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Farmaci noti o farmaci generici? Questo è il dilemma

Uguali nel principio attivo e nella resa terapeutica, quelli generici costano meno. Anche se solo il 12% degli italiani li preferisci agli originali

Fabio Di Todaro
19 gennaio 2015

Image by © Terry Vine/Blend Images/CorbisÈ un tema che, negli ultimi anni, ha dato vita a uno dei dibattiti più accesi nel nostro Paese. Farmaci generici: un’opportunità o un rimedio diverso rispetto alle “griffe” che eravamo abituati a trovare sugli scaffali delle farmacie?

Ma è l’aggettivo affibbiato a questi prodotti a renderli, all’apparenza, meno efficaci rispetto agli altri. Parlando di generico, infatti, si ha la percezione – anche in ragione di un prezzo sensibilmente più basso – di qualcosa di inferiore sul piano qualitativo rispetto a un “competitor”. Nel caso dei farmaci, però, la realtà non è questa. «È bene chiarire che il prodotto generico, o equivalente, punta ad assicurare la medesima resa terapeutica con un farmaco che costa meno – chiarisce Giorgio Cantelli Forti, ordinario di farmacologia all’Università di Bologna -. L’equivalenza può variare del 15-20%: entro un limite che considera la variabilità di assorbimento tra individui, senza alterare gli effetti. L’effetto dei due farmaci sullo stesso paziente è sovrapponibile. Identici sono anche i controlli di efficacia, sicurezza e qualità».

Ecco chiarito, dunque, il dubbio più ricorrente nella testa del consumatore, quando arriva in farmacia. È più giusto dare ascolto al medico curante, oggi obbligato dalla legge a indicare soltanto il principio attivo contenuto nel farmaco, o far prevalere il proprio istinto acquistando un prodotto di marca, noto da più tempo? Qualche esempio. Serve un antinfiammatorio: meglio ricorrere al Moment o al Nurofen (stesso principio attivo: l’ibuprofene)? C’è un bambino con la febbre che non ne vuole sapere di calare: meglio la classifica tachipirina o può andar bene anche un suo equivalente (entrambi a base di paracetamolo)? Mal di testa: è più efficace l’Aulin o l’equivalente nimesulide? Contro l’ansia meglio chiedere una fiala di Valium o può andar bene anche il “generico” diazepam?

Image by © ER Productions/CORBISOggi – ma in realtà già da qualche anno – lo si può dire: non c’è alcuna differenza circa gli effetti dei prodotti citati, se non nel costo. Possono cambiare edulcoranti e additivi, sostanze senza azione farmacologica che garantiscono la stabilità e la conservazione del farmaco. Nulla, però, che possa compromettere la resa terapeutica.

Eppure, così come avviene al supermercato con i prodotti di marca preferiti alle private label, gli italiani continuano a optare per i primi, convinti di acquistare un farmaco più efficace. Il trend di consumo dei generici è in ascesa lungo la Penisola, ma nulla che possa permettere di accostare la situazione nostrana a quella di altre realtà europee. Solo il 12% dei farmaci dispensati in Italia è oggi generico, mentre nei mercati dei più grandi Paesi europei questa quota rappresenta in media circa il 50% delle unità vendute (con punte del 70% in Paesi come la Germania). Ciò nonostante il risparmio per il Sistema Sanitario Nazionale inizia a divenire corposo: quasi mezzo miliardo di euro all’anno, dal 2000 a oggi.

Se è vero che in Italia dal 1978 in Italia è possibile brevettare un farmaco – l’azienda che detiene il brevetto può produrre in maniera esclusiva il principio attivo in questione per due decenni -, lo è altrettanto – a partire dal 1996 – l’opportunità per tutte le altre industrie di immettere sul mercato lo stesso rimedio alla scadenza dei vent’anni. La possibilità di evitare spese di ricerca e sviluppo del farmaco, l’assenza di un brevetto e i ridotti costi pubblicitari consentono di approdare sugli scaffali a un prezzo notevolmente inferiore rispetto allo stesso farmaco “brandizzato”. Ecco la risposta ai dubbi della maggior parte dei pazienti.

Image by © CorbisNon c’è alcun problema nel preferire gli equivalenti ai prodotti divenuti più noti soprattutto sulla spinta delle aziende. Le uniche raccomandazioni, per adesso, giungono dal fronte dei pediatri. La loro cautela deriva dal fatto che la maggior parte dei farmaci risulta testata sugli adulti e non sui bambini. «Stiamo parlando di soggetti in via di sviluppo che, sul piano dei recettori e delle vie metaboliche, risultano diversi dai loro genitori», ribadiva Giovanni Corsello, ordinario di pediatria a Palermo e presidente della Società Italiana di Pediatra, nel corso dell’ultimo congresso nazionale.

Twitter @fabioditodaro

 

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