Wise Society : 20 piante e frutti dimenticati: in ogni regione un tesoro da riscoprire

20 piante e frutti dimenticati: in ogni regione un tesoro da riscoprire

di Andrea Ballocchi
10 Maggio 2022

Quante piante e frutti dimenticati si contano in Italia? Sono tante le varietà che stanno rischiando di scomparire, alcune di memoria talmente antica che non si ricorda neppure l’origine del nome. Sono tesori di storia, di cultura e di natura, che per diversi motivi sono andate via via riducendo la loro presenza fino a esaurirsi. Solo grazie a qualche coltivatore appassionato stanno in qualche caso riappropriandosi degli spazi del territorio di cui una volta erano protagoniste. Una delle cause della loro progressiva estinzione è da ricercare nell’adozione di poche varietà migliorate, che ha ristretto progressivamente il numero delle specie più coltivate e, in conseguenza di ciò, sono scomparse molte varietà locali. Ma alcuni stanno cercando di conservare le piante antiche, i cui frutti sono ancora oggi apprezzati.

Gelso

Gelso | Foto di İsmet Şahin da Pixabay

Piante e frutti dimenticati: alcune dolci scoperte

Oggi si cerca di riscoprire e dare spazio ad antiche specie: è il caso del gelso, oppure del sorbo, del corbezzolo, o il corniolo. Quest’ultimo è conosciuto più che altro l’albero, ma il frutto è apprezzato sia da gustare fresco sia per produrre marmellate e confetture.

Il sorbo, albero delle sorbole (da cui l’esclamazione tipicamente emiliano-romagnola per indicare lo stupore) vanta addirittura citazioni illustri. Una per tutte quella di Dante Alighieri nella Divina Commedia. Nel Canto XV dell’Inferno si legge infatti: “…ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi si disconvien fruttare al dolce fico”. Così dimostra di conoscere il sapore asprigno del sorbo, che contrappone alla dolcezza del fico.

In giro per l’Italia, ogni regione conta almeno una specie di pianta e frutto che ha radici storiche e legami più o meno forti alle tradizioni culinarie del territorio. Andiamo a scoprirne alcune, in questo viaggio in Italia, guidati e consigliati dall’Ispra e da Slow Food.

Corbezzolo

Corbezzolo | Foto di Luisella Planeta Leoni da Pixabay

Albicocche: Liguria e Valle d’Aosta

L’Albicocca Valleggia è coltivata in Liguria, dove gli albicoccheti si trovano sia nella zona costiera che in quella collinare fino ai 300 metri di altezza. La denominazione “Valleggia” riprende il nome della località situata al centro dell’area di produzione tipica. La pianta è vigorosa e longeva, con produzione costante, anche per la fioritura tardiva e graduale. Il frutto, caratterizzato dalla polpa soda, dolce e aromatica, ha una buona resistenza ai trasporti, anche per questo un tempo veniva esportata in Germania e Svizzera, mentre attualmente viene inviata in prevalenza al mercato ortofrutticolo locale e all’industria alimentare.

In Valle d’Aosta cresce e si trova ancora l’Albicocca Bulida, di origine spagnola, caratterizzata dalla robustezza della pianta, i cui frutti sono invece facilmente deperibili dopo la raccolta.

Arance e limoni: Sicilia, Calabria e Campania

Nell’isola di Pantelleria si trova, seppure sempre meno, l’Arancia di Pantelleria la cui peculiarità è di essere coltivata esclusivamente all’interno dei “giardini” insulari. I frutti maturano a novembre/dicembre, hanno la buccia sottile, e ne esistono due varietà, una dal sapore più dolce e una più amaro.

In Calabria va segnalata l’Arancia Dolce-Essenza appartenente al gruppo delle arance Biondo Comune, predominanti nella storia dell’agrumicoltura italiana. Questa varietà, ricorda l’Ispra, si caratterizza per la notevole dolcezza, dovuta al ridotto contenuto di acidi. Si fa apprezzare, oltre che per l’ottimo sapore, anche perché, seppure la maturazione è tardiva (fino ad aprile), “grazie alla lunga permanenza sull’albero è possibile conservarle per lungo tempo dopo la raccolta”.

Sempre tra gli agrumi storici, va ricordato il Limone Lunario Quattro Stagioni, varietà tipica della Campania, la cui caratteristica peculiare è che fiorisce e genera i suoi frutti durante tutto l’anno e, a seconda della stagione, la stessa pianta può generare frutti di differente dimensione.

Mele: Marche, Molise e Trentino-Alto Adige

Varietà storiche di meli e mele si trovano in diverse zone d’Italia, dalle valli alpine alle pendici dell’Etna. Vogliamo ricordare qui le Mele Rosa dei Monti Sibillini, nelle Marche, antica popolazione coltivata da sempre in questa regione, in particolare tra i 450 e i 900 metri di altitudine: dalle aree pedecollinari fino alle valli appenniniche e ai versanti dei Monti Sibillini. Queste mele, dalla polpa acidula e zuccherina e il profumo intenso e aromatico, si facevano e si fanno ancora apprezzare oltre che gustate al naturale anche per la preparazione di torte e dolci. Pressoché dimenticate in quanto poco appariscenti, la loro coltivazione e produzione, anche se in limitate quantità è stata ripresa da qualche anno, come presidio Slow Food. È un peccato perché le piante resistono bene al freddo e i frutti non hanno bisogno di particolari trattamenti antiparassitari.

Dello stesso colore è una varietà decisamente più nordica: la Mela Rosa di Caldaro, in Trentino-Alto Adige. La mela di Caldaro era la varietà più apprezzata in Trentino Alto Adige, ma era diffusa anche in altre regioni del Nord e in Austria. Nonostante l’alta produttività, in tempi recenti è stata sostituita da altre varietà, probabilmente a causa della buccia spessa. È resistente al freddo invernale, matura a fine ottobre, ma dà il suo meglio fino a Natale.

Sempre il periodo natalizio lega Trentino al Molise: in quest’ultima regione, la mela più caratteristica e radicata è la Mela Limoncella, presente fin da quando il territorio era abitato dalle popolazioni sannitiche, precedenti alla dominazione romana. È chiamata “limoncella” perché per forma, colore e sapore ricorda il limone. Un tempo era la “Mela di Natale”, poiché, maturando nel periodo da ottobre a novembre, non mancava mai sulla tavola durante le feste natalizie. Oltre che buona, fa molto bene, un po’ come tutte le mele “antiche”, ricorda Ispra: questa varietà è molto ricca di vitamine e sostanze anti-ossidanti. La stessa Regione Campania ricorda che la limoncella è il suo impiego anche per produrre un ottimo sidro.

Pere: Abruzzo, Basilicata, Umbria e Veneto

Si chiama Pera Trentatré Once ed è un frutto già conosciuto nel Settecento, ancora prodotta nella provincia di Chieti e nel Parco della Majella. Questo nome singolare deriva dal peso del frutto, piuttosto cospicuo (33 once corrispondono a circa 900 grammi).

Per le famiglie contadine della Basilicata il ricordo della Pera Signora specie nella valle del Sinni, dove resiste un presidio Slow Food per cercare di mantenere la coltivazione e produzione di questo frutto che trova spazio in marmellate, sotto sciroppo oppure in forma essicata.

Dal Sud al Nord Italia, arriviamo in Veneto, dove si trova il Pero Misso della Lessinia. Il suo nome, “misso” deriva dal dialetto veronese: significa sovramaturato e quindi di colore scuro e consistenza molle, ed è questo il momento ideale per gustarlo agli inizi di novembre. In quest’area, situata per lo più in provincia di Verona, ne sono rimasti 200 alberi circa, in particolare nell’alta Valpolicella, tra i 500 e i 900 metri di altitudine. Slow Food ricorda che questa varietà di pero veronese è citata su “La Pomona Italiana”, la prima e la più importante opera iconografica che raccoglie la frutta antica italiana, opera realizzata nel XIX secolo.

Sempre tra le varietà italiane di questo frutto va ricordata la Pera Briaca (o cocomerina), coltivata in Umbria, oltre che in qualche zona dell’Appenino romagnolo. Nella regione umbra la si trova e si coltiva nella zona della Valtiberina, o Alta valle del Tevere. Il frutto è succoso, zuccherino e il colore è rosso, come fosse intinta nel vino, da cui il suo nome “briaca”, ovvero ubriaca. La Fondazione “Archeologia Arborea” si è assunta il compito di salvaguardare questa varietà: la coltiva, insieme ad altre 400 piante antiche, in un frutteto in provincia di Perugia.

Pesche e ciliegie: Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna

Prende il nome dalla sua area di provenienza, la Valle dell’Isonzo, dov’è ancora coltivata, la Pesca Isontina. È apprezzata per le sue caratteristiche: produttività abbondante e costante, polpa soda, gialla e profumata. Nonostante ciò essa è a rischio di estinzione, in quanto nelle coltivazioni intensive vengono preferite altre cultivar. Alcuni esemplari di pesco isontino sono conservati nella Banca del germoplasma, a Roma.

La ciliegia di Vignola è conosciuta e apprezzata, ma la sua più antica varietà stava scomparendo: stiamo parlando della Ciliegia Moretta, per la custodia della quale è nato un presidio Slow Food che racconta tutta la storia di questo frutto. Ricorda che non è un semplice frutto, ma – come accade anche alle altre specie storiche – è un formidabile simbolo di biodiversità e la custode dell’identità di un territorio. Agli inizi del secolo la Moretta stava completamente scomparendo e solo grazie a una comunità di contadini e di appassionati Slow Food si è riportata in luce e sviluppata sia pure in un’area limitata e peculiare questa specie. Il nome di questo frutto lo deve alla polpa nera e tenera. “La varietà tradizionale nera a polpa tenera conosciuta come Moretta o Mora o Ciliegia Nera rappresentava un quarto della produzione di Vignola e con la sua dolcezza straordinaria è diventata l’orgoglio identitario del territorio vignolese”, si ricorda. Non solo: recenti studi sul DNA hanno confermato l’unicità di questa varietà e le sue proprietà nutraceutiche, con contenuti di sostanze polifenoliche superiori a quelli di tutte le altre varietà.

Mandorle e fichi: Sardegna e Lombardia

In Sardegna, tra le varietà endemiche più antiche c’è il Mandorlo Arrubia, la cui coltivazione è praticata fin dall’antichità. Sebbene dal secolo scorso è cominciato il declino, negli ultimi anni si riscontra l’impegno per rilanciare questa qualità locale i cui frutti sono utilizzati quale ingrediente basilare soprattutto nella preparazione dei dolci tradizionali sardi (torrone amaretti, confetti e tanti altri).

Pochi sanno che in Lombardia c’è una varietà di fico: è il Fico Brianzolo e la prima citazione di questo albero e frutto lo si deve a Gallesio che nel 1817 la riporta nella prima edizione della citata “Pomona Italiana”. La particolarità è che, sebbene sia una pianta tipicamente mediterranea, amante dei climi più caldi, questa varietà è frutto di alcuni tentativi riusciti di coltivazione. Il fico della Brianza si può far essiccare sulla pianta.

Prugne: Piemonte e Puglia

La Susina Ramassin, in italiano “Damaschina”, cioè originaria di Damasco, è diffusa nella parte sud-occidentale del Piemonte. La pianta che la produce è rustica e resistente, pertanto non richiede particolari cure né l’uso di prodotti fitosanitari. Le susine Ramassin sono buone sia fresche che essiccate o sciroppate, ma sono usate anche per confezionare confetture e liquori. Nella valle Bronda, una piccola valletta a pochi chilometri da Saluzzo, sono coltivati i ramassin più buoni. Il microclima particolare e i terreni collinari al di sopra dei 500 metri di altitudine, straordinariamente vocati, garantiscono ogni anno un raccolto eccellente.

Una storia curiosa si lega al significato del nome della Susina Gabbaladro, originaria della Puglia: il colore della buccia rimane verde anche quando è matura ed è per questo che “inganna il ladro” che crede che sia ancora acerba. Appartiene alla specie Prunus domestica, o susino europeo, i cui frutti si chiamano susine o prugne.

Uva: Lazio e Toscana

Il nome dell’Uva Pergolese di Tivoli, alle porte di Roma, lo deve al fatto che nel Lazio, come pure nelle aree pugliesi del Gargano e del Salento è (almeno era) una presenza immancabile nei pergolati, ovvero le tettoie su cui si arrampicano i vitigni dei giardini interni, nei casolari di campagna o nei pergolati dentro gli antichi centri abitati.
Si tratta di una delle più antiche uve da tavola, conosciuta già nell’antica Roma. È usata prevalentemente come uva da tavola, e può maturare anche nel periodo natalizio, durante il quale si mangia come buon auspicio per l’anno nuovo.
Ha una storia antica – e lo conserva già nel suo nome – l’Uva Vecchia, vitigno antico, un tempo diffuso nelle campagne toscane, in particolare nella zona di Pisa. Gli acini hanno un colore rosa antico e quest’uva veniva coltivata sia per la vinificazione sia come uva da tavola. Il frutto ha una buccia abbastanza spessa che lo rende resistente alle avversità.

Andrea Ballocchi

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