Una delle emergenze ambientali più temute negli anni Ottanta e Novanta si è sostanzialmente risolta: stiamo parlando del buco nell’ozono
Leggendo dei risultati a dir poco deludenti dell’ultima Conferenza delle parti sul clima (la Cop30 di Belém), o dell’immensa isola di plastica nell’oceano Pacifico, viene da pensare che le grandi sfide ambientali siano destinate al fallimento. Che il Pianeta sia destinato al collasso e nessuno di noi – persone, aziende, governi, scienziati – abbia il potere di salvarlo da questo triste destino. La storia del buco dell’ozono ci dimostra che non è così. Perché era un’emergenza ambientale altrettanto gigantesca, dalle conseguenze potenzialmente devastanti, ma c’è stata la volontà politica di fermarla. E ha funzionato. Non tutti conoscono questa storia e il modo in cui l’umanità sia riuscita a risolvere, almeno per ora, il problema. Approfondiamo all0ra l’argomento capendo meglio cos’è il buco nell’ozono, dove si trova e cosa è successo.

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A cosa serve l’ozono nell’atmosfera
Prima di dire cos’è il buco nell’ozono bisogna fare un passo indietro per capire cos’è l’ozono e quale ruolo svolge nella protezione del nostro pianeta. Cominciamo col dire che l’atmosfera terrestre è suddivisa in strati. Quello in cui viviamo è la troposfera, in cui si concentra quasi tutto il vapore acqueo. Molto più in alto – nella parte superiore della stratosfera tra i 15 e i 35 km di altitudine – c’è l’ozonosfera che, come suggerisce il nome, è ricca di ozono (una molecola formata da tre atomi di ossigeno, la cui formula chimica è O₃). Quest’ultima ha una proprietà indispensabile: trattiene il 100% dei raggi UVC e oltre il 90% dei raggi UVB emanati dal sole, schermando così la Terra da radiazioni ultraviolette che danneggerebbero cellule, ecosistemi, occhi e pelle. Lascia passare solo i raggi UVA.
Cos’è e dove si trova il buco dell’ozono
Nel 1974 la rivista Nature pubblicò un articolo destinato a restare nella storia. Portava la firma di Frank Sherwood Rowland e Mario Molina e sosteneva che i gas clorofluorocarburi (CFC), sintetizzati dall’uomo, potessero arrivare alla stratosfera e rilasciare atomi di cloro in quantità tale da danneggiare lo strato di ozono. Nonostante l’aperto scetticismo manifestato soprattutto dalle grandi aziende che avevano brevettato o utilizzato quei gas per i loro prodotti, la loro scoperta si rivelò fondata. Tant’è che, due decenni dopo, gli autori sarebbero stati insigniti del premio Nobel per la chimica insieme a Paul Crutzen.
A metà degli anni Ottanta altri studi confermarono che si era verificato effettivamente un assottigliamento nello strato di ozono (chiamato per semplicità buco nell’ozono) soprattutto sopra l’Antartide, dove il cloro viene “riattivato” dalla combinazione tra le temperature estreme dell’inverno (giugno-agosto) la successiva ricomparsa improvvisa della luce in primavera (a partire da settembre). Proprio tra settembre e novembre il buco nell’ozono si amplia e dunque si estende verso nord, aumentando temporaneamente l’esposizione ai raggi UV di parti dell’Australia, della Nuova Zelanda e del Sudamerica.

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Buco dell’ozono: cos’è cambiato con il Protocollo di Montréal
Una volta appurate le cause del buco dell’ozono, era chiaro su cosa si dovesse intervenire: i gas clorofluorocarburi (CFC). Per decenni erano stati considerati un miracolo della chimica moderna: inodori, non tossici, non infiammabili, stabili al punto da trovare svariate applicazioni. Erano presenti nei frigoriferi, nei condizionatori, nelle schiume isolanti, nelle bombole spray come propellenti, e persino in alcune applicazioni industriali come solventi elettronici.
Proprio quella stabilità, però, era il problema: i CFC erano talmente persistenti da risalire intatti fino alla stratosfera, dove la radiazione solare li rompeva liberando atomi di cloro capaci di distruggere l’ozono a catena.
Quando divenne evidente la portata globale del danno, la risposta della comunità internazionale fu straordinaria. Nel 1987, a Montreal, i Paesi del mondo firmarono il Protocollo di Montréal, il primo trattato ambientale ad aver raggiunto una ratifica universale. L’obiettivo era semplice nella formulazione ma radicale nelle conseguenze: eliminare gradualmente i CFC e gli altri gas ozono-distruttivi, sostituendoli con alternative più sicure. Seguì un percorso di revisioni successive, via via più ambiziose, che estese i divieti ad altre sostanze come gli halon, il tetracloruro di carbonio e gli HCFC.
Il buco dell’ozono oggi
Questa presa di coscienza collettiva ha funzionato. Il monitoraggio condotto dalla Nasa testimonia che gli effetti del Protocollo di Montréal si sono iniziati a manifestare già nel 1992 e da allora, seppure con una certa variabilità legata alle condizioni atmosferiche che cambiano di anno in anno, il buco nell’ozono si è ridotto in termini di estensione e di durata. Nel 2025 ha raggiunto un’estensione massima di 18,71 milioni di chilometri quadrati, il 30% in meno rispetto alla massima registrata nel 2023, e si è frammentato quasi tre settimane in anticipo rispetto alla media dell’ultimo decennio.
Possiamo quindi affermare che il buco nell’ozono si è quasi chiuso: il completo recupero dell’ozonosfera è atteso per la fine del secolo. È la prova del fatto che la comunità internazionale, quando agisce con coerenza e continuità, può davvero cambiare il corso degli eventi. Mettendo in salvo il pianeta e le persone da gravissime conseguenze.
Valentina Neri

