Dall'accaparramento di terre per l'impianto di sistemi fotovoltaici ed eolici, allo sfruttamento delle materie prime. Il colonialismo energetico ricalca un modello già noto che asserve i paesi in via di sviluppo alle esigenze di quelli più potenti
Paesi più potenti che sfruttano le risorse energetiche di altri paesi. E spesso a totale discapito della popolazione locale. Il colonialismo energetico è una versione “contemporanea” di una dinamica che ha ormai più di 500 anni di storia e che oggi si snoda lungo l’asse tracciato dal fabbisogno energetico sempre più prepotente da parte dei paesi del Nord Globale e che, con la spinta verso la transizione energetica, ha persino accelerato tali modelli. Un modello iniquo che, per l’approvvigionamento delle risorse energetiche da parte di questi paesi a danno dei paesi del Sud del mondo, crea dipendenza, disuguaglianze e causa danni ambientali e sociali.

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Che cos’è il colonialismo energetico
Il colonialismo energetico si declina in varie forme che vanno dallo sfruttamento delle risorse al controllo delle infrastrutture energetiche passando per l’imposizione di modelli energetici e dall’accaparramento di terre – o land grabbing – per le energie rinnovabili. Una dinamica decisamente contraria alla giustizia ambientale e sociale che vedrebbe, invece, nell’energia libera un modello equo senza discriminazioni economiche o geografiche nel rispetto dell’ambiente e delle risorse naturali ed economicamente vantaggiosa per la popolazione locale.
Sfruttamento delle risorse
Alla formula colonialismo energetico si associa subito l’idea di sfruttamento delle risorse e oggi, che si parla tanto di transizione ecologica, si traduce nei paesi del Nord Globale con maggiore potere economico o politico che accede e controlla le risorse energetiche (combustibili fossili, minerali per le rinnovabili, potenziale idroelettrico) di altre nazioni o regioni, in genere del Sud globale. E si tratta di uno sfruttamento che in genere avviene con poca o nessuna considerazione per i bisogni energetici locali o per l’impatto ambientale e sociale.
Tutto questo contribuisce a creare una relazione di dipendenza con il paese sfruttatore che diventa fornitore e impone i propri prezzi e condizioni creando sempre più disuguaglianze economiche. Spesso, infatti, le comunità locali nelle aree di estrazione o produzione energetica non beneficiano in modo significativo dello sfruttamento delle proprie risorse.
Land grabbing
Allo stesso tempo, ad esempio, la speculazione eolica e fotovoltaica può portare all’acquisizione di vaste aree di terreno, spesso in paesi con legislazioni meno stringenti o dove le comunità locali hanno meno potere contrattuale. Terre che potrebbero essere utilizzate per l’agricoltura, l’allevamento o avere un valore ecologico o culturale, vengono destinate alla produzione di energia per soddisfare principalmente il fabbisogno di paesi più industrializzati o di grandi aziende.
Profitti portati altrove
I profitti tendono a convergere verso le aziende e i paesi sfruttatori, mentre le popolazioni locali possono subire inquinamento, perdita di terre, e scarsi benefici in termini di infrastrutture o sviluppo. E l’energia prodotta da impianti eolici e fotovoltaici installati in un determinato paese può essere esportata verso paesi più ricchi, perpetuando una dinamica in cui le risorse di un paese vengono sfruttate per il vantaggio di un altro.

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Colonialismo e transizione energetica
Come accennato, il colonialismo energetico, oggi, è anche strettamente connesso alla transizione energetica. Nel contesto della transizione verso fonti rinnovabili, infatti, si possono manifestare dinamiche coloniali con l’accaparramento di terre in paesi del Sud globale per la produzione di biocarburanti destinati al Nord, o l’estrazione di minerali, come litio, nichel o cobalto, necessari per le batterie e le tecnologie rinnovabili, spesso con impatti ambientali e sociali significativi nelle aree di estrazione. Infatti, anche nelle sue nuove forme “verdi”, il colonialismo energetico porta avanti un modello estrattivo che non affronta le cause profonde della crisi climatica e delle disuguaglianze globali.
Esempi di colonialismo energetico
Tra gli esempi di colonialismo energetico spicca, sicuramente, lo sfruttamento storico delle risorse petrolifere in Medio Oriente e Africa da parte delle potenze occidentali; più contemporanea è l’estrazione di minerali in Africa e Sud America per le tecnologie verdi, che ha impatti ambientali e sociali negativi e scarsi benefici per le comunità locali.
E ovviamente c’è anche l’accaparramento di terre per la produzione di biocarburanti destinati ai paesi industrializzati, a scapito della produzione alimentare locale; la realizzazione di grandi impianti di energia rinnovabile in paesi del Sud globale principalmente per l’esportazione di energia verso il Nord, senza soddisfare adeguatamente il fabbisogno energetico locale.

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Differenze tra colonialismo ambientale e colonialismo energetico
In pratica, oltre a riscontri di tipo sociale ed economico, il colonialismo energetico ha una forte risonanza sull’ambiente del paese “colonizzato”. Per questo, spesso si fa anche una certa confusione tra i termini colonialismo ambientale e il colonialismo energetico e si tende a usarli come sinonimi. Ma non è così.
Il colonialismo ambientale, infatti, si concentra sullo sfruttamento delle risorse naturali in senso lato, che va ben oltre l’energia e include l’accaparramento di terre per l’agricoltura intensiva, la deforestazione, l’estrazione di minerali (non solo quelli legati all’energia), la gestione dei rifiuti tossici con conseguente perdita di biodiversità e l’inquinamento imposto a comunità marginalizzate.
Il colonialismo energetico, invece, si concentra sullo sfruttamento delle risorse energetiche di un paese o regione da parte di un altro. In pratica, il colonialismo energetico è una sottocategoria specifica di quello ambientale, focalizzata in modo particolare sulle risorse e sulla produzione di energia.
Quel che è certo è che sono accomunati dalla dinamica di potere tra paesi o regioni e che entrambi comportano uno sfruttamento di risorse da parte di attori esterni a discapito del territorio e delle popolazioni locali ed entrambi possono avere gravi conseguenze ambientali e sociali nelle aree sfruttate. E sicuramente entrambi sollevano questioni di giustizia, sia ambientale che sociale ed economica.
Il colonialismo energetico in Italia: la questione Sardegna
In Italia, la problematica del colonialismo energetico è fortemente intrecciata con la situazione sarda e rappresenta un nodo cruciale nel dibattito sul futuro energetico dell’isola. La Sardegna, grazie alla sua favorevole posizione geografica e al clima, vanta infatti un notevole potenziale per la produzione di energia da fonti rinnovabili, specialmente eolica e solare. Questa ricchezza ha destato l’interesse di numerose compagnie, spesso di calibro internazionale, che vedono l’isola come un sito ideale per la realizzazione di grandi centrali di energia verde, destinate frequentemente all’esportazione verso la penisola o altre nazioni attraverso infrastrutture di connessione come il Tyrrhenian Link.
Tuttavia, un timore diffuso tra cittadini, comitati e parte della politica regionale è che questa intensa spinta verso le rinnovabili si trasformi in una forma di sfruttamento energetico. Questa eventualità si concretizzerebbe qualora lo sviluppo di tali impianti non considerasse adeguatamente le necessità del territorio, comportando l’occupazione di vaste aree, spesso agricole o di elevato valore paesaggistico, con conseguenti impatti ambientali e sulla biodiversità. Si paventa inoltre la mancanza di benefici significativi per le comunità locali in termini di ricadute economiche e occupazionali, o di una reale diminuzione dei costi energetici per i residenti e le imprese sarde.
Preoccupa che, in assenza di una pianificazione oculata e di una vera partecipazione delle comunità locali, si possa incorrere in nuove forme di sfruttamento che ricalcano logiche coloniali. E che decisioni imposte “dall’alto” e un modello di sviluppo energetico focalizzato principalmente sull’esportazione, crei una sorta di “dipendenza energetica” in cui la Sardegna produce energia per altri senza risolvere i propri problemi di approvvigionamento o di sviluppo sostenibile.
A causa di queste paure, in Sardegna è nato un movimento di opposizione alla costruzione indiscriminata di grandi impianti eolici e fotovoltaici. La Regione Sardegna ha risposto adottando moratorie e una legge sulle aree idonee che limitano significativamente la realizzazione di nuovi impianti, nel tentativo di pianificare uno sviluppo energetico più sostenibile e in linea con gli interessi dell’isola. Ciononostante, tali misure sono state oggetto di impugnazione da parte del governo centrale e respinte dalla Corte Costituzionale. Vedremo cosa succederà.
Maria Enza Giannetto
