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A causa del cambiamento climatico diminuiscono i pesci

Uno studio pubblicato su «Science» lo conferma: in meno di un secolo la fauna acquatica si è ridotta del 4,1%.

Fabio Di Todaro
5 marzo 2019

Temperature (sempre) più alte uguale mari meno pescosi. Possono essere riassunte con questa equazione, le conclusioni di una ricerca pubblicata sulle colonne della rivista «Science», che conferma quella che può essere una delle più gravi ricadute sul Pianeta del cambiamento climatico. Quanto già accaduto negli ultimi decenni, ha portato a una riduzione del 4,1 per cento della fauna acquatica: considerando come periodo di analisi quello compreso tra il 1930 e il 2010. Questo il dato medio, ottenuto partendo però anche da rilevazioni di impatto ben più significativo. Secondo gli autori dello studio, infatti, in alcune aree del Mar Cinese orientale e del Mare del Nord, il calo potrebbe essere risultato compreso tra il 15 e il 35 per cento. In alcune aree del Pianeta, dunque, ci sarebbe un terzo del pesce che era disponibile meno di un secolo fa.

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Cambiamento climatico: i frutti di mare (soprattutto molluschi e crostacei) in alcune zone costiere del Pianeta oggi costituiscono quasi il 50 per cento delle fonti alimentari consumate, Foto: iStock

TRA LE SPECIE PIÙ A RISCHIO I FRUTTI DI MARE – Tutto ciò è accaduto mentre, nel frattempo, la popolazione mondiale cresceva. E, di conseguenza, anche il fabbisogno alimentare. Motivo per cui, nonostante gli appelli siano rimasti finora quasi sempre inascoltati, i ricercatori non hanno potuto che ripetere la solita solfa: «Occorre evitare la pesca oltre le quote stabilite per legge, per permettere alla fauna di ricostituirsi e di far fronte ai cambiamenti climatici che, già da soli, rappresentano una minaccia per la sopravvivenza di alcune specie», avverte Malin Pinsky, docente di ecologia, evoluzione e risorse naturali alla Rutgers University (New Jersey), tra gli autori dello studio. Tra le specie più a rischio, gli esperti considerano i frutti di mare (soprattutto molluschi e crostacei) che in alcune zone costiere del Pianeta oggi costituiscono quasi il 50 per cento delle fonti alimentari consumate. Gli scienziati hanno studiato l’impatto del riscaldamento oceanico su 235 popolazioni di 124 specie (pesci, crostacei, gamberetti, molluschi), in 38 regioni in tutto il mondo. Le perdite maggiori si sono verificate nelle regioni del Mare del Giappone, del Mare del Nord, della costa iberica, nel Pacifico settentrionale e nel Golfo di Biscaglia.

ACQUE TROPPO CALDE PONGONO A RISCHIO LA RIPRODUZIONE DEI PESCI – Il messaggio punta ad arrivare tanto alle autorità quanto agli operatori della pesca: i primi che rischiano dipagare le conseguenze di un impoverimento dei mari, sul piano economico. Rispetto ad altri studi simili, l’elemento aggiuntivo di questo lavoro è che non stima le perdite per il futuro, ma traccia una stima di quelle già registrate. Il dato è dunque da considerare maggiormente realistico. Detto ciò, sono ancora diversi gli aspetti su cui la comunità scientifica è chiamata a interrogarsi: dall’impatto che il riscaldamento delle acque ha nelle zone tropicali (dati ancora limitati) al ruolo che giocano altri fattori quali il contenuto di ossigeno e l’acidità degli oceani. C’è un’altra ragione per cui occorrerebbe porre un freno al riscaldamento delle acque oceaniche. Anche la riproduzione dei pesci, infatti, rischia di essere minata dall’aumento delle temperature: con spore, uova e prole che dovranno lottare per abituarsi a temperature per loro non ottimali. Tutte queste conseguenze rappresentano il prodromo della perdita di biodiversità, con il progressivo diradamento di specie ittiche alla base della catena alimentare.

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Secondo gli scienziati le perdite maggiori di pesci dovute al cambiamento climatico si sono verificate nelle regioni del Mare del Giappone, del Mare del Nord, della costa iberica, nel Pacifico settentrionale e nel Golfo di Biscaglia, Foto: Pixabay

CON IL CALDO AUMENTANO LE SPECIE ALIENE – Dal lavoro emerge comunque che, a fronte di specie che sono diventate meno numerose, ce ne sono altre che hanno visto crescere la loro presenza nelle acque del Pianeta. Si tratta soprattutto di specie tropicali che hanno approfittato del riscaldamento climatico per approdare in mari e oceani inizialmente meno miti. Sono classificate come alloctone le specie che provengono da ambienti che non sono in connessione tra loro. Soltanto nel Mediterraneo, se ne conterebbero 800 diverse, oggigiorno. Una stima per alcuni esperti fin troppo prudente. Il loro aumento dipende almeno da tre fattori. Il primo è l’incremento del commercio di prodotti ittici, perché per esempio i molluschi importati portano con sé molte altre specie dalle zone di origine. Il secondo è l’aumento del numero di imbarcazioni che viaggiano da un mare all’altro, portando attaccati alle chiglie o nelle acque di sentina molte specie. Il terzo fattore, per l’appunto, è l’aumento della temperatura del Mediterraneo, che consente di ambientarsi a specie che arrivano da mari più caldi, come è stato documentato anche per le specie terrestri e gli uccelli. E man mano che la temperatura aumenta si assiste a uno spostamento di specie entrate dal Mar Rosso verso il Mediterraneo occidentale, fino alle nostre coste. La loro presenza può rappresentare un rischio per le specie autoctone, nei cui confronti possono attuarsi forme di predazione che, alla lunga, possono minare la stabilità di pesci, crostacei e molluschi.

Twitter @fabioditodaro

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