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L’Hiv fa meno paura ma il numero dei contagi resta costante

L’età dei colpiti da quella che una volta veniva chiamata malattia del secolo, si sta progressivamente abbassando e la conoscenza dei test diagnostici rapidi rimane troppo bassa

Fabio Di Todaro
1 dicembre 2016
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Hiv: l’86 per cento delle nuove diagnosi di sieropositività hanno origine sessuale, Image by iStock

L’infezione da Hiv, l’agente virale responsabile dell’Aids, è considerata cronica e meno invalidante rispetto al passato. Merito dell’uso ormai diffuso degli antiretrovirali, farmaci che «oggi permettono a chi riceve una diagnosi di di avere un’aspettativa di vita paragonabile a quella della popolazione generale», è il pensiero di Massimo Andreoni, direttore dell’unità operativa di malattie infettive al policlinico Tor Vergata di Roma. Se l’Hiv non incute più la stessa paura di venticinque anni fa, il merito è dunque da riconoscere ai progressi registrati in campo farmacologico, che presentano però un rovescio della medaglia: l’età della diagnosi si sta progressivamente abbassando e la conoscenza dei test diagnostici rapidi rimane troppo bassa. Le due ragioni sono alla base della costanza nel numero dei nuovi casi di infezione: quattromila quelli attesi per il 2016, è il dato che emerge alla vigilia della giornata mondiale contro l’Aids, durante la quale l’Istituto Superiore di Sanità fornirà un servizio di consulenza telefonica (800-861061).

DUE I TEST RAPIDI DISPONIBILI – L’attenzione degli specialisti e delle associazioni è puntata sulla diffusione degli strumenti per favorire la diagnosi precoce. Sono due i test rapidi oggi disponibili: uno scandaglia la saliva, l’altro il sangue. In entrambi i casi si ricercano gli anticorpi contro il virus. Le risposte sono disponibili in dieci minuti: un incentivo in più, vista l’assenza di attesa che prima spesso sfiduciava i potenziali pazienti. Eppure, a tre anni dal loro pieno ingresso nella pratica clinica, c’è ancora poca informazione sui luoghi e sui tempi in cui è possibile effettuarli. «Il problema dell’Italia è che questi test richiedono la presenza del personale sanitario», spiega Silvia Nozza, infettivologa dell’ospedale San Raffaele di Milano e referente della Lega Italiana Lotta all’Aids (Lila) del capoluogo meneghino, che in occasione della giornata mondiale ha varato una campagna informativa dal titolo «Fatti un regalo: fai il test» (sms solidale attivo fino al 3 dicembre al numero 45517). La stessa cosa non accade già da tempo in diversi Paesi europei, dove l’esame è disponibile in tutte le farmacie: di fronte la garanzia assoluta dell’anonimato. Le conseguenze di un accesso più difficoltoso sono facilmente deducibili: diagnosi più tardive (una persona su 4 non è a conoscenza del proprio stato di positività) e rischio di ulteriori contagi più alto. I test rapidi, effettuabili a partire da tre mesi dopo il rapporto ritenuto a rischio («periodo finestra»), richiedono la conferma attraverso il prelievo, in caso di positività. La loro affidabilità, abbinata alla praticità d’uso e alla velocità d’esecuzione, è molto elevata. «Non si hanno notizie di falsi positivi», conferma Nozza, la cui struttura è l’unica assieme allo Spallanzani di Roma ad assicurare l’opportunità in ambito ospedaliero. Nelle altre aree del Paese, ci si può rivolgere a diverse associazioni: Lila, Anlaids, Arcigay. L’ambiente extra ospedaliero è spesso un incentivo: nelle sedi delle associazioni ci sono sempre specialisti, medici e psicologi. In tutti i casi è garantito l’anonimato, così come l’eventuale affidamento a una struttura sanitaria, in caso di positività.

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In Italia si stima che alla fine del 2016 saranno 4000 i nuovi casi di positività all’Hiv, Image by iStock

CONTAGI IN AUMENTO TRA I GIOVANI – Superata la tempesta degli ultimi decenni del secolo scorso, è calata l’attenzione sull’Hiv (e sull’Aids). Così, sebbene ci sia una consapevolezza accettabile riguardo ai rischi legati allo scambio delle siringhe (l’86 per cento delle nuove diagnosi hanno origine sessuale), sono due gli aspetti che preoccupano gli specialisti. Entrambi hanno radici sociali profonde. Sette donne sieropositive su dieci risultano infatti aver contratto il virus dal proprio partner stabile: segno che c’è scarsa attenzione a quelli che sono i rischi insiti nelle relazioni extraconiugali. C’è poi un problema legato alla progressiva riduzione dell’età dei nuovi pazienti, emerso anche da un recente rapporto redatto dall’Onu. «Negli ultimi 4-5 anni c’è stato un incremento di infezioni tra i giovani, soprattutto nella fascia tra 25 e 30 anni – conferma Andrea Gori, direttore della clinica di malattie infettive dell’ospedale San Gerardo di Monza e docente all’Università Bicocca di Milano -. Le persone eterosessuali ignorano il problema, mentre gli omosessuali sono più informate». Un cambio di prospettiva radicale, visto che in passato erano soprattutto questi ultimi a essere additati per la loro maggiore promiscuità. Alla base di questo trend c’è lo scarso uso del preservativo, considerato l’antidoto più efficace all’infezione. Oltre che per via sessuale, l’Hiv può essere trasmesso a seguito di un contatto con sangue infetto e da madre a figlio durante la gravidanza, il parto e l’allattamento al seno (trasmissione verticale).

Twitter @fabioditodaro

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