Wise Society : Allevamento animali da pelliccia verso lo stop in UE

Allevamento animali da pelliccia verso lo stop in UE

di Emanuele Francati
3 Aprile 2026

Dagli allevamenti di animali da pelliccia alle nuove normative europee: quali specie vengono utilizzate, cosa sta cambiando in Italia e perché cresce la richiesta di fermare lo sfruttamento animale nel settore moda

Prima non ci si faceva troppo il problema. Si comprava una pelliccia un po’ per status un po’ per bellezza, la si indossava e si andava in giro anche con una certa fierezza. È da tempo, però, che la questione etica è entrata nel discorso e la moda si è fatta fur free. O, quantomeno, alcuni brand hanno scelto di esserlo, mentre altri continuano per la loro strada.  Quello che conosciamo noi, però, è solo il prodotto finale, dietro al quale vi è un mondo che forse non vorremmo conoscere. Allevamenti chiusi, filiere opache, “materia prima” senza storia né dignità. Un vero e proprio sistema industriale, quello che si muove dietro ogni pelliccia, e che coinvolge milioni di animali allevati esclusivamente per essere uccisi e trasformati in prodotti di lusso. Un sistema che, adesso, è sempre più sotto pressione.  Sì, perché qualcosa si sta muovendo in tutta Europa. Normative più stringenti, divieti nazionali, iniziative dei cittadini: un cambiamento culturale profondo e da cui difficilmente si torna indietro. Qualcosa che ridisegna il futuro di un intero settore. E che riguarda anche l’Italia, seppur storicamente legata alla manifattura della moda: siamo al centro di questa transizione, tra stop già avviate e nuove richieste di regolamentazione.  Dopotutto le alternative ci sono e, anche se ad oggi ci chiediamo se le pellicce sintetiche siano realmente ecologiche, di certo non possiamo negare che siano più etiche degli allevamenti di animali da pelliccia.

animali da pelliccia

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Gli animali da pelliccia nell’industria della moda

Poche, sfortunate specie, selezionate per caratteristiche specifiche del manto: densità, lucentezza, uniformità. È questo il destino degli animali da pelliccia utilizzati nell’industria della moda, che di certo non avrebbero mai immaginato di nascere con il solo scopo di scaldare un essere umano durante l’inverno o diventare simbolo di un “certo status”. Visoni, volpi, cincillà e altri animali uniti da un triste destino: essere allevati in modo intensivo in strutture progettate per massimizzare la produzione, ignorando del tutto il loro benessere e i loro bisogni. Una situazione, se possibile, ancora peggiore rispetto agli allevamenti destinati all’alimentazione: qui, infatti, l’intero ciclo di vita dell’animale è orientato esclusivamente alla qualità della pelliccia. Selezione genetica, condizioni di luce, alimentazione e tempi di crescita vengono controllati per ottenere pelli standardizzate e competitive a livello commerciale. 

Inutile specificare che si tratta di un modello industriale con conseguenze enormi e disastrose sul benessere animale. Le specie coinvolte sono selvatiche o semi-selvatiche, con bisogni etologici complessi che difficilmente possono essere soddisfatti in ambienti di allevamento intensivo. E comunque non ce n’è nemmeno l’interesse. Gabbie decisamente troppo piccole, nessuno stimolo, impossibilità di esprimere comportamenti naturali (come scavare, cacciare o stabilire territori) sono all’ordine del giorno, e portano inevitabilmente a stress, stereotipie e comportamenti autolesivi. Altre criticità etiche riguardano poi le modalità di soppressione: anche in questo caso, preservare l’integrità della pelliccia è una priorità. Più di trovare modi per evitare sofferenza inutile. 

È comunque troppo tardi, ma oggi finalmente qualcosa si muove: l’intero settore è stato messo in discussione in primis per motivi etici, ma anche ambientali e sanitari. Gli allevamenti da pelliccia possono di fatto avere un impatto significativo in termini di emissioni, gestione dei rifiuti e rischio di diffusione di malattie zoonotiche. Così la pressione da parte dell’opinione pubblica cresce, unita a quella proveniente dalle istituzioni e, paradossalmente, dallo stesso mondo della moda, dove sempre più brand scelgono di abbandonare l’uso di  pellicce animali in favore di alternative sintetiche o sostenibili.

pelliccia animale

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Quali sono gli animali da pelliccia: elenco dei più diffusi

Nel mercato globale delle pellicce sono state utilizzate varie specie animali, nel corso della storia e ancora oggi. Quali dipende dalle modalità di produzione, principalmente: se allevamento intensivo o cattura in natura.

Alcune delle specie più diffuse nell’industria delle pellicce includono visoni americani (Neovison vison), considerati i principali animali allevati per il commercio di pellicce di alta qualità. Probabilmente, se pensiamo alla classica pelliccia della nonna è quella di visone che ci viene in mente. Anche le volpi sono tra le sfortunate, in particolare volpe rossa e volpe artica, apprezzate per il loro pelo lungo e spesso, e i cani procione (o raccoon dog) un cane procione asiatico allevato soprattutto in alcune aree dell’Europa e dell’Asia. Non da meno i cincillà, noti per il loro manto estremamente denso e morbido, di valore elevato nel mercato di lusso. Queste specie sono tra le più comuni negli allevamenti dedicati alla pelliccia intensiva in molte regioni del mondo.

Ci sono poi molte specie cacciate o catturate in natura, il cui pelo viene comunque impiegato per fabbricare indumenti o accessori alla moda. Tra queste rientrano conigli (in particolare razze come il Rex), volpi, castori, lontra, ermellini, coyote, bobcat, lince, opossum. È possibile persino trovare pellicce di animali marini come le foche, sebbene alcune di queste produzioni siano oggi fortemente regolamentate -o persino vietate- in molte giurisdizioni.

Ad ogni modo, quello degli animali da pelliccia è un elenco piuttosto lungo, cosa che riflette scelte di mercato e produzione: alcune specie sono allevate su larga scala per ottenere pellicce standardizzate, mentre altre provengono da catture mirate per usi specifici o per rimanere ancorati a certe tradizioni. Destinate, forse, a evolvere una volta per tutte grazie alla consapevolezza etica che cresce sempre più. 

animali da pelliccia elenco

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Stop agli allevamenti animali da pelliccia: la svolta europea

Gli animali usati per le pellicce possono tornare a vivere, letteralmente: le normative in loro favore stanno arrivando, pronte a sradicare una barbarie durata fin troppo. Negli ultimi tempi, l’Unione Europea ha registrato infatti una svolta significativa sulla questione degli allevamenti di animali da pelliccia, rendendolo un tema politico di primo piano. Per decenni la produzione di pellicce ha continuato ad essere consentita nell’UE sotto norme generali sul benessere animale, ma senza un divieto specifico contro la pratica stessa. Il risultato? Un mosaico di legislazioni nazionali divergenti e aggirabili fin troppo facilmente. Solo negli ultimi tempi, molti degli Stati membri hanno introdotto divieti o fasi di eliminazione degli allevamenti di pellicce entro scadenze precise: la svolta vera e propria, non fraintendibile. Tra questi Austria, Belgio, Francia, Italia e, di recente, anche la Polonia, che con una legge firmata nel 2025 ha deciso la chiusura definitiva delle pelliccerie entro il 2033, vietando anche nuove aperture e ampliamenti. 

In parallelo, l’UE ha avviato processi normativi più ampi. La Commissione Europea ha incluso la questione nelle revisione complessiva delle regole sul benessere animale, con una consultazione pubblica che ha raccolto più di 230.000 risposte da parte dei cittadini e che prevede, come possibile risultato, un ban su allevamenti di pelliccia e prodotti correlati nel mercato UE. Anche il Parlamento Europeo ha sollecitato misure urgenti, collegando la riforma normativa alla richiesta dell’Iniziativa dei Cittadini Europei “Fur Free Europe” sostenuta da milioni di firme. 

Si tratta di qualcosa di più di un “semplice” impulso etico: qualcosa che porterà -e già ha cominciato- a cambiamenti economici e sociali. Già possiamo vedere una domanda di pellicce tradizionali drasticamente diminuita in molti mercati, e le dichiarazioni di numerosi marchi di moda di alto profilo: non utilizzeranno più pellicce animali nelle loro collezioni. È chiaro che l’UE si stia dirigendo verso una condizione in cui gli allevamenti di animali da pelliccia non saranno più compatibili con i suoi obiettivi di protezione animale, se porrà come priorità il rispetto della sua coerenza legislativa. 

allevamento animali da pelliccia

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Allevamenti di animali da pelliccia in Italia: a che punto siamo

Sulla carta tutto giusto, ma si parla di Europa: in Italia, invece, come siamo messi? Un Paese dove storicamente la moda è sempre stata una grossa fetta dell’economia, ma anche della cultura stessa, e dove l’allevamento di animali destinati alla produzione di pellicce è rimasto completamente legale fino a pochissimo tempo fa. Solo negli ultimi anni abbiamo infatti visto un’evoluzione sulla questione, con esiti legislativi che segnano il punto di svolta che ci voleva rispetto al passato.

In Italia vi erano attività legate all’allevamento perlopiù di visoni, volpi e cincillà, pratiche che sono state gradualmente messe in discussione per ragioni etiche e di salute pubblica, soprattutto dopo le emergenze legate a focolai di SARS‑CoV‑2 nei visoni. Verrebbe da commentare che qualcosa si è mosso solo quando abbiamo avuto paura che potesse riguardare la nostra salute, ma ciò che importa alla fine è che sia successo. Infatti è lì che è arrivato il cambiamento più rilevante: l’emendamento approvato alla legge di Bilancio alla fine del 2021.

A partire dal 1º gennaio 2022 in Italia è vietato l’allevamento, la riproduzione in cattività, la cattura e l’uccisione di animali per ricavarne pelliccia, incluse specie come visoni, volpi, cani procione e cincillà. Era prevista inoltre la chiusura definitiva degli allevamenti esistenti entro il 30 giugno 2022, con misure di indennizzo e fondi per la riconversione delle strutture. 

Il divieto è entrato in vigore, ma ci sono ancora nodi aperti. Secondo alcune associazioni animaliste, diverse strutture che ospitavano animali da pelliccia -i visoni in particolare- non sono state completamente svuotate né sono stati adottati decreti attuativi necessari per il trasferimento o la cura degli animali rimasti in custodia dopo la chiusura ufficiale. Così, molti esemplari sarebbero rimasti in una situazione di limbo. 

In più, c’è anche una questione che riguarda commercio e importazione. Infatti, la normativa non blocca specificamente nessuna delle due attività legate alle pellicce prodotte all’estero. Tradotto: non possono esserne prodotte di nuove in Italia, ma sono ancora disponibili sia nuove che usate sul mercato italiano tramite negozi specializzati o piattaforme di vendite online. Non comprarne sta al singolo cittadino e al suo giudizio, perché di fatto si tratta di una possibilità ancora aperta. 

Per farla breve, è vero che l’Italia si è formalmente allineata a una tendenza sempre più diffusa in Europa verso l’eliminazione dell’allevamento di pellicce, con un quadro normativo che ora vieta esplicitamente queste pratiche. Ma è anche vero che la rimozione effettiva degli allevamenti residui e la gestione degli animali coinvolti restano temi di dibattito e intervento nel 2026, perché gli obiettivi etici dichiarati vengano effettivamente tradotti in realtà.

nimali uccisi per pellicce

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Il futuro della pelliccia animale tra divieti e alternative

Buttiamo un occhio al domani e ci sembra comunque migliore di ieri, il che è positivo. Ma qual è il vero futuro delle pellicce animali in Europa e nel nostro Paese? La transizione a cui stiamo andando incontro sembra netta, con pressioni normative, sociali ed economiche che stanno di fatto ridefinendo un intero settore. Abbiamo da un lato divieti nazionali e possibili futuri ban a livello UE, che indicano che l’allevamento e la vendita di pellicce animali saranno progressivamente limitati o -ancora meglio- vietati del tutto. Sono tutte misure che rispondono alle motivazioni etiche e di benessere animale, ma che provengono anche da considerazioni sanitarie e ambientali, come la riduzione dei rischi legati a zoonosi e l’impatto ecologico della produzione intensiva.

Dall’altro lato, vi è un mercato della moda già alla ricerca di alternative sempre più  sostenibili. Le pellicce sintetiche, i materiali riciclati e tessuti innovativi di origine biologica stanno guadagnando sempre più terreno, spinti dalla domanda dei consumatori e, innegabilmente, anche dalla volontà di costruirsi una brand reputation al passo con i tempi. Molti marchi di lusso hanno annunciato politiche “fur-free”, abbandonando del tutto la pelliccia animale, anche perché i nuovi materiali tecnici permettono di ottenere l’estetica, la morbidezza e persino l’isolamento di quelli della pelliccia tradizionale, senza implicazioni etiche. Parrebbe che “non ce ne sia più bisogno”, da questo punto di vista, se mai ci fosse stato. 

Ad ogni modo, abbiamo davanti uno scenario promettente, dove la pelliccia vera sarà vietata e il settore in sé riconvertito verso materiali alternativi e innovazione sostenibile. L’obiettivo è quello di ridurre in maniera drastica -e irreversibile- la presenza di pelliccia animale nei prossimi anni, fino a liberarci del tutto dall’idea che, degli animali, possiamo farne ciò che più ci aggrada. Che se lo vogliamo possono diventare accessori e indumenti: forse un tempo, ma oggi non è più questo ciò che la gente vuole. 

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