sistemi fumarolici sparsi all’interno della caldera. Alcuni dei più famosi sono la Solfatara, con le sue emissioni di gas sulfurei, il lago d’Averno e gli Astroni, reliquie di antiche attività. 

Una delle caratteristiche geologiche più tipiche di questa zona è il bradisismo, un fenomeno di lento sollevamento e abbassamento del suolo causato dalle variazioni di pressione nel sottosuolo legate, a loro volta, a fluidi e magma profondo. Un movimento percettibile anche a occhio nudo, dal momento che nel corso dei secoli ha provocato l’alternanza di periodi di innalzamento e sprofondamento, testimoniate da strutture come il Tempio di Serapide a Pozzuoli con colonne incise dal mare. 

L’ultima eruzione, lo abbiamo detto, si è verificata nel 1538 (fu quella che diede origine al cono di Monte Nuovo): da quel momento in poi, però, i Campi Flegrei non si sono davvero mai spenti. Sono in uno stato definito quiescente o “dormiente”, anche se presentano comunque dei segnali costanti di attività come sismicità superficiale, emissioni di gas vulcanici e deformazioni del suolo. Tutto ciò viene monitorato in tempo reale dall’INGV Osservatorio Vesuviano, poiché una eventuale nuova esplosione potrebbe essere potenzialmente pericolosa. Fortunatamente, con il monitoraggio continuo è possibile comprendere le dinamiche sotterranee e, di conseguenza, prevenire eventuali fenomeni futuri. 

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Foto di Francesco Palermo da Pixabay

Le diverse tipologie di eruzione

Ai Campi Flegrei si possono verificare una varietà di fenomeni vulcanici, non un unico tipo di eruzione: questa complessità rende il comportamento ancora più complesso e imprevedibile. Vediamo quali sono le possibilità.

1. Eruzioni pliniane (o esplosive)

Sono le eruzioni più potenti e catastrofiche, caratterizzate da grandi colonne di cenere e gas che raggiungono tranquillamente le decine di chilometri di altezza. 

Nei Campi Flegrei, alcuni esempi storici riguardavano proprio delle eruzioni esplosive: la prima, per esempio, all’Ignimbrite Campana, fu di questo tipo. Ed ebbe effetti su vaste aree del Mediterraneo. 

Questo tipo di eruzione comporta la formazione di depositi di tufi e ignimbriti, con il collasso della caldera e la creazione di grandi depressioni.

2. Eruzioni freatomagmatiche

Quando il magma entra in contatto con l’acqua sotterranea, si verificano le eruzioni freatomagmatiche: esplosioni di vapore, acqua e frammenti di roccia. Nei Campi Flegrei sono frequenti, come nel caso della nascita del Monte Nuovo nel 1538, un’eruzione freatomagmatica che ha trasformato il territorio in pochi giorni. 

3. Eruzioni effusive o laviche

A differenza delle eruzioni esplosive, quelle effusive (o laviche) sono meno violente. In questo caso il magma fuoriesce in modo lento e “controllato”, formando le cosiddette colate laviche. 

Nei Campi Flegrei questo tipo di eruzioni è meno comune, ma si possono comunque osservare flussi di lava in alcune zone periferiche, soprattutto in epoche geologiche remote, che hanno contribuito a modellare colline e rilievi.

4. Attività fumarolica e solfatarica

Non tutte le manifestazioni vulcaniche portano a eruzioni con lava o esplosioni. Le zone come la Solfatara emettono continuamente gas sulfurei, vapore e piccoli getti di fango, cosa che indica chiaramente come ci sia ancora del magma nel suolo, a profondità variabili. Questo tipo di attività è chiamata eruzione debole o epifenomenica: a volte si limita a questo, altre volte può essere un segnale premonitore di fenomeni più intensi.

5. Bradisismo

Infine, il bradisismo. Non è un’eruzione in senso classico, ma un fenomeno peculiare dei Campi Flegrei che consiste nel sollevamento o abbassamento graduale del suolo, dovuto a variazioni di pressione dei fluidi e del magma sottostante. Anche se non provoca lava o esplosioni immediate, è un indicatore chiave della dinamica interna del vulcano e della possibilità futura di eruzioni. Un promemoria continuo e costante che qui, in questa zona, qualcosa è successo e potrebbe risuccedere prima o poi.

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Foto Dipartimento della Protezione Civile

Zone a rischio e aree interessate dalle eruzioni

Il problema dei Campi Flegrei è che non sono in una zona remota del mondo dove i danni eventuali non interesserebbero nessuno, anzi. Stiamo parlando di una delle aree vulcaniche più densamente abitate d’Europa, e questo implica che molte zone circostanti siano potenzialmente a rischio in caso di eruzione. In particolare, si distingue tra zone di allerta secondo la pianificazione della Protezione Civile Italiana: rossa, gialla e verde. 

    • Zona Rossa (massima pericolosità)
      Comprende Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida e alcune parti di Quarto e Napoli occidentale. Qui gli effetti di un’eruzione potrebbero essere devastanti: flussi piroclastici, caduta di ceneri, gas tossici e fenomeni di bradisismo intenso. La Zona Rossa ha la priorità in caso di evacuazioni preventive in caso di segnali di allarme.

  • Zona Gialla (pericolosità moderata)
    Comprende comuni limitrofi come Fuorigrotta, Bagnoli, Pianura, Licola e alcune aree costiere verso Pozzuoli. In questa fascia la popolazione potrebbe subire caduta di ceneri ed effetti secondari di un’eruzione più intensa.

  • Zona Verde (pericolosità bassa)
    Comprende comuni più lontani dal cratere: Marano, Quarto fuori dalla fascia rossa e alcune zone dell’entroterra. Qui gli effetti diretti sono limitati, ma in caso di eventi eccezionali le ceneri possono comunque raggiungere queste aree, e il bradisismo può provocare danni strutturali locali.

  • Zone sottomarine e laghi vulcanici
    Oltre al territorio emerso, i Campi Flegrei comprendono anche alcune aree sottomarine nel Golfo di Pozzuoli, con fondali instabili e fumarole marine. Anche i laghi vulcanici, come il Lago d’Averno e il Lago Lucrino, possono diventare fonti di emissione di gas o di colate piroclastiche secondarie.

Non tutte le minacce, poi, sono visibili a occhio nudo: il bradisismo, le emissioni di gas come anidride carbonica e solfuro di idrogeno e la sismicità superficiale sono indicatori chiave per valutare l’evoluzione del vulcano e l’impatto potenziale su tutte le fasce di rischio.

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Foto di Julius H. da Pixabay

Conseguenze delle eruzioni dei Campi Flegrei

E adesso, cerchiamo di rispondere a una domanda che sorge spontanea: quali sono le conseguenze dirette delle eruzioni ai Campi Flegrei? Chiaramente, dipende dai fenomeni che si verificano e dalle zone, ma parliamo quasi sempre di conseguenze gravi sia per l’ambiente in sé per sé sia per la popolazione che ci vive.

Soprattutto, in caso di fenomeni eruttivi ad alto impatto. Le eruzioni esplosive, che sono anche quelle più probabili nello scenario flegreo, potrebbero causare la formazione di una colonna eruttiva di gas e materiali incandescenti. Colonna che può innalzarsi per decine di chilometri nell’atmosfera e che determina la caduta di cenere e lapilli sulle aree circostanti e anche a distanza, con possibili danni di vario genere e un enorme impatto sulla viabilità. La caduta di ceneri, poi, può coprire i campi coltivati, le strade, i tetti e le infrastrutture di goni genere, con conseguenze su agricoltura, trasporti e reti di comunicazione. Negli scenari peggiori, la cenere può anche influenzare la qualità dell’aria e la salute pubblica, soprattutto per le persone con problemi respiratori.


Una delle conseguenze più pericolose sono poi i flussi piroclastici: miscele estremamente calde di gas, cenere e frammenti vulcanici che si muovono a grande velocità e possono travolgere tutto ciò che incontrano nel raggio di diversi chilometri dal cratere. Questi fenomeni non lasciano scampo alle persone e agli edifici se non in aree molto distanti o adeguatamente protette. 

Abbiamo visto che, oltre alle principali tipologie di eruzione, i Campi Flegrei possono generare anche esplosioni freatiche, ovvero innescate dal contatto tra magma e acqua, e rilascio di gas vulcanici (più nello specifico solfuro di idrogeno e anidride carbonica). Anche senza una vera e propria eruzione, questi gas possono accumularsi in depressioni o spazi chiusi, e trasformarsi in veri pericoli per la salute di persone e animali. 

Non dimentichiamo, per chiudere, che anche le conseguenze sociali ed economiche sarebbero enormi. Questo perché l’area dei Campi Flegrei non è isolata ma anzi: è fortemente urbanizzata, con centri come Pozzuoli, Bacoli e diversi quartieri della città metropolitana di Napoli inclusi nelle zone a rischio. Oltre ad una eventuale evacuazione di massa -parliamo di centinaia di migliaia di residenti-, i danni alle abitazioni, alle infrastrutture e ai servizi essenziali sarebbero devastanti, e potrebbero richiedere anni per essere riparati o ripristinati appieno. In pratica, eventuali nuove eruzioni dei Campi Flegrei porterebbero con loro un insieme di fenomeni pericolosi, con conseguenze che spaziano dall’impatto immediato sul territorio alla salute umana, all’economia e all’ambiente.

È chiaro che il monitoraggio continuo e costante che viene portato avanti oggi non è solo utile, ma necessario per mettere in piedi una pianificazione e prevenzione continua: se succede, almeno possiamo ridurre al minimo i danni.

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