La criosfera, il complesso dei ghiacci e delle nevi del pianeta, si sta trasformando a una velocità senza precedenti a causa del riscaldamento globale: ecco le possibili conseguenze del fenomeno
La crisi climatica sta cambiando il mondo in cui viviamo. Lo fa in forme più o meno visibili, con tempi più o meno rapidi, ma resta il fatto che questi cambiamenti sono reali, misurabili e dimostrati. Una delle prove più evidenti arriva dalla criosfera, il complesso dei ghiacci e delle nevi del pianeta, che si sta trasformando a una velocità senza precedenti. Approfondiamo l’argomento capendo nel dettaglio cos’è la criosfera della Terra e le conseguenze che sta subendo a causa del riscaldamento globale.

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La definizione di criosfera
Per capire cos’è la criosfera dobbiamo fare un passo indietro. Gli scienziati descrivono il sistema terrestre come l’insieme di diverse “sfere” variamente interconnesse l’una con l’altra. Sentiamo parlare spesso di atmosfera, cioè l’involucro di gas che avvolge il Pianeta, e di biosfera, cioè l’insieme degli organismi animali e vegetali che popolano gli ecosistemi. La litosfera è la parte solida, costituita dalla crosta terrestre e dal mantello superiore.
L’acqua, invece, va a formare l’idrosfera se è in forma liquida (quindi oceani, fiumi, laghi, falde sotterranee) e la criosfera se è in forma ghiacciata o innevata.
Quando parliamo di criosfera ci riferiamo quindi alla calotta glaciale artica e a quella antartica, al ghiaccio marino nelle regioni polari, al permafrost e agli iceberg. Ma anche, per rifarci a esempi più vicini, alla neve stagionale e ai ghiacciai montani.

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Come sta cambiando la criosfera della Terra
Dopo aver esaminato il significato di criosfera, ripercorriamo gli impatti che subisce a causa della crisi climatica. Il Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (Ipcc) nel 2019 ha dedicato uno special report a questo tema, intitolato proprio “Oceano e criosfera in un clima che cambia”.
Il ghiaccio marino artico
Tra gli impatti del riscaldamento globale più rapidi c’è il calo dell’estensione del ghiaccio marino artico, cioè lo strato di acqua marina congelata che galleggia sull’acqua salata dell’oceano Artico, formandosi, fondendo e riformandosi ogni anno. L’Ipcc sottolinea che questa diminuzione si riscontra in tutte le stagioni ma risulta particolarmente marcata a settembre, attestandosi sul 13% in meno per decennio rispetto alla media 1981-2010.
Non è un fenomeno naturale e ciclico, anzi: solo la metà della perdita estiva di ghiaccio marino artico è attribuibile alla variabilità interna climatica, mentre l’altra metà deriva dall’aumento della concentrazione di gas serra in atmosfera. Mantenendo il riscaldamento globale entro gli 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustrali, nella seconda metà del secolo avremo circa l’1% di probabilità di vedere l’oceano Artico privo di ghiaccio marino nel mese di settembre. Una prospettiva che però appare alquanto ottimista. Rispettando il limite (più prudente) di i 2 gradi centigradi, le probabilità annue andranno dal 10 al 35%.
La ritirata delle calotte glaciali
A differenza del ghiaccio marino, le calotte glaciali non galleggiano sull’acqua ma poggiano sulla terraferma. Si formano dall’accumulo di neve compressa in ghiaccio per migliaia di anni. Quando si parla di calotta glaciale artica ci si riferisce in realtà alla Groenlandia, la seconda più grande al mondo dopo quella antartica (che contiene circa il 90% del ghiaccio e il 70% dell’acqua dolce della Terra). Sempre l’Ipcc fa sapere che la Groenlandia tra il 2006 e il 2015 ha perso circa 278 gigatonnellate (cioè miliardi di tonnellate) di ghiaccio all’anno, l’Antartide circa 155. Ma potrebbe essere un dato addirittura sottostimato: secondo uno studio pubblicato a gennaio 2024 su Nature, la calotta glaciale della Groenlandia perde in media 30 milioni di tonnellate di ghiaccio ogni ora, il 20% in più rispetto a quanto stimato in precedenza.
Il collasso del permafrost
Tra gli ecosistemi di cui raramente facciamo esperienza alle nostre latitudini c’è il permafrost, un terreno che resta congelato in modo permanente. Si trova soprattutto nelle regioni del Grande Nord – la Siberia, l’Alaska, il Canada, la Groenlandia – ma anche in alta montagna. Se le temperature aumentano, però, inevitabilmente il terreno su cui poggia il permafrost si riscalda e si scongela. L’Ipcc avverte: anche limitando il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 gradi centigradi, come auspica l’Accordo di Parigi sul clima, entro il 2100 si scongelerà circa il 25% del permafrost superficiale, cioè quello che non supera i 4 metri di profondità.
Questo è un problema che si estende ben al di là dei confini delle regioni fredde. Il permafrost, infatti, non è fatto solo di ghiaccio ma anche di residui organici, come radici, torba e resti vegetali e animali. Tutto materiale che contiene carbonio organico. Nel momento in cui si scioglie, i microrganismi iniziano a decomporlo trasformandolo in anidride carbonica o metano, a seconda che ci sia o non ci sia ossigeno. Entrambi sono gas serra che si riversano in atmosfera accelerando il riscaldamento globale, in una sorta di circolo vizioso.
La fusione dei ghiacciai montani
Tra i fenomeni a cui anche in Italia assistiamo in prima persona c’è la ritirata dei ghiacciai. Uno dei più importanti d’Italia, il Lys, dal 1860 a oggi ha perso il 33% della propria superficie. Lo denuncia il Comitato glaciologico italiano insieme a Greenpeace. Nelle Alpi europee gli scenari climatici indicano una loro sostanziale scomparsa entro il 2100.
Già nel 2050 i ghiacciai dell’Adamello e del Forni, in Lombardia, avranno perso ciascuno all’incirca il 40% della propria superficie attuale; in Friuli-Venezia Giulia non sarà rimasto più niente; i ghiacciai veneti resisteranno un po’ di più, per poi scomparire tra il 2075 e il 2100. A livello globale, in assenza di una drastica riduzione delle emissioni di gas serra, l’Ipcc prevede che andrà perso circa il 36% della massa dei ghiacciai, sempre entro la fine del secolo.

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Le conseguenze pratiche della fusione dei ghiacci
Il fatto che la calotta glaciale antartica si rimpicciolisca, o che lo strato superficiale del permafrost si sciolga, a prima vista sembra avere poco a che fare con la nostra quotidianità. Dopotutto, si tratta di ecosistemi che distano migliaia e migliaia di chilometri, in territori in cui molti di noi non metteranno mai piede. Ma le cose non stanno esattamente così. Quello che succede alla criosfera della Terra incide sulle nostre vite in molti modi: vediamone alcuni.
L’innalzamento del livello dei mari
Tra il 2005 e il 2015 il livello dei mari è già cresciuto a un ritmo di 3,6 millimetri all’anno, un ritmo che non ha eguali nel corso dell’ultimo secolo. La fusione dei ghiacci della Groenlandia e della calotta polare dell’Antartide contribuisce in modo determinante a questo fenomeno, perché riversa immense masse di acqua negli oceani. Per giunta l’acqua, riscaldandosi, si espande: un altro fenomeno che contribuisce in modo determinante all’innalzamento del livello dei mari. Più contenuto, ma comunque tangibile, l’impatto della fusione del ghiaccio marino artico.
Per l’umanità, l’innalzamento del livello dei mari è semplicemente una catastrofe. Tra i luoghi che potrebbero scomparire per sempre dalle mappe ci sono le Maldive, Tuvalu, Kiribati e altri atolli del Pacifico, ma anche un gioiello artistico e storico come Venezia, o ancora l’iconica isola di Manhattan, a New York.
Il declino del turismo montano invernale
Nell’inverno 2025 in Italia erano 265 le stazioni sciistiche non più funzionanti. Il doppio rispetto alle 132 del 2020. Lo rivela il dossier Nevediversa, pubblicato dall’organizzazione ambientalista Legambiente. Chiaramente non è un problema solo italiano: con l’aumento delle temperature e la diminuzione delle nevicate, diventa sempre più complesso e costoso – in certi casi dichiaratamente antieconomico – tenere in vita il classico turismo invernale montano.
I rischi per le infrastrutture e le comunità
La disastrosa valanga della Marmolada che ha provocato 11 vittime nell’estate del 2022, le frequenti frane sulle Alpi svizzere e francesi, le catastrofiche inondazioni dovute al collasso dei laghi glaciali che si susseguono sempre più spesso nell’Himalaya, i villaggi dello Yukon e dell’Alaska in cui le strade e gli edifici cedono quando il permafrost si scongela. Il riscaldamento globale ha ripercussioni anche molto violente sulla criosfera della Terra e, di conseguenza, sulle infrastrutture e sulle comunità che la abitano.
I “virus zombie” liberati dal permafrost
Come abbiamo già accennato, il permafrost intrappola carbonio – ma non solo. Come spiega il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, nel terreno ghiacciato (o nei resti animali che esso contiene) sono congelati ormai da secoli anche trilioni di microbi. Lo scongelamento del permafrost, dunque, apre scenari ancora in larga parte imprevedibili, con la comparsa di patologie dormienti e quindi sconosciute.
Valentina Neri

