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Vittorio Rinaldi: «Solidarietà e sostenibilità: così è nato il commercio equo solidale»

Il presidente di Altromercato, racconta l’esperienza della sua organizzazione nata 25 anni fa e che oggi conta 300 punti vendita in più di 100 località italiane

Andrea Ballocchi
24 luglio 2015

Vittorio Rinaldi al SEWF2015 (a destra)Chi si appresta a far nascere un’impresa sociale dovrebbe prendere spunto dall’esperienza di Altromercato. Quella che è la più grande organizzazione di commercio equo e solidale in Italia, partita più di 25 anni fa e oggi giunta a contare su 300 punti vendita in più di 100 località italiane, all’epoca era poco più di un’ideale. Come ci racconta il suo presidente, Vittorio Rinaldi, relatore al Social Enterprise World Forum dove wisesociety.it lo ha incontrato, «all’inizio era partita con sparuti gruppi di volontari che avevano conosciuto qualche realtà del Terzo mondo, importavano alcuni oggetti e li vendevano nelle bancarelle. Si era ben lontani da ciò che ha la forma e dimensione attuale e non ce l’aspettavamo di arrivare dove siamo arrivati».

Dalla storia di Altromercato quali elementi spiccano, a livello sociale?

«L’esperienza di Altromercato ha avuto il merito di dimostrare come sia possibile tenere vivo nel tempo una forma di solidarietà attraverso un’impresa, facendo del valore etico anche un valore economico. Abbiamo dimostrato, con la nostra storia, che fare impresa sociale sia possibile».

Sostenibilità e solidarietà sono termini che ricorrono spesso nella filosofia dell’organizzazione. Come sono stati messi in pratica?

«Il connubio di sostenibilità e solidarietà è l’elemento distintivo dello sforzo fatto da Altromercato nel corso dei suoi 25 anni e più di storia. Attorno ad esso abbiamo creato il commercio equo e solidale, che è stato possibile mettere in pratica creando un’organizzazione che avesse in sé una forte componente di professionalità (la centrale di importazione dei prodotti provenienti dal Terzo mondo è gestita da persone tecnicamente competente) e una vasta rete di volontari, che a titolo prevalentemente gratuito operano sul territorio. La miscela di queste due componenti ha permesso di creare una struttura importante qual è quella attuale. Imprenditoria e volontariato sono le due anime che lavorano insieme: da lì è nata una storia che ci ha permesso di creare rapporti con più di 150 organizzazioni in 50 Paesi del mondo, cui appartengono artigiani, produttori agricoli e contadini, che vivono negli angoli più remoti, potendo importare i loro prodotti e offrendo loro un prezzo maggiore rispetto agli standard di mercato. Non solo: abbiamo accompagnato il loro sforzo con azioni di supporto che di solito il mercato non offre: per esempio, garantendo un pre-finanziamento alle produzioni agricole e un sostegno in termini di assistenza tecnica costante nel tempo. Perché poi l’obiettivo è anche quello di dare vita a un’attività duratura, dando maggiore respiro temporale alle relazioni commerciali».

SOLIDALE ITALIANOPassiamo a “Solidale Italiano”, l’attività focalizzata in Italia. Quali sono i presupposti della sua nascita?

«Oltre a sviluppare tutta la rete a livello internazionale, abbiamo maturato l’idea di creare una forma di commercio equo e solidale anche in Italia, valorizzando quindi tutte le produzioni più “marginali” che esistono nel nostro Paese, ma che hanno un indiscutibile valore sociale. Mi riferisco a produzioni agricole e artigianali condotte da cooperative sociali, piccoli agricoltori che continuano a valorizzare ambienti in via di spopolamento. Ci siamo messi in relazione con tutti quei soggetti che costituiscono quella fascia di economia più attenta al bisogno sociale e ambientale. Intorno a questo progetto abbiamo creato il brand Solidale Italiano, con l’ambizione di creare un marchio in cui potessero riconoscersi tutte quelle esperienze imprenditoriali sociali ed ecologiche sul territorio nazionale.

Quali sono le analogie tra le realtà seguite a livello internazionale e quelle nazionali e qual è l’elemento virtuoso che caratterizza Solidale Italiano?

Direi che le analogie radicano nelle realtà produttive, così simili tra loro nella marginalità, nella difficoltà di accesso ai mercati e nella debolezza organizzativa. La peculiarità italiana, di cui siamo particolarmente fieri, è quella di operare su terreni confiscati alla mafia.

Quale valore può evidenziare Solidale italiano nel contesto economico e sociale italiano?

Ha un valore molto significativo in considerazione della situazione in cui vive il nostro Paese, che sconta una grande disoccupazione, tanti territori abbandonati e la necessità di riscoprire e valorizzare l’agricoltura in funzione della produzione e trasformazione dei prodotti alimentari, che sono una delle ricchezze del nostro Paese, e dalla possibilità di creare un’impresa sociale su una scala molto più ampia rispetto a quanto fatto finora perché le possibilità sono molto ampie a livello potenziale. Sta a questo punto metterle in pratica.»

PRODOTTI ALTROMERCATODa esperto e da antropologo, pensa che i consumatori italiani percepiscono e apprezzano i principi propri della vostra realtà e di altre simili?

Esiste una quota significativa di consumatori italiani attenta al tema del consumo responsabile e che mostra una particolare sensibilità a ciò che sta a monte di ogni prodotto, che ha un interesse per la dimensione del sociale, dei diritti del lavoro e della tutela della terra. Tuttavia, a una domanda così interessata corrisponde una risposta, in termini di mercato, non adeguata: qui entra in gioco la necessità pratica di reperire facilmente un certo tipo di prodotto, la loro riconoscibilità e tracciabilità. Quindi c’è molta disponibilità da parte del consumatore, ma c’è ancora una capacità di offerta insufficiente a rispondere a questa domanda».

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Presidente del Consorzio Altromercato
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