Wise Society : Vitamina D: le linee guida per il suo corretto utilizzo
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Vitamina D: le linee guida per il suo corretto utilizzo

Gli endocrinologi dell'AME pubblicano su Nutrients le linee guida per il corretto utilizzo e i dati di efficacia basati su evidenze scientifiche

Maria Enza Giannetto/Nabu
23 luglio 2018
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La copertina di Nutrients dove gli endocrinologi dell’Associazione Medici Endocrinologi AME ha appena pubblicato un documento di consenso per il corretto approccio nei confronti del trattamento del deficit da Vitamina D: foto tratta da: www.associazionemediciendocrinologi_it

Non basta il sole per far produrre vitamina D nella cute. Neanche in un luogo come l’Italia, considerato il paese del sole. Un gruppo di esperti AME, Associazione Medici Endocrinologi ha appena pubblicato su Nutrients un documento di consenso per il corretto approccio nei confronti del trattamento del deficit da Vitamina D.
«Negli ultimi anni – spiega Vincenzo Toscano, Presidente AMEla Vitamina D è stata al centro dell’attenzione e come endocrinologi sentivamo l’esigenza di trovare risposta a tante domande quali ad esempio: la vitamina D è realmente una panacea? Protegge dal diabete e dal cancro? I preparati di Vitamina D sono tutti uguali? L’Ame ha fatto chiarezza su questi argomenti pubblicando linee guida ad hoc».

La Vitamina D svolge funzioni importanti per la salute delle ossa aiutando l’organismo ad assorbire il calcio e prevenendo l’insorgenza di malattie ossee, come l’osteoporosi o il rachitismo. L’eventuale carenza di Vitamina D viene valutata attraverso un dosaggio nel sangue, che viene generalmente interpretato: carenza <10 ng/mL; insufficienza: 10 – 30 ng/mL; sufficienza: 30 – 100 ng/mL; tossicità: >100 ng/mL.

«I valori di Vitamina D – spiega Roberto Cesareo, endocrinologo, Ospedale S.M. Goretti, Latina e primo firmatario del lavoro – attualmente adottati, prevedono che i soggetti con un valore inferiore a 30 ng/dl possano essere dichiarati affetti da insufficienza di Vitamina D. A nostro avviso, tale limite andrebbe rivalutato e nella consensus abbiamo ritenuto più opportuno definire ridotti i valori di Vitamina D quando essi sono chiaramente al di sotto di 20 ng/dl. Abbiamo poi cercato di chiarire  che, al momento, nonostante ci sia una serie incontrovertibile di dati che associano la carenza di Vitamina D ad altre malattie, non è dato sapere quali siano i dosaggi corretti di Vitamina D che possano essere utili per ridurre l’incidenza di queste patologie correlate. Riteniamo che far passare il messaggio che la Vitamina D sia l’elisir di lunga vita, oltre che scorretto in quanto privo di evidenze scientifiche forti, rischia di essere oggetto di iper-prescrizione incongrua e con il rischio di assumere tale molecola senza reali benefici».

«Va ricordato – aggiunge Fabio Vescini, SOC Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, Azienda Ospedaliero-Universitaria Santa Maria della Misericordia, Udine – che la prevenzione dell’ipovitaminosi D passa attraverso uno stile di vita corretto, cioè un’adeguata esposizione alla luce del sole ed una dieta bilanciata. Con l’invecchiamento, però, l’efficienza dei meccanismi biosintetici cutanei tende a ridursi e perciò è più difficile per le persone anziane produrre adeguate quantità di Vitamina D con l’esposizione alla luce solare. Quindi in molti casi il trattamento con l’integrazione di Vitamina D va considerato: una valida alternativa potrebbero essere le politiche di “fortificazione” dei cibi con Vitamina D, come avviene nei paesi dell’area scandinava, dove la radiazione solare è naturalmente meno ricca di raggi UVB».

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Secondo l’endocrinologo Roberto Cesareo «far passare il messaggio che la Vitamina D sia l’elisir di lunga vita, oltre che scorretto in quanto privo di evidenze scientifiche forti, rischia di essere oggetto di iper-prescrizione incongrua e con il rischio di assumere tale molecola senza reali benefici», Foto: iStock

«Inoltre – continua Cesareo – è necessario sapere che le molecole di Vitamina D non sono tutte uguali. La forma inattiva, quella di più comune utilizzo, è il colecalciferolo che  viene successivamente attivata in sede prima epatica e poi renale ed espleta i suoi effetti  in sede ossea. Esistono altre molecole attive: come il calcefidiolo che non necessità di essere attivato al livello del fegato e per le sue caratteristiche molecolari è, come si dice in gergo, meno “liposolubile” cioè permane meno nel tessuto adiposo rispetto alla precedente molecola menzionata, il colecalciferolo. Entrambe queste molecole non danno, se prescritte appropriatamente e a dosi corrette, problemi, in particolare alterazione dei livelli del calcio nel sangue e/o nelle urine. Infine i metaboliti del tutto attivi e che non necessitano dell’attivazione epatica o renale trovano un campo di utilizzo molto più limitato perché rispetto alle due molecole descritte in precedenza, queste espongono il paziente ad un maggior rischio di ipercalcemia e di aumentati livelli di calcio nelle urine».

Infine, è bene sapere che la luce solare anche nel nostro paese per lunghi periodi dell’anno (autunno-inverno) non contiene una radiazione UVB sufficiente a far produrre Vitamina D nella cute. E ciò si può verificare anche in estate quando, con l’opportuna applicazione di creme con filtri solari, si riduce la penetrazione dei raggi solari nella cute e, conseguentemente, la biosintesi di Vitamina D.

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