Wise Society : Cop30 di Belém: le cose da sapere sulla Conferenza delle parti sul clima ospitata dal Brasile

Cop30 di Belém: le cose da sapere sulla Conferenza delle parti sul clima ospitata dal Brasile

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4 Novembre 2025

Prende il via il 10 novembre a Belém, alle porte della foresta amazzonica, la trentesima Conferenza delle parti sul clima (Cop30). L’occasione decisiva, forse l’ultima, per riportare il mondo sulla giusta strada nella lotta contro i cambiamenti climatici

Tra l’aperta ostilità dell’amministrazione di Donald Trump, le rivendicazioni dei Paesi del Sud del mondo e i dati che dimostrano, implacabili, l’entità della crisi climatica, ci troviamo di nuovo alla vigilia di una Conferenza delle parti sul clima. Non una qualsiasi, ma l’attesissima Cop30 che si terrà per la prima volta a Belém, alle porte dell’Amazzonia brasiliana, dal 10 al 21 novembre 2025. Andiamo allora scoprire il programma della Cop di Belém, i protagonisti attesi (e quelli probabilmente assenti) e i temi su cui verteranno le discussioni.

Cop30 di Belem

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Cos’è una Cop, in breve

Cop sta per Conferenza delle parti: è il massimo organo di governo di una convenzione internazionale. In questo caso si tratta della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc), adottata nel 1992 con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale. I membri, detti appunto “parti”, sono i 198 Paesi che hanno ratificato la Convenzione; in realtà sono 197, più l’Unione europea.

Ogni anno le delegazioni si riuniscono per negoziare su temi cruciali come la riduzione delle emissioni di CO₂, l’adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici, il finanziamento delle misure per i Paesi in via di sviluppo e il monitoraggio degli impegni presi. I negoziati si svolgono principalmente nella cosiddetta Blue Zone gestita dall’Unfccc.

È lì che delegati, osservatori, rappresentanti della società civile e organizzazioni internazionali discutono ogni sfumatura dei testi ufficiali da sottoporre al voto. Alle Cop le decisioni si prendono per consensus: non serve l’unanimità, ma una proposta passa se nessuno si oppone esplicitamente durante la sessione plenaria.

Parallelamente, c’è una Green Zone aperta al pubblico, alle imprese e alle organizzazioni non governative: si tratta di uno spazio dedicato a eventi, mostre e dibattiti. Alla Cop30 si potrà tornare a manifestare: un diritto fondamentale che però non appariva più scontato, dopo tre Conferenze sul clima consecutive in Paesi ben poco propensi alla libertà di espressione, vale a dire Egitto, Emirati Arabi Uniti e Azerbaigian.

Cop30 in Brasile

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Cop30: una conferenza sul clima alle porte dell’Amazzonia

La location, di per sé, è una notizia. Se infatti la scelta del Brasile è esito della negoziazione all’interno dell’Unfccc, oltre che di un meccanismo di rotazione regionale, il presidente Lula ha voluto proprio Belém, capitale dello Stato del Pará, per un motivo ben preciso. “Ho partecipato alle Cop in Egitto, a Parigi, a Copenaghen, e tutti parlano dell’Amazzonia. Così, perché non fare la Cop in Amazzonia, per permettere di conoscere l’Amazzonia, di vedere i suoi fiumi, le sue foreste, la sua fauna?”, ha dichiarato nell’annuncio video su Twitter. “Portare la Cop30 nel cuore dell’Amazzonia significa dare spazio ai vulnerabili e agli emarginati come autentici leader che ogni giorno prendono decisioni coraggiose – e che ora devono essere al centro del processo decisionale globale”, ha aggiunto André Corrêa do Lago, ambasciatore e presidente della Cop30.

Se dunque la scelta simbolica è efficacissima, non si può dire altrettanto dell’aspetto logistico. Belém è una città da 1,3 milioni di abitanti, con 18mila posti letto in hotel. Alla Cop30, però, sono attese 45mila persone. Questo squilibrio tra domanda e offerta ha fatto impennare i prezzi degli alberghi, mentre nelle principali piattaforme comparivano sistemazioni dalla dubbia affidabilità. Il governo brasiliano ha messo a disposizione dei delegati due navi da crociera, con 6mila posti letto in più. Inoltre, ha fissato una tariffa massima di 220 dollari a notte per chi proviene dai Paesi in via di sviluppo: una cifra comunque più alta rispetto al contributo che le Nazioni Unite offrono per supportare la loro partecipazione alla Cop. Il rischio è che questa Conferenza sul clima si riveli elitaria, tagliando fuori proprio chi subisce le conseguenze della crisi climatica ma ha meno mezzi per far sentire la propria voce.

Veduta aerea della foresta pluviale in amazzonia

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Chi sarà e chi non sarà alla Cop30 di Belém

A pochi giorni dall’inizio della Cop30, non è ancora chiaro chi parteciperà. Alle Cop ciascuna delle Parti invia una delegazione ufficiale composta da diplomatici, negoziatori tecnici e funzionari ministeriali. Sono loro a negoziare punto per punto i testi delle decisioni. Ma a dare lo slancio politico sono i capi di Stato e di governo: sono loro, attraverso interventi pubblici e incontri bilaterali, a sbloccare i dossier rimasti in sospeso e dare forma alle decisioni finali.

Semplificando, uno Stato che si fa rappresentare dai propri leader di spicco trasmette un segnale politico. È il caso ad esempio del Regno Unito, che ha confermato la presenza del primo ministro Keir Starmer e del principe William, e di Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Colombia, Cile, Capo Verde e Liberia. Per la Cina non ci sarà Xi Jinping, bensì il vice-premier Ding Xuexiang. Totalmente opposto l’atteggiamento degli Stati Uniti che non invieranno alcun rappresentante di alto livello. D’altra parte, tra le primissime azioni di Donald Trump appena tornato presidente c’è stato il ritiro del Paese, per la seconda volta, dall’Accordo di Parigi sul clima.

Il programma della Cop30 di Belém

La settimana che va dal 3 al 9 novembre è dedicata alla fase preparatoria. Si inizia con il Local Leaders Forum, una tre giorni a Rio de Janeiro dedicata a sindaci, governatori e rappresentanti di enti locali, chiamati a confrontarsi sulle azioni più efficaci da mettere in campo a livello locale e su come collegarle all’agenda globale.

In questo contesto si terrà anche il ventesimo meeting di C40, la coalizione di sindaci di cui fanno parte per l’Italia Milano (che partecipa al comitato direttivo) e Roma. Un altro appuntamento di punta, seppure esterno ai negoziati, è il Leaders Summit con i capi di Stato e di governo, in programma giovedì 6 e venerdì 7 novembre.

La Cop30 vera e propria è in programma da lunedì 10 a venerdì 21 novembre, ma non è da escludere che le sessioni conclusive possano sforare di qualche ora (o giorno) sulla tabella di marcia, com’è accaduto più volte negli scorsi anni. Come sempre, l’evento si snoda su due dimensioni diverse ma convergenti. Da un lato ci sono i negoziati a cui partecipano le delegazioni dei Paesi membri dell’Unfccc, tra sessioni plenarie, consultazioni informali e gruppi ristretti (i cosiddetti contact groups). Dall’altro lato ci sono le sessioni tematiche che coinvolgono, oltre ai governi, anche imprese, università, organizzazioni non governative e istituti multilaterali per lo sviluppo. Quest’anno il calendario è così articolato:

  • 10-11 novembre: adattamento, città, infrastrutture, acqua, rifiuti, amministrazioni locali, bioeconomia, economia circolare, scienza, tecnologia e intelligenza artificiale.
  • 12-13 novembre: salute, lavoro, educazione, cultura, giustizia e diritti umani, integrità dell’informazione e lavoratori.
  • 14-15 novembre: energia, industria, trasporti, commercio, finanza, mercati della CO2 e gas serra non-CO2.
  • 17-18 novembre: foreste, oceani, biodiversità, popoli indigeni, comunità locali e tradizionali, bambini e ragazzi, piccole e medie imprese.
  • 19-20 novembre: cibo, sistemi alimentari e sicurezza alimentare, pesca e piccola agricoltura, donne, genere, turismo e persone afrodiscendenti.
Cop30 in Brasile

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Di cosa si discuterà alla Cop30

Se la Cop29 in Azerbaigian era dedicata prevalentemente alla finanza climatica, quest’anno i riflettori sono puntati sulla mitigazione. Sono passati dieci anni dallo storico Accordo di Parigi con cui i membri dell’Unfccc si erano impegnati a contenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali, facendo tutto il possibile per restare vicini alla soglia degli 1,5 gradi.

Oggi, tutte le rilevazioni e tutte le proiezioni per il futuro fanno capire che l’obiettivo più ambizioso, quello degli 1,5 gradi, è fuori portata. Ciò non significa che si possa gettare la spugna: al contrario, bisogna attrezzarsi per far fronte a conseguenze che sicuramente si verificheranno, per limitare i danni e risarcire chi li subisce, per rallentare il decorso della crisi climatica prima che diventi una catastrofe.

La Cop28, che si è tenuta a Dubai nel 2023, si è chiusa con l’approvazione del primo Global Stocktake, una sorta di bilancio globale dei progressi verso il raggiungimento degli obiettivi sanciti a Parigi. Alla Cop30 quel bilancio diventa la base politica per la revisione dei piani nazionali di mitigazione delle emissioni (NDC, nationally determined contributions) che gli Stati avrebbero dovuto aggiornare in questi mesi – pochi hanno rispettato la scadenza. L’auspicio è quello di renderli concreti: non solo promesse, ma piani d’azione credibili supportati da investimenti, politiche coerenti e sistemi di monitoraggio.

“Il nostro obiettivo è dare nuova energia all’azione climatica globale, allineando gli sforzi di imprese, società civile e di tutti i livelli di governo in un’azione coordinata — un mutirão globale per attuare il Global Stocktake come se fosse una globally determined contribution”, ha scritto André Corrêa do Lago, prendendo in prestito un termine, mutirão, che nella cultura indigena significa “mobilitazione collettiva”.

Una Cop che si svolge in Amazzonia non può che dedicare ampio spazio alle foreste, considerandole non solo come serbatoi di CO2 ma, in un senso più ampio, come risorse inestimabili per la mitigazione e la resilienza. La presidenza intende esporsi in modo molto netto sulla necessità di tecnologie e investimenti ad hoc per fermare la deforestazione.

Alla Cop30 è prevista la presentazione di un fondo, noto come TFFF (Tropical Forests Forever Facility), che ricompensa i Paesi in via di sviluppo sulla base dei risultati che ottengono nella tutela delle proprie foreste tropicali. L’iniziativa nasce dal Brasile e ha raccolto manifestazioni di interesse, come partner finanziari, di Germania, Emirati Arabi Uniti, Francia, Norvegia e Regno Unito. Tra i paesi tropicali fondatori, e potenziali beneficiari del meccanismo, oltre al Brasile figurano Colombia, Ghana, Repubblica Democratica del Congo, Indonesia e Malesia.

Infine, la giustizia climatica. Il presidente brasiliano Lula e il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres hanno lanciato il Global Ethical Stocktake (GES), un’iniziativa che si articola in sei incontri regionali con la società civile, in tutti i continenti. I risultati verranno discussi proprio a Belém.

Valentina Neri

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