Wise Society : Dallo scarto… alla carta ecosostenibile
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Dallo scarto… alla carta ecosostenibile

Bucce di arance, crusca e alghe aumentano la sostenibiltà dell'industria cartaria. L’esempio, per certi versi unico al mondo, dell’azienda Favini

Andrea Ballocchi
14 gennaio 2015

Dagli scarti alla cartaSi fa presto a dire carta. Ce ne sono di vari tipi ed entra in gioco in svariati settori, che comprendono anche quello automobilistico e dell’edilizia. Fogli, quaderni, libri e giornali, ma anche banconote, imballaggi: la lista è pressoché infinira. Ma questa versatilità ha un costo: il consumo di carta sempre a livello globale ammonta a circa 300 milioni di tonnellate ogni anno e oltre un terzo di tutti gli alberi abbattuti finisce in carta (fonte: Greenpeace). Non solo: il suo consumo, dagli anni Sessanta a oggi è cresciuto di circa sei volte.

Un problema perché l’impatto ambientale della produzione è considerevole. Oltre agli alberi, un altro elemento fondamentale per produrre la carta è  l’acqua : a seconda di tipo e qualità di carta si possono avere valori di consumo idrico variabili dai 5 ai 100 metri cubi per tonnellata. Certo, la situazione è migliorata negli anni e oggi la carta – insieme al cartone – è l’imballaggio più riciclato in Europa, e da sola raggiunge il tasso record che sfiora il 72%, con un aumento del 45% dal 1998 al 2012. Inoltre si punta sempre più a filiere certificate.

Carta Crush Ma occorre fare di più: ed è su questo obiettivo che va segnalato l’esempio di una realtà italiana, la Favini, azienda con una lunga storia alle spalle (le origini risalirebbero al Settecento) che da circa 20 anni ha deciso di intraprendere la strada del riutilizzo di materie vegetali di scarto. A entrare per prime nel ciclo produttivo sono state le alghe: l’idea si sviluppò nei primi anni Novanta quando, su richiesta del magistrato alle Acque di Venezia, Favini ideò un metodo per riutilizzare le alghe che infestano la Laguna. Mediante uno speciale processo produttivo brevettato dalla stessa azienda, le alghe debitamente lavorate, vennero aggiunte all’impasto, dando così vita ad Alga Carta. Nel 2012 è la volta della carta prodotta con residui agroindustriali che conta oggi su agrumi, caffè, nocciole, mandorle, kiwi, olive, mais, lavanda e ciliegie.

Favini ha brevettato il processo produttivo, che nello specifico va dalla selezione del residuo più adatto alla sua purificazione e micronizzazione per renderlo compatibile con il tessuto fibroso della carta. Ma quanto è vantaggioso riutilizzare questi scarti? La risposta ce la fornisce Michele Posocco, brand manager Favini: «In Italia ogni anno vengono utilizzati un milione di tonnellate di agrumi per la produzione di succhi. In realtà solo il 40% dopo la spremitura diventa succo, mentre il 60%, è sottoprodotto di lavorazione ed è chiamato pastazzo di agrumi, che subisce delle rilavorazioni per la produzione di molti altri prodotti. Il sottoprodotto conseguente a queste nuove lavorazioni, denominato pastazzo depectinizzato, in parte è utilizzato come integratore nei mangimi animali o per la produzione di biopellet, ma in parte è destinato alla discarica. È proprio a questo punto della catena che interviene Favini, utilizzando questo materiale di scarso interesse e valore, rivalorizzandolo per la prima volta come materia prima nobile per la produzione di carte ecologiche di alta qualità». Nasce così Crush, la prima carta realizzata con sottoprodotti di lavorazioni agroindustriali, che sostituiscono fino al 15% della cellulosa proveniente da albero. Crush è stata accolta ottimamente dal mercato, spiega Posocco: «le previsioni di vendita sono state ampliamente superate. Inoltre, ha valicato i confini nazionali, conquistando i mercati di 25 paesi, tra i quali primeggiano Corea del Sud, Regno Unito, Russia e Cina».

Favini-BarillaL’idea ha trovato un’ulteriore applicazione, grazie alla collaborazione con Barilla, che ha promosso il progetto nella realizzazione della prima carta nata dalla crusca non più utilizzabile per il consumo alimentare. Così facendo, la frazione di crusca, derivante dalla macinazione del grano, invece di essere abbandonata trova nuovo impiego in cartiera, sostituendo fino al 20% di cellulosa da alberi.

L’esempio della Favini è pressoché unico in Italia – e anche al mondo per quanto riguarda alghe e crusca – ma altre aziende internazionali portano avanti questa pratica virtuosa: da quanto segnalatoci da Cepi, Confederation european paper industries, vi sono analoghi esempi di riutilizzo dell’“erba elefante” (erbacea perenne), di piante di pomodoro, una volta raccolti i frutti, della paglia o del residuo (bagassa) della canna da zucchero.

 

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