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Il vademecum per andare in montagna se il cuore fa le bizze

Raccomandazioni generali su come prepararsi fisicamente, valutare con il proprio medico la condizione fisica e cercare di non superare i 2500 metri di altezza

Fabio Di Todaro
26 febbraio 2018
vademecum, montagna, cuore, alta quota

Per gli esperti si può andare in montagna anche e il cuore fa le bizze, Foto: Gran Paradiso-Turismolawal/Flickr

Si può andare in montagna pur avendo un cuore che fa le bizze? È la domanda che si sono posti milioni di italiani che convivono con problemi cardiovascolari, per i quali non vogliono però rinunciare alle vacanze ad alta quota. La risposta che emerge da un documento appena pubblicato sull’«European Heart Journal» può apparire una mancata risposta. Ma così non è. Secondo gli esperti, bisogna considerare da un lato gli aspetti ambientali (come la velocità di salita, la quota da raggiungere e la temperatura) dall’altro le caratteristiche personali (allenamento, storia clinica, stabilità dei problemi cardiovascolari, terapie in corso ed esami diagnostici recenti). Fra le prime raccomandazioni degli esperti, emerge la necessità di valutare insieme al medico le proprie condizioni fisiche. Non può dunque esserci un’indicazione valida per tutti, su larga scala.

COME COMPORTARSI PRIMA DI ANDARE IN QUOTA? – Qualche indicazione generalizzabile, però, esiste. «Occorre prepararsi fisicamente e valutare con il proprio medico la propria condizione, per poi personalizzare il consiglio – afferma Gianfranco Parati, direttore dell’unità operativa di cardiologia dell’Istituto Auxologico San Luca di Milano e ordinario di malattie cardiovascolari all’Università Bicocca -. Bisogna effettuare una precisa stima del livello di rischio cardiovascolare individuale prima di avventurarsi, anche perché alcuni problemi possono essere non ancora manifesti. Occorre inoltre prevedere un adeguamento della terapia nei soggetti più a rischio. In altre parole, vi sono raccomandazioni generali sulle procedure e sulla prudenza da esercitare, ma poi i consigli debbono essere individuali, basati sulle condizioni del singolo, e devono prevedere un’interazione con il medico e con lo specialista esperto di medicina di montagna. Il paziente cardiologico non deve necessariamente privarsi del piacere della montagna, ma la deve affrontare con serietà, consapevolezza, prudenza e preparazione, basandosi su dati scientifici e sulla propria storia personale».

PERCHÉ IN ALTA QUOTA IL CUORE FA LE BIZZE – Ma in cosa consiste e come si manifesta il rischio d’alta quota in chi è portatore di problematiche cardiovascolari? «L’esposizione ad alta quota, definita come una quota maggiore di 2500 metri sul livello del mare, comporta uno sforzo da parte dell’organismo per adattarsi – spiega Camilla Torlasco, co-autrice dello studio, che si occupa di ricerca all’Auxologico -. Ciò dipende dalla serie di modificazioni ambientali di intensità progressiva che si osservano all’aumentare dell’altitudine. Fra queste, la più rilevante in termini di effetti sull’organismo è la riduzione della pressione atmosferica. Al ridursi della pressione, si osserva una rarefazione delle molecole presenti nell’aria: azoto, ossigeno e anidride carbonica. Da qui il fenomeno noto come ipossia ipobarica, che porta l’organismo a registrare una carenza di ossigeno. In una persona esposta a ipossia ipobarica, e quindi durante il soggiorno in alta quota, possiamo osservare un aumento della frequenza cardiaca, della frequenza respiratoria, della pressione arteriosa e polmonare. Si osserva inoltre una riduzione dell’ossigeno e dell’anidride carbonica nel sangue e, talvolta, la comparsa di apnee del sonno». Nel caso di persone con pregresse malattie cardiache, vascolari o polmonari, l’esposizione ad alta quota può essere pericolosa, perché all’organismo, già indebolito dalla patologia di base, viene richiesto uno sforzo importante di adattamento. «Da qui la necessità di valutare caso per caso il grado di stabilità del quadro clinico e la capacità di adattamento del cuore e dell’apparato vascolare. Questo può comportare la necessità di rivalutare la terapia in atto, in collaborazione con il proprio medico e con uno specialista adeguatamente preparato su questi temi».

Twitter @fabioditodaro

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