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Quanto sono sicuri gli imballaggi per gli alimenti?

L’Italia è il paese con la legislazione più rigida, ma l’elevato numero di sostanze presenti sul mercato consiglia prudenza e alcune semplici regole d'impiego

Fabio Di Todaro
24 giugno 2014

Foto Flickr by Steven DepoloConservare il cibo è sempre stato una necessità, sin dal paleolitico. Ma se allora si utilizzavano le anfore per preservare gli alimenti, senza alcuna certezza sulla loro affidabilità, oggi sono diversi i materiali messi a contatto con le pietanze per favorirne una custodia più sicura e in grado di ritardare i processi di deterioramento.

La riduzione del tempo disponibile per la preparazione dei pasti ha provocato la crescita della domanda di prodotti pronti. Nel 2013 sono state prodotte oltre 200 miliardi di “scatolette” di cibo, messo a contatto con oltre quatttromila sostanze diverse. È presto chiaro, dunque, perché l’industria agroalimentare s’è ritrovata di fronte alla necessità di disporre di metodi e tecniche altamente specializzate, in grado di garantire un elevato grado di conservabilità dei prodotti senza intaccarne la qualità.

COSA DICE LA LEGGE? – Quali funzioni deve assolvere il packaging destinato agli alimenti? Deve innanzitutto contenerli, a seconda del loro stato: solidi o liquidi. Deve, poi, proteggerli: dalla luce così come dall’aria, dal calore e dalle polveri, dalle contaminazioni biologiche (virus, parassiti, batteri) e dall’umidità. Per fare ciò è necessario che i materiali posti a contatto con gli alimenti siano innanzitutto sicuri. Già, ma da cosa dipende l’affidabilità di questi materiali? «Idealmente il packaging non deve dare luogo a trasferimenti di materia verso l’alimento, e viceversa – afferma Emanuela Di Martino, chimico dell’area igiene e sanità pubblica della Asl di Bologna -. Più realisticamente: i trasferimenti di materia non devono rappresentare un rischio per la salute umana e non devono modificare le caratteristiche organolettiche dell’alimento».

IL PRIMATO DELL’ITALIA – Su un punto non vi è alcun dubbio. L’Italia è stata la prima nazionale a regolamentare la materia, nel 1973. Poi è arrivato il regolamento 1935 del 2004 per uniformare la legislazione in Europa. A seguire: il numero 2023 nel 2006 (introduce il concetto delle buone pratiche di fabbricazione) e il 10 del 2011 (regolamenta l’utilizzo delle plastiche a contatto con gli alimenti). Eppure, nonostante tutte queste cautele, la materia continua a essere spinosa. La diversa sensibilità tra gli Stati relativamente alla tutela del consumatore ha fatto sì che nel tempo venissero adottate restrizioni particolari. Come nel caso del bisfenolo A, un componente della plastica che in tutta Europa non si utilizza più per la preparazione degli utensili destinati ai bambini, mentre Canada, Stati Uniti, Norvegia e Svezia lo hanno eliminato una volta per tutte dall’elenco delle sostanze consentite per la fabbricazione di materiali ed oggetti destinati a venire a contatto con gli alimenti. O della melammina, contenuta in alcuni utensili per la cucina e contenitori, ma soprattutto utilizzata come adulterante in alcuni alimenti proteici. Celebre il caso della truffa sul latte cinese: contando sull’apporto di azoto della melammina, i produttori l’avevano utilizzata per “allungare” la bevanda e far emergere un maggiore contenuto proteico, in realtà dovuto soltanto all’aggiunta di azoto.

Foto Flickr by Kathleen FranklinQUALI RISCHI PER LA SALUTE? – Così, in uno scenario ancora non del tutto definito, ci si continua a interrogare sui possibili effetti di alcune sostanze utilizzati nei materiali a contatto con gli alimenti. L’ultimo spunto di riflessione è giunto da un gruppo di ricercatori che, attraverso le colonne del Journal of Epidemiology & Community Health, si sono chiesti se ci siano correlazioni tra questi inquinanti chimici e malattie croniche come diabete, obesità, cancro e disordini neurologici e infiammatori. Nessuna conclusione secca, ma l’occasione è servita per ricordarsi che la ricerca deve guardare sempre con maggior attenzione a questo settore, considerando che le esposizioni sono sempre più frequenti e il numero dei materiali a contatto con gli alimenti cresce in maniera costante. «Non ce n’è uno perfetto – prosegue Di Martino -, ma esistono anche precise regole di impiego che, se rispettate, garantiscono sicurezza». Ecco, dunque, un piccolo bigino da tenere sempre in mente.

I contenitori in alluminio, per esempio, non sono idonei al contatto con alimenti fortemente acidi o fortemente salati. Per tutti gli altri alimenti meglio utilizzare i contenitori di alluminio per conservare i cibi in freezer o in frigorifero, mentre se decidiamo di conservare il cibo a temperatura ambiente, consumiamolo al massimo entro ventiquattro ore. Gli ftalati, impiegati spesso come additivi nelle plastiche, non devono venire a contatto con i grassi: dunque si consiglia, ad esempio per avvolgere i formaggi, di utilizzare pellicole prive di ftalati. Per i piatti di ceramica nessun problema, a meno che lo smalto non sia rovinato: in quel caso, per evitare la migrazione di piombo e il cadmio, meglio sostituirli. Idem per le padelle. Per i contenitori in plastica nessuna particolare restrizione d’uso, a meno che l’etichetta non indichi diversamente. E per le plastiche riciclate? Il loro utilizzo è stato regolamentato dal 2008. L’ok è arrivato in Italia nel 2010 per le bottiglie in PET riciclato e nel 2012 per i contenitori destinati alla conservazione di bevande analcoliche e per cassette per ortofrutta. Per i piatti e i bicchieri in melamina: meglio non utilizzarli nei forni a microonde.

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