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«Il mio vino biodinamico è un processo sociale»

Il vignaiolo altoatesino Alois Clemens Lageder è convinto che lavorare i campi senza macchine e seguendo i ritmi della natura faccia cambiare mentalità anche nella vita

Mariella Caruso/Nabu
12 aprile 2017
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Una delle viti di vino biodinamico di Alois Clemens Lageder a Magrè in Alto Adige. Foto Mariella Caruso

Nato in una famiglia di vignaioli da cinque generazioni, il destino di Alois Clemens Lageder (che della famiglia rappresenta la sesta) era in qualche modo segnato. Ma la decisione di occuparsi dell’azienda che dal 1823 produce vino a Magrè, in Alto Adige, è arrivata soltanto al termine dei suoi studi di sociologia a Zurigo. «Nessuno ha influenzato le mie scelte. La regola familiare è sempre stata che nei momenti comuni non si parlava mai di lavoro per evitare che ci fosse pressione su di me o sulle mie sorelle. Soltanto dopo la laurea ho deciso di entrare in azienda e ho cominciato a lavorare con i potatori scoprendo il fascino della vigna», racconta Alois Clemens che con il padre Alois è uno dei maggiori produttori altoatesini di vino  biodinamico e biologico con il marchio Alois Lageder.

Quando avete cominciato la conversione dei vigneti con per produrre vino biodinamico?

A metà degli anni ’90, per completarla in tutti e 50 ettari di vigneti nel 2004. Ma non lavoriamo soltanto le nostre uve, ci sono 90 aziende altoatesine che ci conferiscono il loro raccolto, una quarantina di queste hanno cominciato la loro conversione verso il vino biodinamico.

Li avete spinti a farlo?

Quattro anni fa abbiamo chiesto al nostro enologo di parlare con i nostri conferitori per spiegare cos’è il biologico e biodinamico. Non si tratta, infatti, soltanto di un metodo di coltivazione, ma di un processo sociale, di un modo diverso di intendere la vita, la natura e le sue interazioni con l’uomo. Il biologico non deve essere solo un trend.

Però, di fatto, oggi lo è. C’è chi parla apertamente di moda e scommette che non rappresenta il futuro del mondo del vino?

È vero che al momento è una moda, ma è anche il futuro. Il prossimo obiettivo è aumentare la qualità del vino biodinamico, sperimentare nuovi modi di lavoro con la natura, far conoscere il marchio Demeter e contrastare coloro che, attraverso il biologico e il biodinamico, puntano soltanto ad alzare i prezzi.

Non tutto il vino biodinamico in circolazione è etichettato Demeter: alcuni produttori pur potendo scelgono di non certificarsi. Perché?

L’impegno finanziario è importante, però credo che sia negativo non essere etichettati. Il lavoro di Demeter è importante perché è di livello internazionale, bisogna sostenerlo come marchio anche se non lo si appone nelle bottiglie. Certo è che chi non lo usa nel caso di annate difficili, come è capitato nel 2014, può ricorrere a chimica e fitofarmaci, una cosa che chi utilizza il marchio Demeter non fa perché ha sposato un’altra filosofia di vita.

Voi perché avete scelto il biodinamico?

Ci ha aiutato a cambiare il nostro approccio e la nostra filosofia, a osservare tutto in modo diverso. Oggi non potremmo più salire su un trattore e irrorare di fitofarmaci le nostre vigne. Lavorare i campi con la biodinamica ti apre gli occhi e fa cambiare anche nelle cose di tutti i giorni.

I vostri vigneti, però, convivono con i meleti dell’Alto Adige che non sono né biologici, né biodinamici?

Purtroppo è risaputo che la nostra regione è quella nella quale vengono utilizzati più pesticidi in Italia proprio per via dei meleti. Nonostante tutto c’è una grande promozione del cicloturismo da parte della Regione, peccato che nel momento della fioritura dei meleti si respiri un’aria orrenda. Purtroppo in questo senso c’è poca informazione. È anche difficile che questi produttori abbandonino l’agricoltura convenzionale anche se la mela bio è una possibilità. La tenuta Alois Lageder mantiene le soglie di rispetto ed escludiamo per le produzioni di vino biodinamico e biologico i grappoli con residui superiori alla norma.

Il banco di prova dei vostri conferitori vi sta dando ragione?

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Nei suoi vigneti dove produce vino biodinamico, Alois Clemens Lageder non usa fitofarmaci e non ricorre ai pesticidi. Foto: Mariella Caruso

Di sicuro ci incoraggia. Come detto il primo cambiamento deve essere mentale perché per vedere un cambiamento reale nei campi biodinamici ci vogliono anni. In più c’è un problema di carattere economico: passare al biodinamico può implicare una diminuzione delle quantità prodotte. In ogni caso il vigneto al quale si sottraggono gli anticrittogamici a favore di tecniche biodinamiche (sovescio, rame e zolfo, lavoro manuale) si abitua prima della mentalità del vignaiolo.

Come si ripercuote sulla tua vita di tutti i giorni la filosofia biodinamica?

Così come ci sono diversi livelli per osservare un vigneto, ce ne sono tanti per rapportarsi con una persona. Per me ha molta importanza il lato umano di chi mi sta vicino, sono un uomo con un certo equilibrio, sono rilassato, ho imparato ad avere meno pressioni. Considero la vita un concetto olistico che non può essere distinta da tutto il resto.

Da 20 anni Alois Lageder è assente dal Vinitaly e organizza nello stesso periodo Summa, manifestazione in cui accoglie produttori illuminati che oggi sono 80. Come li selezionate?

Intanto Summa non è un evento sul biologico o sul biodinamico che non deve essere una religione, ma una scelta. Al nostro evento partecipano anche produttori convenzionali ma che hanno un loro modo di intendere la vigna: devono essere belle persone con alti valori. Per esempio noi chiediamo ai produttori di essere presenti. Poi vuoi mettere stare in un borgo di case storiche invece che in un freddo capannone di cemento armato?

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