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Buona, sana e “urbana”, è la frutta di città

L'Associazione Linaria ha lanciato un progetto di mappatura e di raccolta dagli alberi cittadini. A Roma e Milano i progetti pilota

Mariella Caruso
27 luglio 2015

Image by Nicolas THIBAUT/CorbisCi sono quattro alberi di mirabolano, o prunus cerasifera, nell’aiuola di piazza Tricolore, un ficus nel giardino dell’Ospedale San Carlo e una siepe di moro di rovo in via Silla a Milano, e un avocado nel giardino della Chiesa del Sacro Cuore del Suffraggio, nei pressi del Ministero della Giustizia a Roma. Ma sono tanti altri gli alberi da frutta in città: ci sono ciliegi, arbusti di capperi e nespoli che danno il raccolto in primavera; alberi di albicocco, di fico, di gelsi, mandorli, meli, mirabolani e susini carichi di frutta nella stagione estiva. E ancora alberi di corbezzolo, noce, melograno, olivo, caco, arance amare, limone e mandarancio i cui frutti sono da raccogliere in autunno e inverno. A mapparli e a occuparsi della raccolta a Roma sono i volontari del progetto “Frutta Urbana” dell’Associazione Linaria. «Perché la frutta che nasce in città è buona, biologica, a “metro zero” e, a dispetto di ciò che si possa pensare, non è più inquinata di quella che cresce lontana dai centri urbani», spiega Michela Pasquali, l’architetto del paesaggio 54enne, anima dell’Associazione.

Foto: www.linariarete.org«“Frutta urbana” è un progetto nato un anno e mezzo fa a Roma – racconta l’architetto, forte di una decennale esperienza a New York dove si è occupata di community garden – quando in Associazione ci siamo resi conto che la frutta degli alberi urbani marciva sui rami o si rovinava cadendo a terra». Uno spreco inconcepibile che i volontari di “Frutta urbana” stanno cercando di arginare con l’iniziativa che parte, appunto, dalla mappatura degli alberi da frutta e continua con la raccolta. «Oltre alla mappatura – continua Pasquali – ci occupiamo anche della raccolta, e conferiamo la frutta ad associazioni di volontariato che poi la distribuisce a chi ne ha bisogno, o la utilizza per la lavorazione sempre in progetti ambito sociale».

I progetti sociali ai quali fa riferimento Michela Pasquali al momento sono due, entrambi romani. Il primo realizzato con la Casa del cibo di Dafne Chanaz con le arance amare trasformate in marmellate dalle donne afghane, e il secondo con la scuola Capodarco Saponaro che, invece, vede i disabili impegnati nella produzione di scorze d’arance amare con cioccolato, di canditi e succhi di frutta. «Questi ultimi due sono gli unici progetti con fini di lucro – sottolinea Pasquali -, ma sarebbe bello in seguito approfondire l’aspetto economico».

Image by CorbisAl momento, in particolare, sono stati analizzati gli aspetti pratici che non sono soltanto quelli della mappatura, «operazione particolarmente semplice, realizzata attraverso una app gratuita, che si avvale di Ushahidi, software di geolocalizzazione utilizzato in Kenia per raccogliere le testimonianze delle violenze, alla quale tutti possono dare il proprio contributo seguendo le istruzioni del sito del progetto», ma soprattutto quelli delle autorizzazioni. «Quelli mappati sono per la maggior parte alberi pubblici, piantati per l’abbellimento delle vie e delle piazze – chiarisce l’architetto Pasquali -. Quando abbiamo avviato il progetto a Roma abbiamo chiesto all’Assessorato Ambiente quali fossero le regole da seguire per organizzare la raccolta dei frutti dei circa mille alberi mappati. Così abbiamo scoperto che non esiste una norma precisa in materia nel regolamento comunale di Roma, l’importante è non danneggiare il verde pubblico».

Se a Roma il progetto “Frutta urbana” è finalizzato alla raccolta, a Milano – «la seconda città dove è attivo, anche se speriamo di allargarlo presto avendo avuto richieste da Genova, Milazzo, e da alcuni Comuni della Riviera romagnola» – sta prendendo una piega diversa. «Il gruppo di volontari che lo segue, oltre alla mappatura si sta orientando alla piantumazione di nuovi frutteti in città per i quali sono già state individuate delle aree – rivela -. Questo, però, è più complicato perché è necessario avere a disposizione dei finanziamenti». Finanziamenti che sono necessari anche per un altro progetto di Linaria che ha a che fare sempre con l’agricoltura urbana. «Il sogno – conclude Michela Pasquali – è quello di poter realizzare a Roma un vigneto sul tetto del Centro Metropoliz, lo spazio di via Prenestina dell’ex salumifico Fiorucci».

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