Wise Society : Alimentazione, allevamenti intensivi e resistenza agli antibiotici: qual è la correlazione?
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Alimentazione, allevamenti intensivi e resistenza agli antibiotici: qual è la correlazione?

In “Farmageddon”, Philip Lymbery denuncia le conseguenze del massiccio uso di antibiotici in zootecnia: «A rischio la nostra salute»

Fabio Di Todaro
25 Marzo 2015

Il titolo, “Farmageddon“, è perentorio e, tradotto, ha un significato privo di equivoci: l’apocalisse dell’agricoltura. Protagonisti, loro malgrado, l’ambiente e la salute pubblica. Sono le piante, gli animali e l’uomo a pagare le conseguenze dello sfruttamento intensivo degli allevamenti. Oltre a danneggiare il bestiame, l’adozione di pratiche di domesticazione “spinte” è tra le concause della resistenza agli antibiotici che oggi spaventa i Paesi dell’Occidente. Se non siamo più capaci di difenderci da una banale infezione, lo dobbiamo anche al modo in cui oggi risultano sfruttati gli animali.

Farmageddon: a cosa porta lo sfruttamento degli animali negli allevamenti intensivi

Farmageddon

“Farmageddon”, il libro scritto da Philip Lymbery, è uno spaccato che ricostruisce la pratica dell’allevamento intensivo nel mondo. Il direttore di Compassion in World Farming International, associazione che lavora «per migliorare le condizioni di vita degli animali da reddito», lo ha scritto assieme alla giornalista del Sunday Times, Isabel Oakeshott, dopo aver lavorato a un’inchiesta in diversi paesi, tra Asia, Sud America ed Europa. Obiettivo del saggio: indagare gli impatti degli allevamenti intensivi.

Ciò che emerge è che se oggi la carne costa sempre meno, è anche in ragione dello sfruttamento cui sono sottoposti gli animali. Per aumentare le produzioni e abbattere i costi, si è scelto di sacrificare la loro salute. «Questo sistema fa sì che le persone finiscano per nutrire i loro figli con cibo che depaupera la natura della vita selvatica e spreca grandi quantità di cibo – afferma l’autore del libro, disponibile in Italia dai primi di marzo -. Consentire ai ruminanti di pascolare farebbe sì che il cibo derivasse da qualcosa di non commestibile per le persone. Nutrire le vacche con grano e soia, invece, è uno spreco di cibo».

Come ha scritto anche The Indipendent, «il libro non è un inno al vegetarianismo, ma costituisce un grido d’allarme impossibile da ignorare».

L’obiettivo è tratteggiare il profilo del sistema per fornire ai consumatori un’informazione completa e propedeutica, possibilmente, a un ravvedimento nelle scelte alimentari.

La situazione in Italia

La situazione non è rosea nemmeno in Italia, dove il modello di zootecnia intensiva domina indiscusso. In questo momento, stando ai dati diffusi dalla Fao, sulla Penisola sono i polli (136 milioni) gli animali più allevati, seguiti da conigli (73,5), tacchini (25,2) suini (8,7) e bovini (6,1).

Un esercito di poco meno di 250 milioni di animali che vengono sfamati quotidianamente con oltre il 50% dei cereali prodotti in Italia e “protetti” con il 71% degli antibiotici venduti in tutto il Paese, come documenta l’European Medical Agency che nel Continente ci pone alle spalle soltanto di Spagna e Germania, e davanti a Francia e Gran Bretagna.

Allevamenti intensivi e resistenza agli antibiotici

Numeri così sostanziosi sono alla base del fenomeno della resistenza agli antibiotici che, come documentato da Efsa (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) ed Ecdc (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie) nei giorni scorsi, riguarda soprattutto tacchini e polli da carne. «La persistente diffusione di cloni resistenti negli esseri umani e negli animali costituisce motivo di preoccupazione».

Allevamento intensivo di polli

Image by © Stuart Freedman/In Pictures/Corbis

L’uso di antibiotici negli allevamenti intensivi è divenuto nel tempo massiccio poiché, senza di essi, nel momento in cui un’infezione si manifesta tutti gli animali sarebbero molto più esposti al contagio: con un inevitabile contraccolpo economico per gli allevatori. Di conseguenza ha assunto dimensioni sempre più abbondanti il fenomeno della resistenza di alcuni batteri nei loro confronti. Così le probabilità che alcuni di essi – in particolare le salmonelle e il campylobacter jejeuni – percorrano la catena alimentare fino alla tavola sono aumentate, assieme al rischio che anche l’uomo perda la capacità di rispondere agli antibiotici e risulti più esposto alle conseguenze di infezioni nel tempo divenute banali. Da qui l’allarme lanciato da Lymbery: «L’Italia deve accelerare, prima che sia troppo tardi. E noi italiani possiamo e dobbiamo fare la nostra parte».

Twitter @fabioditodaro

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