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Ogm: lo stato dell’arte

C'è chi li vede come soluzione per migliorare la produttività agricola e chi li osserva con diffidenza, spaventato dalla scarsità di dati sicuri. Gli Ogm scatenano polemiche e dubbi. Vediamo a che punto è la legge

di Francesca Tozzi
9 giugno 2010

Il via libera dell’Unione europea alla patata transgenica Amflora, da utilizzare come mangime per gli animali, ha dato un nuovo impulso al dibattito sugli OGM, definiti ufficialmente come “organismi non umani, il cui materiale genetico è stato modificato in modo diverso da quanto avviene in natura tramite l’accoppiamento o la ricombinazione genetica naturale”.

 

Laboratory Technician Holding Petri Dish with Soybeans, A. Huber/U. Starke/CorbisTutto comincia nel 1990 quando la prima Direttiva europea autorizza 17 organismi diversi: 14 piante, come mais, colza e soia, e due vaccini. E sul mercato entrano anche le sostanze prodotte da piante geneticamente modificate, senza il seme modificato, come oli di soia e di colza.

 

La spinta delle opposizioni e i molti dubbi non fugati da rassicurazioni scientifiche ha portato progressivamente a una situazione di stallo: tra il 1998 e il 2004 nessun nuovo OGM è stato autorizzato e in Europa si è venuta a creare una moratoria di fatto che ha ostacolato la ricerca e suscitato l’opposizione dei Paesi produttori ed esportatori di OGM come Stati Uniti, Canada, Argentina.

La strada della sperimentazione si è riaperta con una nuova Direttiva europea (2001/18/CE) e due regolamenti del 2003. Il primom ha dato il via libera – previa valutazione e parere positivo dell’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) – a cinque varietà di mais e due di colza OGM per la produzione di alimenti e/o mangimi. Il secondo ha fissato un limite alla presenza di OGM in alimenti comuni, presenza che non è necessario dichiarare in etichetta ma che non deve superare la soglia dello 0,9%.

 

A che punto siamo


Attualmente sono 35 gli organismi geneticamente modificati autorizzati in Europa (19 di mais, 6 di cotone, 3 di colza, 3 di soia, 1 di barbabietola, 1 di patata, 1 microrganismo). L’Italia non coltiva OGM mentre altri Paesi – per esempio la Spagna, la Francia, la Gran Bretagna – stanziano fondi per studiarli e producono quelli che ritengono più utili all’economia nazionale. Al centro delle polemiche in Italia oggi è il mais BT geneticamente modificato, coltivato da Spagna, Repubblica Ceca, Portogallo, Romania, Polonia e Slovacchia: lo volevano coltivare gli agricoltori friulani, il Consiglio di Stato aveva dato il nulla osta ma l’iter si è arrestato a livello ministeriale.

Test Tube Containing Grain Specimen, Rosenfeld/Corbis

Il paradosso italiano


In realtà, l’Italia, in quanto membro dell’Unione Europea, ha l’obbligo di recepire le direttive comunitarie per cui non può limitare l’importazione di prodotti OGM autorizzati, né vietarne la coltivazione se non per motivazioni scientificamente supportate. Se il limite massimo di presenza di OGM nei cibi è 0,9%, diventa 100% quando si considera l’alimentazione di bovini e suini, anche quelli destinati a produrre le Dop del made in Italy: nei nostri allevamenti, infatti, il loro fabbisogno è coperto per una buona fetta da soia e mais OGM.

 

La Commissione europea si sta orientando verso la decisione di lasciar scegliere ai singoli Stati membri se coltivare o meno Ogm. In Italia la contrapposizione dei fronti è forte: per quanto fino a oggi nessun OGM autorizzato abbia sollevato problematiche sanitarie, c’è chi afferma, come Coldiretti, che non conosciamo abbastanza gli effetti sulla salute e chi invece, come Confagricoltura, ne sottolinea le potenzialità produttive e nutrizionali; la Cia (Confederazione italiana agricoltori) teme che gli OGM possano mettere a rischio l’agricoltura italiana tipica e di qualità, mentre molti ricercatori universitari, medici e scienziati (tra cui Umberto Veronesi) ritengono che proprio sugli OGM si baserà l’agricoltura del futuro, anche quella biologica. Il dibattito è aperto. Chi vuole approfondirlo può leggere le nostre interviste al presidente della Coldiretti Sergio Marini (contrario) e alla professoressa Chiara Tonelli, genetista del Dipartimento di Scienze biomolecolari e biotecnologie dell’Università di Milano (favorevole).

Chiara Tonelli, professor of genetics

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