Wise Society : Archeoplastica, il museo dei rifiuti che vengono dal mare

Archeoplastica, il museo dei rifiuti che vengono dal mare

di Serena Fogli
14 Giugno 2022

La plastica spiaggiata diventa un reperto da esporre e mostrare, nonché un modo per sensibilizzare in modo visivo e immediato al problema dell'inquinamento da plastica. Fondatore del progetto è Enzo Suma che, da sempre, si occupa di tutela ambientale.

Quanto tempo può vivere un rifiuto in mare? E dopo quanto tempo viene restituito alla terraferma? Anche più di sessant’anni, stando ai ritrovamenti di Enzo Suma, fondatore di Millenari di Puglia, una realtà salentina impegnata a valorizzare il territorio attraverso escursioni guidate, educazione ambientale e volontariato naturalistico. Oltre a questa realtà, Enzo si occupa da qualche anno anche di Archeoplastica, un progetto che punta a rendere i rifiuti muti testimoni di un modello di consumo che fa male al Pianeta e agli esseri viventi che lo abitano. Perché la plastica abbandonata nell’ambiente dura centinaia di anni: secondo i dati riportati dallo studio Degradation Rates of Plastics in the Environment, una semplice bottiglia di plastica può metterci fino a 450 anni per degradarsi. «E un conto e leggerlo – afferma Enzo Suma – e un conto è vederlo con i propri occhi in un oggetto ben conservato e proveniente dagli anni ’50, disperso nell’ambiente da allora»

Enzo Suma, fondatore di Archeoplastica

Enzo Suma in una foto con i rifiuti trovati in spiaggia

Archeoplastica, il museo virtuale dei rifiuti spiaggiati

Archeoplastica ha una missione molto semplice e altrettanto urgente: sensibilizzare in modo visivo, attivo e immediato sul tema dell’inquinamento da plastica, oggi emergenza ambientale. Basti pensare che, secondo uno studio pubblicato su Science, il 60% di tutta la plastica mai prodotta è diventata un rifiuto finendo nelle discariche o nell’ambiente naturale. E i numeri sono da capogiro: la produzione di plastica ha oggi superato di gran lunga qualasiasi altro materiale mai prodotto dall’uomo e, solo a partire dagli anni ’80, si è cominciato a lavorare sui temi del riciclo e della distruzione dei rifiuti tramite incenerimento.

Per quanto riguarda il futuro le previsioni non sono confortanti. Se la produzione di plastica dovesse continuare al ritmo attuale, entro il 2050 l’umanità avrebbe prodotto 6.000 Mt di resine, 6000 Mt di fibre PP&A e 2000 Mt di additivi. E, di questi, ben 12000 mt finirebbero in discarica o nell’ambiente naturale.


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Basta farsi un giro sulla pagina Instagram di Archeoplastica per comprendere, concretamente, la portata del problema. I social, d’altronde, hanno aiutato tantissimo a diffondere il progetto, creando consapevolezza in tutte le fasce d’età. «Avevo capito che i miei post avevano un certo impatto emotivo sulle persone», commenta Enzo Suma. «Questi ritrovamenti riguardano il nostro passato e le persone, dopo un primo sentimento nostalgico, sono portate a pensare “ma quanto è rimasto in giro questo rifiuto?” Archeoplastica è un modo inedito di raccontare il problema dell’inquinamento da plastica, una modalità che non avevo mai visto o notato». E il progetto prende vita e cresce, anno dopo anno.

La nascita del progetto

«Poiché vivo il mare tutto l’anno» afferma l’ideatore di Archeoplastica, «ho pensato di mettere da parte e utilizzare un po’ di reperti trovati sulle spiagge per organizzare una mostra tematica volta a sensibilizzare sull’argomento della plastica in mare. Questa idea si è poi strutturata e, dalle mostre fisiche, sono nati gli incontri nelle scuole e un museo virtuale capace di rendere i reperti immediatamente visibili e fruibili».

E dalla sua ufficializzazione, nel 2021, Archeoplastica ha fatto molta strada. «La quantità dei reperti si è ampliata moltissimo», continua Enzo Suma. «Inizialmente erano quelli che raccoglievo in Puglia, sulla costa adriatica da Bari fino a Lecce; ora ci sono i reperti che arrivano dal nord e dal medio Adriatico, um mare che, per sua conformazione, “raccoglie” quantità maggiori di macroplastica.»

Enzo non è un collezionista, e non si considera neanche un attivista. «Faccio quel che posso nel limite delle mie possibilità. E questo mi ha portato a occuparmi di tematiche molto diverse fra loro, ma tutte legate al tema della tutela ambientale». E, infatti, al fianco di Archeoplastica, continuano a vivere altri progetti paralleli quali la tutela degli ulivi monumentali pugliesi e la salvaguardia del Fratino, un piccolo uccello a rischio che nidifica sulle coste italiane, e soprattutto in Puglia.

Rifiuti di plastica in spiaggia

Foto Shutterstock

Il museo di Archeoplastica

Il museo virtuale di Archeoplastica raccoglie tantissimi reperti, che è possibile osservare anche in 3D, così da scoprire quanto il tempo, gli agenti atmosferici e il mare abbiamo scalfito ben poco gli oggetti. Scorrendo i vari reperti troviamo un flacone di Crema 8X4, commercializzata nel polietilene dalla fine degli anni ’50; un flacone di candeggina a marca Cigno, integro, proveniente dagli anni ’60; o, ancora, un flacone in plastica del detergente Dolomit Vetri, che il gruppo Zobele commercializzava negli anni ’60.

«Non c’è un oggetto più vecchio degli altri», afferma Enzo Suma, «Ma ce ne sono molti che identificano il periodo storico in cui la plastica si diffonde nel mondo e diventa un materiale molto presente nelle case degli italiani, ovvero gli anni ’50. Ad esempio, il ’58 segna la produzione in grande scala del polipropilene Moplen. E infatti nel museo di Archeoplastica ci sono due reperti che hanno impresso il suddetto marchio: uno è un tappo, con scritto sopra “Moplen, polipropilene Montecatini”, ovvero la prima industria ad aver prodotto questo tipo di plastica; poi ci sono alcune creme solari, che ho ritrovato in alcune pubblicità degli anni ’50»

Reperto di Archeoplastica

Foto Pagina Facebook di Archeoplastica

Il futuro del progetto

Dal museo virtuale agli incontri nelle scuole, fino ad arrivare alle mostre fisiche in Puglia e in diverse zone d’Italia, Archeoplastica è un pogetto in continuo divenire. «Ora allestisco anche mostre con l’aiuto di esperti di settore: in questo modo il messaggio finale arriva in modo più forte e immediato» afferma Enzo Suma. «Ci sono già state due esposizioni a Bari con National Geographic, e ora è stata da poco inaugurata  una mostra a Pisa presso Palazzo Blu che, col nome “Explore: oceani, ultima frontiera“, espone anche i reperti di Archeoplastica. Stiamo quindi affrontando una nuova fase del progetto che, spero, ora possa uscire dalla Puglia per raggiungere quante più persone possibile».

E il progetto ha trovato un grandissimo riscontro anche da parte del pubblico, sia sui social che nel mondo reale. «Stiamo assistendo sicuramente a un cambiamento, a partire dalla sensibilità delle persone» racconta Enzo Suma. «Io ho sempre organizzato raccolte di rifiuti in spiaggia: anni fa eravamo sempre i soliti, oggi invece si tratta di eventi molto partecipati. Anche a livello legislativo, seppur con lentezza, si sta muovendo qualcosa. Ed essendo un problema complesso, le soluzioni devono arrivare da più parti: sicuramente dalle persone, ma anche dal punto di vista normativo e, di conseguenza, dalle aziende produttrici».

Archeoplastica a Pisa: la mostra “Oceani, ultima frontiera”

I reperti di Archoplastica sono esposti a Pisa fino al 4 settembre nell’ambito di “Oceani, ultima frontiera“, mostra fotografica organizzata in collaborazione con National Geographic. Qui sarà possibile esplorare i vasti oceani e le profondità marine attraverso straordinarie immagini e percorsi che presentano la grandissima ricchezza di forme di vita che il mare ospita.

A fianco di queste incredibili foto non mancherà però la sofferenza degli oceani, il cui ecosistema è a rischio a causa delle attività umane. Dalla crisi climatica alla sovrappesca, sarà affrontato anche il problema della plastica. E proprio in questo ultimo filone si inseriscono i reperti di Archeoplastica che, acquistati a partire dagli anni ’60 del secolo scorso e raccolti sulle spiagge dopo oltre cinquant’anni, diventano un monito per il nostro futuro. Ci auguriamo che, fra pochi anni, la plastica diventi solo un “prezioso” reperto storico da osservare, da lontano, nei musei.

Tartaruga impigliata in una rete da pesca

Inquinamento da plastica. Una tartaruga Caretta caretta è rimasta impigliata in una vecchia rete da pesca di plastica al largo della costa spagnola. Sarebbe morta se il fotografo non l’avesse liberata. Le attrezzature da pesca abbandonate sono una grave minaccia per le tartarughe e altri animali marini. Foto Jordi Chias, courtesy of Palazzo Blu


Per avere più informazioni su Archeoplastica ti consigliamo di dare un’occhiata al sito web ufficiale del progetto.


Serena Fogli

 

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