Wise Society : Oli di palma e colza, così dannosi e così sconosciuti. Ecco perché

Oli di palma e colza, così dannosi e così sconosciuti. Ecco perché

di Fabio Di Todaro
12 Febbraio 2014

Presenti in tantissimi prodotti sono una "bomba" di acidi grassi saturi. E le aziende in etichetta li nascondono come oli vegetali

Li chiamano, genericamente, oli vegetali e fanno bella mostra su una miriade di etichette di prodotti alimentari. Che tipo di oli vegetali siano, però, la maggior parte delle volte non è dato saperlo perché i produttori continuano a puntare sulla cripticità dell’etichetta. Tutto cambierà nel prossimo dicembre, mese in cui sarà obbligatorio l’aggiornamento delle etichette alimentari e le aziende non potranno rimandare oltre l’appuntamento con la trasparenza.

NON TUTTI GLI OLI VEGETALI SONO UGUALI. Sempre più consumatori, ormai, hanno realizzato che gli oli di palma e di colza costituiscono un attentato alla salute e per citarli, genericamente, li chiamano oli vegetali: come se le olive, il mais e i girasoli non arrivassero dalla terra. Ma, sebbene la definizione sia troppo generica, esistono giustificati motivi per lanciare l’allarme sull’utilizzo senza freni di questo tipo di oli. Gli oli vegetali, utilizzati dalle industrie per garantire energia, gusto e percezione sensoriale soprattutto ai prodotti farinacei a lunga conservazione, sono una “bomba” di acidi grassi saturi: quelli, per essere chiari, universalmente riconosciuti come fattore di rischio per l’apparato cardiovascolare.

Ciononostante, questi acidi grassi saturi sono ancora troppo spesso presenti nella dieta di ognuno di noi. I più dannosi sono l’acido laurico, miristico, palmitico e stearico che non sono presenti soltanto in prodotti come la carne, lo strutto, il latte e i derivati, ma si nascondono anche in alcuni oli vegetali: di colza, di palma, di girasole. Una condizione che fa naufragare il falso mito condiviso da molti consumatori che ciò che è animale è sicuramente più dannoso di ciò che ha origine vegetale.

Il trucco è nascosto nell’etichetta
 

Basta fare un giro tra gli scaffali dei supermercati per rendersi conto della frequenza con cui l’industria alimentare ricorra soprattutto all’olio di palma, sebbene in etichetta compaia una generica dicitura “oli vegetali”. «Biscotti, brodi e zuppe, dolciumi, creme spalmabili, torte, grissini, brioche e alcuni piatti pronti surgelati: l’olio di palma è nascosto in tutte queste pietanze – afferma Alberto Ritieni, docente di chimica degli alimenti all’Università Federico II di Napoli -. È un ingrediente usato perché facilita gli impasti, accorcia i tempi e migliora l’efficienza produttiva, non rende croccante il prodotto finale».

Per questo motivo gli oli di palma e di colza – utilizzati dall’industria entro limiti ben definiti (ma poi moltiplicati all’infinito nella nostra alimentazione perché presenti in tantissimi prodotti) poiché dotati di una componente tossica: l’acido erucico, alla base del cosiddetto “olio di Lorenzo” – sono entrati a far parte della dieta di tutti: adulti e bambini, uomini e donne. Usati spesso al posto dell’olio extravergine di oliva, sono arrivati di prepotenza sulle tavole degli italiani dalla colazione alla cena. Tanto che anche per il consumatore più attento è quasi impossibile schivarli del tutto.

Naturalmente chi li usa si nasconde, mentre chi ne fa a meno lo specifica. Come? Indicando sul packaging da quale fonte vegetale proviene l’olio utilizzato nella produzione. Il ben più sano olio extravergine di oliva, seppur con costi più alti per le tasche dei consumatori, è del tutto in grado di assolvere al ruolo svolto dall’olio di palma.

Quali conseguenze per la salute?

Il riscontro scientifico penalizzante per gli acidi grassi insaturi, nel tempo, ha sdoganato l’uso degli oli vegetali, soprattutto quello di palma che può derivare dal frutto (come l’olio di oliva) o dal seme (semisolido), al punto da far passare il messaggio che questi siano più sicuri per la salute. «L’olio di palma è uno dei pochi oli vegetali saturi e, come tale, ha un’azione aterogena (di fatto favorisce la crescita delle placche aterosclerotiche all’interno delle arterie, ndr) – sostiene Giulio Marchesini Reggiani, direttore del dipartimento di dietologia clinica al policlinico Sant’Orsola Malpighi di Bologna -.  Ma le aziende faticano a farne a meno: costa poco (meno di due euro al litro, ndr), è facile da lavorare e mantiene la fragranza dei cibi più a lungo». Molte imprese, pur di non rinunciarvi, bleffano inserendo in etichetta la dicitura: “Priva di grassi idrogenati”. Come se quelli vegetali facessero meno danni. Eppure qualche stato più lungimirante ha capito che rinunciare all’olio di palma è possibile. In Messico e in India, da diversi mesi, si discute dell’opportunità di tassarlo per ridurre l’incidenza delle malattie cardiovascolari. Una scelta che potrebbe soltanto avere ripercussioni positive: per la salute dell’uomo e dell’ambiente.

L’olio di palma distrugge anche l’ambiente

Produrre olio di palma fa male anche al pianeta. La ricerca di una produzione sempre più spinta ha devastato l’habitat di diversi paesi, soprattutto in Africa, Medio Oriente e Sudamerica. L’ultima denuncia è arrivata dalle colonne di New Scientist: «La coltivazione della palma è stata una manna dal cielo per le industrie alimentari, cosmetiche e per chi produce biodiesel. Oggi, però, è anche la prima causa della deforestazione in Africa». Una scelta, quella di puntare sulla coltura intensiva, che ha di fatto spazzato via la piccola agricoltura rurale e lasciato intatto il problema dell’accesso al cibo in questi Paesi.

«Partiamo innanzitutto da un aspetto: il suolo dovrebbe essere utilizzato quasi esclusivamente per produrre alimenti – dichiara Alberto Angelini, professore di sociologia dell’ambiente ed ecologia all’Università di Palermo -. La scelta di puntare sul biodiesel è sbagliata: sottrae metri quadri preziosi all’agricoltura e crea una competizione comunque impari nel mercato dei carburanti. L’Europa, dopo aver seguito gli Stati Uniti di Bush in questa scelta, sta finalmente facendo un passo indietro in maniera decisa».

Produrre e utilizzare olio di palma in maniera sostenibile è possibile? Sì, dicono in molti, comprese diverse multinazionali che si sono associate nella Tavola Rotonda per l’Olio di Palma Sostenibile (RSPO) con l’obiettivo di non essere più attaccate dalle associazioni ambientaliste: Greenpeace in testa. Ben vengano i tentativi di giungere a un compromesso, ma la scelta di promuovere le produzioni sostenibili di olio di palma, con un bollino rilasciato dalla tavola rotonda, ancora non convince. «Molti si attribuiscono questo marchio – chiosa Angelini -, ma è giusto che il consumatore sappia che sono le stesse aziende a riconoscerlo. Quanto alla sostenibilità, manca ancora un soggetto terzo in grado di misurarla e riconoscerla. Così, in un’epoca di crisi, l’approccio green si confonde sempre più spesso con il greenwashing: ovvero il concetto di sostenibilità applicato al marketing». Meglio compiere altre scelte tra gli scaffali, quando in etichetta si legge la più beffarda delle diciture: oli vegetali.

© Riproduzione riservata
Altri contenuti su questi temi: , ,
Continua a leggere questo articolo: