Tutto quello che c’è da sapere sul compostabile: cosa significa e come riconoscerlo
Nell’era green ci sono molte più cose a cui fare attenzione, giustamente. E, di conseguenza, anche termini da conoscere: cosa vuol dire compostabile, per esempio? Non tutto ciò che chiamiamo “rifiuto” lo è davvero: alcuni materiali, se trattati nel modo giusto, possono diventare risorse preziose da riutilizzare in altro modo. È il caso, per l’appunto, di oggetti e imballaggi compostabili, che non solo si degradano, ma si trasformano in nutrimento per la terra. Cosa davvero il significato della parola “compostabile” -e soprattutto dove va conferito- è fondamentale per evitare errori nella raccolta differenziata e sfruttarne al meglio i benefici ambientali. In questo articolo vedremo cos’è il compostabile, come riconoscerlo e quali regole seguire per smaltirlo nel modo opportuno. Quello che fa bene a tutti, pianeta compreso.

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Cosa vuol dire compostabile: significato e definizione
Partiamo proprio dal cercare di dare una definizione del termine: cosa vuol dire compostabile?
La parola “compostabile” indica un materiale che, dopo essere stato smaltito correttamente, è in grado di decomporsi attraverso processi biologici naturali, non indotti, fino a trasformarsi in compost. Ovvero, un terriccio ricco di sostanze nutritive utile per l’agricoltura e per il giardinaggio. Il centro del settore Biowaste, che considera il compost un mezzo per favorire l’economia circolare.
Per essere considerato davvero compostabile, però, è importante che un prodotto rispetti alcune normative europee ben precise -come la EN 13432-, che stabiliscono criteri di:
- biodegradabilità, ovvero la capacità del materiale di degradarsi;
- disintegrazione: il materiale deve frammentarsi in modo che non restino residui visibili dopo il processo;
- assenza di sostanze tossiche: non deve rilasciare metalli pesanti o composti nocivi nel suolo in fase di degradazione;
- valore agronomico: il compost finale deve essere utile e sicuro per le piante.
In poche parole, un materiale compostabile non solo sparisce con il tempo, ma ritorna alla natura sotto forma di nutrimento. Senza togliere nulla al pianeta ma, al contrario, apportando benefici.

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Biodegradabili e compostabili: le differenze
Anche se a primo impatto possono sembrare due termini sinonimi, in realtà biodegradabile e compostabile si riferiscono a due concetti ben diversi, che è importante saper distinguere.
Vediamo quindi qual è la differenza, partendo dalla biodegradabilità: come abbiamo detto prima, è la capacità di un materiale di degradarsi almeno al 90%. Più precisamente, un materiale è biodegradabile se può essere decomposto da da microrganismi (batteri, funghi, alghe) in sostanze naturali come acqua, anidride carbonica e biomassa. Per esempio, è quello che succede con i sacchetti biodegradabili del supermercato, per l’acquisto di frutta e verdura.
In questo caso, comunque, non esiste un limite preciso di tempo o di condizioni ambientali: un oggetto biodegradabile può impiegare poche settimane o diversi anni per degradarsi. Per esempio, il legno è biodegradabile, ma un tronco lasciato intero può durare decenni prima di accennare a decomporsi.
Al contrario, un materiale compostabile -oltre a essere biodegradabile- deve rispettare criteri ben più stringenti stabiliti da norme come la UNI EN 13432. In primis, tempistiche precise: deve degradarsi entro 6 mesi in un impianto di compostaggio industriale, senza lasciare residui visibili o tossici.
In più, deve trasformarsi in un compost di qualità, utile per l’agricoltura e assolutamente non dannoso per l’ambiente. Qualche esempio di materiale compostabile: i sacchetti per la raccolta dell’umido o le stoviglie certificate compostabili (le riconosci dal simbolo che, spesso, rappresenta una foglia stilizzata).
In poche parole: tutti i materiali compostabili sono biodegradabili, ma non tutti i materiali biodegradabili sono compostabili.

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Le caratteristiche dei prodotti compostabili
Approfondiamo ora le caratteristiche specifiche dei prodotti compostabili, ovvero quelle che devono possedere per poter essere definiti in questo modo.
Il primo, lo abbiamo visto, è la biodegradabilità: il materiale deve poter essere trasformato da microrganismi in anidride carbonica, acqua biomassa almeno al 90% entro 6 mesi di tempo. Si può verificare tramite un test standard (EN 14046 / ISO 14855).
Dopo il compostaggio, si valuta la disintegrazione: almeno al 90% entro 3 mesi di tempo. Ovvero, il materiale deve frammentarsi in pezzi più piccoli di 2 mm, evitando residui visibili. Questo test segue lo standard EN 14045.
La compatibilità con il processo di compostaggio è un altro punto: il materiale non deve ostacolare la fermentazione o il processo biologico del compostaggio né alterarne l’efficacia in senso negativo.
Tra i criteri di valutazione, poi, l’assenza di sostanze pericolose (o bassissimi livelli di metalli pesanti) e i parametri chimico-fisici sicuri, rispettando limiti specifici su pH, contenuto salino, solidi volatili, azoto, fosforo, magnesio e potassio.
Chiaro a questo punto che un prodotto compostabile sia, in realtà, molto più di un semplice materiale biodegradabile. È una soluzione progettata per trasformarsi in una risorsa utile, sicura e di qualità per arricchire il terreno e favorire il benessere dell’ambiente.

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Compostabile: dove si butta?
Sapere dove buttare il compostabile è fondamentale per una corretta raccolta differenziata. Un prodotto compostabile va conferito sempre nella raccolta dell’organico (umido), insieme agli scarti di cucina come bucce, avanzi di cibo e fondi di caffè.
I sacchetti compostabili certificati -quelli con il marchio EN 13432 o OK Compost- si usano proprio per la raccolta dell’umido, perciò li buttiamo nell’organico. Così come vanno nell’organico anche stoviglie, bicchieri o imballaggi compostabili certificati e le cialde del caffè compostabili certificate. Attenzione, in questo caso, a eventuali parti non compostabili da separare.
Dove, invece, non buttarli assolutamente: nella plastica (anche se somigliano a bicchieri o sacchetti in plastica!) e nell’indifferenziata, salvo indicazioni diverse che arrivano dal Comune.

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Come riconoscere un prodotto compostabile: simboli e marchi
Il primo passo per conferire nel modo corretto i prodotti compostabili è, di certo, quello di saperli riconoscere. E, per distinguere un vero prodotto compostabile, lo abbiamo scoperto oggi: non basta accontentarsi di leggere “biodegradabile” sulla confezione. Invece, serve verificare la presenza di marchi e certificazioni ufficiali, che ci garantiscono il rispetto della normativa europea di riferimento.
Alcuni dei simboli più diffusi e delle certificazioni principali sono:
- OK Compost (TÜV Austria): certifica che il prodotto è compostabile in impianti di compostaggio industriale. Esiste anche la versione OK Compost HOME, che garantisce la compostabilità a temperature più basse. Perciò, anche nel compost domestico.
- Seedling Logo (marchio europeo): raffigura un germoglio. Rilasciato da European Bioplastics, attesta la conformità alla norma EN 13432.
- Compostabile CIC (Consorzio Italiano Compostatori): è la certificazione italiana di riferimento. Anche in questo caso, garantisce che il prodotto è compostabile e idoneo alla filiera di raccolta e trattamento dell’organico in Italia.
Ciò che possiamo fare per assicurarci che il prodotto sia effettivamente compostabile, quindi, è affidarci alle etichette. Controlliamo che compaia la scritta “compostabile secondo EN 13432”, che ci sia uno dei marchi sopra citati e che compaiano eventuali indicazioni aggiuntive per quanto riguarda il compostaggio, o domestico o industriale.
Per farla breve, un prodotto è compostabile solo se ha una certificazione riconosciuta (OK Compost, Seedling, CIC). In assenza di simboli ufficiali, è sempre meglio trattarlo come rifiuto indifferenziato onde evitare contaminazioni nella raccolta dell’umido.

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Perché scegliere prodotti compostabili fa bene all’ambiente
Non si tratta solo di praticità: scegliere prodotti compostabili equivale a compiere un gesto concreto nel campo della tutela ambientale. Fa bene al pianeta, in poche parole.
Innanzitutto, perché si riducono i rifiuti in discarica: i materiali compostabili, trasformandosi in compost (per l’appunto), evitano di finire nell’indifferenziata e di far parte del cumulo di rifiuti che non fa respirare la Terra. Perché ricordiamolo: anche se esistono e ne riducono il volume, gli inceneritori di rifiuti inquinano e producono emissioni nocive. Che invece, in questo modo, evitiamo del tutto. Per altro, dal rifiuto nasce nuova materia: scegliere il compostabile significa sostenere un modello di produzione e consumo più responsabile e a basso impatto. Economia circolare, in due parole.
In secondo luogo, i prodotti compostabili tornano alla natura sotto forma di risorsa. Non si limitano a sparire, ma si trasformano in fertilizzante naturale ricco di nutrienti, fondamentale per agricoltura e giardinaggio. Anche per quanto riguarda la produzione, le emissioni sono ridotte. A differenza della plastica tradizionale, che deriva dal petrolio e inquina per secoli, i compostabili hanno un ciclo di vita più sostenibile e riducono l’impatto climatico. I materiali certificati compostabili, infine, si degradano completamente senza lasciare residui tossici o microplastiche dannose per suolo e acqua.
Da rifiuto a risorsa: sembra un concetto utopico, e invece è “solo” compost. Un mezzo semplice e senza troppi fronzoli per fare qualcosa di reale per il nostro ambiente, che ora più che mai ha bisogno della nostra attenzione.

