Wise Society : Centralia: la città in Pennsylvania che brucia da 60 anni

Centralia: la città in Pennsylvania che brucia da 60 anni

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19 Settembre 2025

La storia di una città fantasma vittima del sogno americano. Il suo sottosuolo brucia da oltre mezzo secolo a causa di incendi incontrollati nelle sottostanti miniere di carbone

Immaginate una città dove l’asfalto si spacca, il terreno fuma, le strade si interrompono nel nulla e l’aria ha un odore acre di zolfo. Una città senza codice postale, senza abitanti, senza vita. Eppure viva, nel senso più oscuro del termine. È Centralia, nella Pennsylvania orientale, un luogo diventato leggenda. Le miniere di carbone di Centralia, infatti, continuano ad alimentare un fuoco che, da più di sessant’anni, non accenna a spegnersi. Questa incredibile ghost town americana brucia nel sottosuolo: l’incendio continua giorno dopo giorno e la fa somigliare alla città stregata del videogioco (e del film) Silent Hill. Così quella che era una pacifica e operosa cittadina di minatori oggi è diventata una città fantasma, un posto avvelenato ma, a suo modo, affascinante. Centralia è oggi meta per esploratori urbani, appassionati di misteri e studiosi di ecologia. E soprattutto, è diventata un simbolo potente di come un piccolo errore umano possa innescare conseguenze ambientali, sociali e culturali di portata inimmaginabile. Che aspettiamo? Scopriamo insieme la storia di Centralia.

Centralia

Foto Shutterstock

Centralia, piccola capitale delle miniere di carbone in Pennsylvania

Per comprendere Centralia, bisogna partire da come è nata. Centralia era una delle tante piccole capitali del carbone “made in USA”: sorge infatti su uno dei più vasti giacimenti di carbone bituminoso degli Stati Uniti. Le miniere di carbone in Pennsylvania, soprattutto nella zona di Anthracite Coal Region, sono state per decenni il cuore pulsante dell’industria energetica americana. Centralia venne fondata nel 1866, proprio per sfruttare quel tesoro nero nascosto nel sottosuolo.

La città crebbe rapidamente. Scuole, negozi, teatri, chiese: tutto ruotava attorno all’attività mineraria. Il carbone non solo dava lavoro, ma alimentava il sogno americano di una classe operaia dignitosa e orgogliosa. Nessuno, negli anni del boom, si interrogava sulle conseguenze ambientali o strutturali dell’escavazione selvaggia. Le gallerie si moltiplicavano, spesso in modo disordinato, interconnesse e non mappate.

1962: il fuoco che non si spegne

Tutto cambia con una manutenzione “ordinaria” che si trasforma in un incubo. Il 27 maggio 1962, il Consiglio comunale di Centralia ordinò la pulizia di una discarica a cielo aperto. Si decise di bruciare i rifiuti, come si era fatto altre volte. Ma quella volta, il fuoco arrivò a una cavità mineraria non sigillata, ancora con carbone attivo. Così cominciò l’incendio di Centralia.

Nei giorni successivi, nessuno capì reale dell’entità del danno. Ma presto cominciarono a emergere segnali inquietanti: fumo che usciva dai tombini, terreno che si riscaldava, crepe nei marciapiedi. I vigili del fuoco tentarono invano di spegnere le fiamme sotterranee. Le gallerie delle miniere di carbone di Centralia, molte delle quali sconosciute o abbandonate, si rivelarono una rete incontrollabile, perfetta per la propagazione del fuoco. Iniziò una guerra invisibile e impari: l’uomo contro il carbone in fiamme.

Una città che sprofonda

Negli anni ‘70, Centralia iniziò a cambiare volto. L’aria era tossica, i residenti denunciavano nausea, vertigini, mal di testa. I tentativi di domare l’incendio si rivelarono vani: si perforarono pozzi, si cercò di isolare le gallerie, si iniettarono materiali ignifughi. Nessun risultato. Nel 1981, un ragazzino di 12 anni cadde in una voragine apertasi nel giardino di casa sua: si salvò per miracolo. Fu il punto di svolta. Le autorità federali inviarono ingegneri, geologi, esperti. La diagnosi fu chiara: Centralia bruciava dentro. Un fuoco impossibile da spegnere.

Nel 1984 il Congresso stanziò 42 milioni di dollari per evacuare la città. Le famiglie ricevettero indennizzi per abbandonare le proprie case. Alcuni abitanti resistettero per anni, ma progressivamente Centralia si svuotò. Nel 1992, lo Stato ne espropriò ufficialmente il territorio.

Nel 2002 fu eliminato il codice postale. Oggi Centralia è una città fantasma, popolata solo da pochissimi anziani, residenti autorizzati a restare fino alla morte. Le foto dei reportage li ritraggono come dei fantasmi, rassegnati, avvolti dal fumo, ma nello stesso tempo determinati a non lasciare le loro case.

Quando questi ultimi residenti non ci saranno più Centralia non potrà essere ripopolata o ricostruita: i tempi della bonifica sono stimati in secoli.

L’incendio senza fine

Le stime più recenti indicano che l’incendio di Centralia potrebbe continuare per altri 250 anni. Le miniere di carbone in Pennsylvania sono ricche e profonde, e il carbone, una volta acceso, brucia lentamente ma inarrestabilmente. La combustione sotterranea continua ad allargarsi, in profondità e in larghezza, rendendo l’intera area geologicamente instabile.

La superficie sopra il fuoco ha temperature tra i 100 e i 400 °C. Alcuni tratti del suolo sono talmente caldi che sciolgono le suole delle scarpe. Le piante non crescono. Gli animali evitano l’area. Terra bruciata, letteralmente.

Centralia sulla cartina

Foto Shutterstock

L’impronta ecologica di Centralia

Oltre al dramma umano di chi ha dovuto abbandonare casa, affetti e ricordi, Centralia è un disastro ambientale. Una testimonianza drammatica di come i “danni collaterali” dell’inquinamento, in particolare dell’industria carbonifera, sono moltissimi e potenzialmente incontrollabili.

Il fuoco sotterraneo rilascia ogni giorno anidride carbonica, metano, monossido di carbonio e altri gas serra. L’aria, già compromessa, ha avuto effetti negativi sulla salute dei residenti fino agli anni dell’abbandono. Il terreno è contaminato da metalli pesanti e idrocarburi incombusti.

L’intero ecosistema locale è stato alterato: alcuni insetti e piante sono spariti, mentre altre specie si sono adattate a vivere su un suolo caldo e instabile. Si è creato un microclima anomalo, con sacche di calore e vapori acidi. La zona intorno alla città fantasma di Centralia è oggi quasi un laboratorio aperto di ecologia estrema, dove si studia l’adattamento della natura a condizioni ostili e le conseguenze dell’esposizione degli organismi viventi ad ambienti poco salubri.

Il caso di Centralia ha aperto un dibattito globale sull’impatto a lungo termine delle attività minerarie. Le miniere di carbone in Pennsylvania, così come in altre parti del mondo, sono state per decenni sfruttate senza criteri di sostenibilità o prevenzione.
Centralia è la prova tangibile di cosa può accadere quando si ignora l’equilibrio tra industria e ambiente: un vero esempio, se ce ne fosse bisogno, dei danni del Capitalocene, la nostra era in cui conta soprattutto il profitto e la natura diventa solo un bene da sfruttare economicamente.

Silent Hill città vera? Dalla cronaca alla fantasia

Se vi chiedete se Silent Hill sia una città vera: la risposta è sì, ed è proprio Centralia! Almeno come ispirazione… Nebbia fitta, silenzio surreale, crepe nell’asfalto, palazzi abbandonati: l’atmosfera del famoso videogioco horror nato in Giappone ricorda molto la ghost town americana. E quando, nel 2006, uscì l’adattamento cinematografico, il regista Christophe Gans dichiarò apertamente di essersi ispirato alla città bruciata della Pennsylvania.

Con la popolarità di Silent Hill (ormai una saga cult!) le immagini della vecchia Route 61 di Centralia – oggi chiusa, crepata, annerita, invasa da fumi e graffiti – sono diventate virali. Per molti, Silent Hill è una città vera e si trova proprio questo sperduto angolo di America, in cui la realtà si confonde con l’irreale, in cui il paesaggio stesso sembra segnato dalla colpa, dal pericolo e dall’oscurità.

Graffiti Highway a Centralia

Foto Shutterstock

Centralia: “paradiso” oscuro di urbex e blogger

Eppure, paradossalmente, ogni anno a Centralia arrivano centinaia di visitatori, attratti dal fascino oscuro di questa terra desolata: l’accesso alla ghost town è vietato ufficialmente, ma questo non impedisce a curiosi, fotografi e appassionati di urbex di visitarla.

Ogni anno migliaia di persone si muovono attraverso l’unica strada percorribile, crepata, annerita e piena di graffiti (è soprannominata per questo Graffiti Highway) e si immergono in questo “videogioco dal vivo”. Anche documentaristi, blogger e giornalisti ne fanno la meta per reportage “d’impatto”. Un paradiso “oscuro” di cui vale comunque la pena parlare almeno per evitare che accada in futuro, in qualche altra parte del mondo, e riflettere seriamente sul futuro del carbone e sulla sua impronta ecologica.

Lucia Fino

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