Wise Society : L’alcol fa male sempre e i produttori di bevande non lo dicono
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L’alcol fa male sempre e i produttori di bevande non lo dicono

Lo dice la ricerca pubblicata sulla rivista Drug&Alcohol che evidenzia come i produttori tendano a dare informazioni distorte sul rischio di tumore correlato all'alcol

Fabio Di Todaro
23 settembre 2017
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Secondo l’ultima edizione del Codice Europeo contro il Cancro il consumo di qualunque quantità di alcol incrementa il rischio di sviluppare un tumore, image by iStock

I documenti delle principali istituzioni e società scientifiche mondiali lo affermano senza timori di smentita, dopo le prime evidenze emerse sul finire degli anni ’80. L’etanolo è un composto tossico, che nell’uomo aumenta il rischio di sviluppare almeno otto forme di cancro: della cavità orale, della faringe, della laringe, dell’esofago, del colon-retto, del pancreas, del fegato e soprattutto del seno (con un consumo quotidiano superiore al bicchiere al giorno per una donna la probabilità aumenta del sette per cento). «Il consumo di qualunque quantità di alcol incrementa il rischio di sviluppare un tumore», si legge nell’ultima edizione del Codice Europeo contro il Cancro. «Se si vuole prevenirlo, è meglio non bere». Dichiarazioni che non lasciano adito a dubbi, a differenza dell’informazione portata avanti dall’industria di settore: rea, secondo gli autori di una review pubblicata sulla rivista scientifica «Drug & Alcohol» di non essere trasparente nei confronti dei consumatori e di celare il rischio oncologico legato al consumo di bevande alcoliche. «Un atteggiamento che non può essere il frutto di un errore, ma bensì è un parallelo di quanto fatto per anni dall’industria del tabacco», hanno messo nero su bianco i ricercatori.

LE INFORMAZIONI «EDULCORATE» DALL’INDUSTRIA – Gli autori del documento, tre ricercatori della scuola di igiene e medicina tropicale dell’Università di Londra e un collega norvegese dell’Istituto per la ricerca sul cancro di Oslo, hanno analizzato le informazioni relative al cancro che comparivano nei siti web e nei documenti di quasi trenta aziende del settore alcolici in tutto il mondo. I rilievi sono stati effettuati tra settembre e dicembre dello scorso anno. Dall’analisi è emerso che sulla maggior parte dei siti le informazioni sul rischio di tumore correlato al consumo cronico di bevande alcoliche risultava distorto: nello specifico relativamente ai dati riferiti ai tumori del seno e del colon-retto, i più diffusi tra quelli associati al consumo di birra, vino e superalcolici. Nella maggior parte dei casi, la correlazione è stata presentata come altamente complessa e dunque assai difficile da provare oltre ogni ragionevole dubbio. Mentre in altre circostanze si è puntato a descrivere l’alcol come uno dei tanti fattori di rischio, allo scopo di allentare la pressione sulle bevande in questione. Infine c’è chi non ha mancato di sottolineare come in realtà non emerga alcun rischio a fronte di consumi sporadici e comunque moderati. Una strategia che gli esperti hanno definito «omissione selettiva»: finalizzata a non menzionare la parola cancro e a non descrivere i rischi per la salute che s’accompagnano al consumo di alcolici. In questo modo «le principali aziende internazionali del settore potrebbero ingannare i propri azionisti sui rischi dei loro prodotti», si legge nel documento.

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Ricercatori internazionali accusano le aziende produttrici di alcol di non informare correttamente sulle conseguenze e sul rischio di ammalarsi di cancro che il consumo può generare, image by iStock

MA LA SCIENZA DICE IL CONTRARIO – Tutte affermazioni che non si ritrovano però nella letteratura scientifica, che anzi classifica l’etanolo e il suo metabolita acetaldeide (sostanza che si sviluppa quando inizia la digestione dell’alcol) fanno infatti parte dei cancerogeni del gruppo 1: lo stesso che annovera 117 sostanze in grado di indurre lo sviluppo di un tumore nell’uomo, come l’amianto, la formaldeide, l’arsenico, il plutonio, l’aflatossina, le nitrosamine, i virus dell’epatite B e C, le radiazioni ionizzanti e il benzene. «Non è possibile stabilire un livello soglia che azzeri il pericolo di ammalarsi – si ricorda nel documento -. Mentre è chiaro che il rischio di malattia aumenta in proporzione al quantitativo di alcol assunto». Messaggi che finora hanno fatto fatica a passare, anche per i rapporti che le aziende del settore hanno sempre trattenuto, in maniera più o meno diretta, con le istituzioni chiamate a tutelare la salute pubblica. Istituzioni che, in taluni casi, hanno pure sostenuto associazioni responsabili di aver veicolato informazioni fuorvianti. «Sarebbe opportuno che ritirassero ogni forma di adesione o sostegno a queste organizzazioni, almeno fino a quando non cambieranno strategia comunicativa», è il parere dei ricercatori, convinti che l’industria dell’alcol si sia ben mossa sotto traccia, riuscendo a prendere le distanze, in termini di immagine, da quella del tabacco.

PROSSIMO OBIETTIVO: INDAGARE L’INFORMAZIONE SULLE MALATTIE CARDIOVASCOLARI – Il prossimo passo del loro lavoro sarà quello di prendere in esame anche altri mezzi informativi: a partire dai social media. L’obiettivo è puntato anche sulla relazione tra consumo di alcolici e malattie cardiovascolari: altro cavallo di battaglia da parte dell’industria, pure questo smontato a colpi di pubblicazioni dalla comunità scientifica. Il paradosso francese, sia chiaro, non esiste. E il resveratrolo, oltre che reperibile già nell’uva, nei quantitativi consumati non può difenderci da alcun infarto. Meglio saperlo, prima di bere un bicchiere in più.

Twitter @fabioditodaro

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