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Apartheid climatico, il riscaldamento globale sarà pagato dai poveri

Il surriscaldamento globale è una grave minaccia anche per i diritti umani. Secondo gli esperti l’innalzamento delle temperature del pianeta provocherà mancanza di cibo e disastri naturali che saranno pagati soprattutto dalle popolazioni più fragili

Rosa Oliveri
6 Aprile 2021

Un divario tra ricchi e poveri causato dal riscaldamento globale. È stato definito Apartheid climatico ed è una minaccia globale che pende sul Pianeta e sui suoi abitanti. Una minaccia strettamente legata all’innalzamento delle temperature del pianeta che andrà – se le cose non cambiano al più presto – ad acuire sempre di più le differenze tra i ricchi e i poveri del mondo.

apartheid climatico

Foto di Rainier Ridao / Unsplash

Che cos’è l’apartheid climatico

La parola apartheid (letteralmente segregazione, divisione, partizione) è strettamente legata all’esperienza politica sudafricana  –  si trattò, infatti, di una politica estremistica di discriminazione razziale (anche violenta) perseguita dalle minoranze bianche nella Repubblica Sudafricana ai danni degli indigeni neri – ma è stata utilizzata, in aggiunta all’aggettivo climatico, nel 2019 dal ricercatore Philip Alston, durante la presentazione del rapporto al Consiglio dei diritti umani dell’Onu sui rischi anche “umanitari” del riscaldamento globale. In quell’occasione, l’esperto di diritto internazionale e relatore speciale per le Nazioni Unite sulla povertà estrema ha, infatti, criticato aspramente le misure adottate dagli organismi delle Nazioni Unite giudicandole “inadeguate” a salvare la Terra dal “disastro imminente”. Secondo l’esperto, infatti, sono i poveri del mondo che rischiano di essere colpiti più duramente dall’aumento delle temperature – la cui esistenza non può essere negata – o e dalla probabile conseguente scarsità di cibo.

Povertà e apartheid climatico

Foto di Sérgio Rola / Unsplash

Cosa comporterà l’apartheid climatico

Secondo le previsioni, il Pianeta rischia quindi un “apartheid climatico”, in cui i ricchi che già hanno maggiori mezzi per per sfuggire alla fame riusciranno a salvarsi, mentre i Paesi poveri e le persone con difficoltà economiche e sociali pagheranno il prezzo più alto.

Si prevede, infatti, che i paesi in via di sviluppo pagheranno almeno il 75% dei costi del global warming e questo anche se, di fatto, questi paesi contribuiscono alle emissioni di CO2 solo per 10%. D’altra parte è ormai evidente da decenni come il riscaldamento globale influisca su varie questioni legate alla sopravvivenza degli esseri viventi – ad esempio la riduzione dei pesci  –  . In pratica, il cambiamento climatico – con le possibili conseguenze come carestie, siccità, terremoti e tzunami – minaccia di annullare gli ultimi 50 anni di progressi nello sviluppo, nella salute globale e nella riduzione della povertà e il surriscaldamento potrebbe condurre oltre 120 milioni di persone in più in povertà entro il 2030.

Inoltre, secondo le stime, dopo altri 20 anni, altre 140 milioni di persone (soprattutto tra Africa sub-sahariana, Asia meridionale e Sud America) potrebbero perdere la propria casa a causa di qualche disastro naturale andando ad alimentare le fila dei migranti climatici che per non si troveranno senza difese, esposti  a fame, malattie e distruzione e costretti a migrare, rendendo la riduzione delle emissioni non solo una questione ecologica (come ad esempio il riscaldamento del permafrost) ma una emergenza legata ai diritti umani.

> LEGGI ANCHE >>> Il riscaldamento globale spiegato ai giovani: una minaccia che coinvolge il quotidiano<<<

Rosa Oliveri

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