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Carne coltivata, il futuro delle proteine animali è in vitro?

Dai nuggets di pollo all'hamburger di maiale, la carne coltivata in vitro è ormai realtà. Nonostante l'interesse della scienza e di tante aziende, permangono molte riserve legate al prezzo, alla tutela ambientale e alla questione morale

Maria Enza Giannetto
19 Gennaio 2021

E se vi dicessero che coltivare la carne è possibile? Se vi dimostrassero che si può gustare un hamburger o una polpetta senza che alcun animale venga ucciso? La carne coltivata è ormai una realtà. Che si chiami carne pulita o carne sintetica, carne artificiale o carne in vitro, il prodotto è sempre lo stesso: carne animale che non è mai stata parte di un animale vivo.

Tra etica e sostenibilità, i vantaggi della carne coltivata

Alternativa possibile e ormai validata agli allevamenti intensivi, la cosiddetta carne del futuro attira l’attenzione di comunità scientifica e consumatori da ormai qualche tempo. E lo fa sia per l’aspetto etico non indifferente – ovvero la possibilità di non rinunciare alle proteine di origine animale senza però uccidere altri esseri viventi – sia per la tutela dell’ambiente attraverso l’importante abbattimento dei gas serra causato dagli allevamenti intensivi (responsabili di circa il 18% di quelli totali) e del consumo di suolo (si stima che il rapporto di ettari di terra consumata sarebbe di circa 2/10).

Eppure sono ancora tante le questioni aperte, sia di ordine economico, sia di ordine morale e psicologico, che non permettono alla carne coltivata di arrivare in commercio e di competere con la carne “tradizionale”. Ma andiamo con ordine e vediamo qual è la storia della carne sintetica.

Carne sintetica

Foto Shutterstock

Carne sintetica, un po’ di storia

Il primo ad effettuare la coltivazione in vitro delle fibre muscolari  fu, nel 1971, Russell Ross: si trattava di un tessuto muscolare liscio derivato dal suino, fatto crescere in coltura cellulare. La coltivazione in-vitro è stata poi sviluppata negli Anni ’90 utilizzando le cellule staminali degli animali, includendo piccole quantità di tessuto. Il primo esempio commestibile è stato, invece, prodotto dallo NSR/Tuoro Applied BioScience Research Consortium nel 2002: si trattava di cellule di pesce rosso fatte crescere fino a formare filetti. Dopo dieci anni, in circa trenta laboratori del mondo si lavorava sulla carne coltivata.

Da allora le notizie sulla carne sintetica si rincorrono da una parte all’altra del mondo. E mentre la spagnola NovaMeat stampa bistecche di manzo, filetti di pesce e petti di pollo, ma solo utilizzando ingredienti di origine vegetale (tecnologia che non ha nulla a che fare con la carne sintetica di tipo animale), continuano ad aumentare le esperienze di chi vede nell’accrescimento delle proteine animali la soluzione della carne del futuro.

E, infatti, nel mese di dicembre le autorità sanitarie di Singapore hanno dato il via libera alla vendita di nuggets di pollo ottenuti da carne ‘coltivata’ prodotti da Eat Just; mentre la start up statunitense Memphis Meats, che promette l’approdo sul mercato entro il 2021, punta su prodotti a partire da cellule animali mescolate con vitamine e minerali. Lo stesso procedimento è utilizzato da Finless Foods per produrre il primo pesce in provetta.

Insomma sono tanti i progetti di ricerca che hanno messo a segno la produzione di carne in vitro e che hanno subito un’accelerazione soprattutto da quando, nel 2013, a Londra, ci fu la prima dimostrazione per la stampa internazionale della degustazione del primo hamburger in vitro, creato da una squadra olandese.

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La tecnologia per la produzione di carne coltivata

La tecnologia per produrre carne coltivata deriva dall’ingegneria dei tessuti, branca delle biotecnologie. Visto che – in teoria – si può creare il tessuto muscolare di qualsiasi animale, incluso l’essere umano – la tecnologia viene sviluppata contemporaneamente per altri usi medici. In pratica si prelevano cellule muscolari che vengono poi alimentate con proteine che aiutano la crescita del tessuto, Una volta innescato il processo, è possibile continuare a produrre carne all’infinito senza aggiungere nuove cellule.

Si stima, addirittura, che da dieci cellule muscolari di suino, in due mesi, si potrebbero generare 50.000 tonnellate di carne. La carne coltivata può essere prodotta sia come strisce di fibra muscolare (che cresce attraverso la fusione di cellule staminali embrionali) sia in un muscolo “reale” (questo richiede anche una tecnologia sostitutiva del sistema circolatorio per fornire nutrienti e ossigeno alle cellule).

Carne: i dubbi su quella sintetica

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I dubbi e i contro della carne sintetica

In linea di massima, anche se la carne in vitro “risolve”  il problema etico dell’uccisione degli animali, non tutti i movimenti animalisti sono del tutto favorevoli alla produzione di carne coltivata in quanto non mette del tutto al riparo dalla “simbologia carnista”  e dall’ideologia dominante del carnismo.

Inoltre, anche se la comunità scientifica sta cercando in molti casi di dimostrare come l’impatto ambientale della carne coltivata sia minore rispetto a quello della carne “classica”, secondo altri studi, parrebbe che questa riduzione non sia poi così significativamente minore. Si sostiene, infatti, che la produzione di carne sintetica sia, al momento, associata quasi esclusivamente a emissioni di CO2 che sono più duraturi rispetto a tutta la miscela generata dagli allevamenti intensivi. Addirittura, si pensa, che se il mercato si allargasse, che il consumo di suolo sarebbe altissimo e si dovrebbe affrontare la questione inquinamento del suolo, per via delle grandi quantità di sostanze chimiche e dei fattori di crescita.

Tra le altre riserve per il lancio su grande scala della carne coltivata, persiste l’aspetto economico: il prezzo della carne sintetica al momento non può essere competitivo con quella animale (per abbassare i costi è necessario rendere la tecnologia molto più economica).  Nel 2008, in pratica, serviva 1 milione di dollari per una bistecca di 250g il “In vitro meat consortium” stima che si potrebbe arrivare presto a prezzi molto bassi: 3,5 euro/Kg.

Non di minore importanza è l’aspetto psicologico: in molti non vedono di buon occhio la possibilità di mangiare carne che non si sia sviluppata in modo naturale. Secondo quanto sottolineato da Coldiretti un paio di anni fa, 3/4 delle persone intervistate hanno sostenuto di essere “preoccupati delle ripercussioni dell’applicazione di queste nuove tecnologie ai prodotti alimentari per le quali alle forti perplessità di natura salutistica si aggiungono quelle di carattere etico”.

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Maria Enza Giannetto

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