Wise Society : Conferenza ONU sul clima di Lima: istruzioni per l’uso
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Conferenza ONU sul clima di Lima: istruzioni per l’uso

A Lima in Perù si decide il futuro del pianeta

Daniele Pernigotti
8 Dicembre 2014

dal nostro inviato a Lima – La costruzione di un accordo mondiale sul clima è un processo complesso e delicato perché tocca gli interessi economici e di sviluppo di ogni nazione, oltre che di settori cruciali dell’economia come la produzione di energia.

Foto di Kevin Dooley/flickr

Le decisioni che ne derivano sono pertanto destinate ad avere ricadute sulle condizioni di vita degli abitanti presenti e futuri del pianeta e dovrebbe quindi suscitare l’interesse di ognuno di noi.

Purtroppo la proliferazione di meccanismi e tavoli specifici dalle sigle incomprensibili ai più, ha finito per creare una barriera tra i semplici cittadini e le decisioni che riguardano il loro futuro.

Per aiutare a muoversi nella selva di acronimi, di seguito sono spiegati alcuni tra i termini più importanti del processo negoziale dell’UNFCCC, detto anche Convenzione, che rappresenta il contesto delle Nazioni Unite dedicato al cambiamento climatico. Gli incontri plenari annuali prendono il nome di COP, o Conferenza delle Parti, visto che con il termine generico di “parte” sono chiamati i singoli Paesi e l’Ue.

Dopo l’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, nel 2005, si sono resi necessari degli incontri annuali dedicati, che prendono il nome di CMP. Per questo motivo la Conferenza di Lima è denominata anche COP20/CMP10.

Vi sono poi altri due organismi creati contestualmente con l’UNFCCC nel 1992, il SBSTA  e l’SBI. Il primo rappresenta l’organismo di supporto dedicato a digerire gli aspetti tecnici e scientifici funzionali al negoziato politico. L’SBI, organismo sussidiario per l’implementazione, è invece deputato a monitorare quanto le parti stiano effettivamente applicando le decisioni e gli impegni presi in precedenza.

Il negoziato politico si svolge però su una serie di tavoli paralleli. Vale la pena di ricordare l’AWG-KP, gruppo di lavoro ad hoc sul Protocollo di Kyoto, creato nel 2005 per aggiornare gli impegni di riduzione delle emissioni, o mitigazione dei Paesi sviluppati. Il blocco dei paesi industrializzati, detti anche in modo criptico “Annex 1”, si era infatti inizialmente impegnato a ridurre le proprie emissioni del 5%, entro il 2012, impegno che andava però poi rinnovato nel tempo. Foto di Peter aka anemoneprojectors/Flickr

La mancata adesione al Protocollo da parte degli USA e il crescente peso delle emissioni di CO2 in capo ai Paesi emergenti, primo tra tutti la Cina, hanno portato nel 2007 alla creazione di un ulteriore tavolo negoziale. L’AWG-LCA, gruppo ad hoc sull’azione cooperativa di lungo termine, aveva un mandato a termine di due anni e sarebbe dovuto servire per preparare un nuovo accordo mondiale del clima nel 2009 a Copenhagen, comprensivo di mitigazione, adattamento, lotta alla deforestazione (REDD+), trasferimento di tecnologie e finanza.

Il fallimento danese, causato principalmente da una guida poco trasparente del suo ex primo ministro Anders Fogh Rasmussen, attuale segretario generale della NATO, ha però messo in evidenza anche ai più ostinati come la costruzione di un accordo organico lavorando su due tavoli paralleli non era possibile, dal momento che si finiva puntualmente nell’immobilismo classico di chi aspetta che sia l’altro a fare la prima mossa.

Bisognerà aspettare ancora due-tre anni perché i due AWG vengano sciolti a favore della creazione di un unico ambito negoziale denominato ADP. La Durban Platform ha ora il chiaro obiettivo di arrivare alla firma di un accordo comprensivo nel 2015, da far entrare in vigore entro il 2020.

A Cancun nel 2010, oltre ad avere per la prima volta condiviso l’obiettivo di mantenere l’innalzamento della temperatura sotto i 2 °C, sono stati istituiti importanti meccanismi in materia di adattamento (il contenimento dei danni causati dal cambiamento climatico) e di trasferimento di tecnologie, come il Cancun Adaptation Framework e il Technology Mechanism. È stato anche messo a punto il Green Climate Fund, fondo di supporto a favore dei paesi in via di sviluppo che dovrebbe arrivare a stanziare globalmente 100 miliardi di dollari all’anno a partire dal 2020.

Foto Sinistra Ecologia e Libertà/FlickrInfine, alla COP 19 di Varsavia lo scorso anno è stato chiesto alle parti di esprimere su base volontaria i propri INDC, contributi nazionali di mitigazione su base volontaria, ed è stato lanciato il meccanismo internazionale sul Loss and Damage, finalizzato a dare supporto alle situazioni in cui l’adattamento al cambiamento climatico non è più possibile, come nel caso di alcune isole del Pacifico destinate a scomparire per l’innalzamento del livello degli oceani.

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