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Vincenzo Argante: ogni azienda deve restituire alla società una parte dei benefici

Il fondatore dell'associazione culturale Pentapolis mette in guardia dalle aziende che vogliono sembrare sostenibili a tutti i costi, senza esserlo. E invita gli stakeholder a tener sempre d'occhio i tre aspetti fondamentali di un'impresa virtuosa: filiera, gestione delle risorse umane e rapporto con il territorio

Francesca Tozzi
24 giugno 2011

Vincenzo Argante, PentapolisLa responsabilità sociale d’impresa è un aspetto sempre più importante per la credibilità e competitività di un’azienda, ma spesso è solo di facciata. Lo sa bene Vincenzo Argante, che otto anni fa ha fondato l’associazione culturale Pentapolis (www.pentapolis.it) per promuovere la diffusione dei principi della vera RSI presso tutti gli attori della società civile, dalla business community ai consumatori. «Oggi l’uso di Internet e l’interazione fra i media ha velocizzato il flusso delle informazioni mettendole alla portata di tutti e dando alle imprese una visibilità che prima non avevano», spiega Argante. Crisi economica, sostenibilità del sistema, futuro del pianeta: il momento è delicato. Cresce l’ansia dei consumatori, ma anche la loro consapevolezza e partecipazione. Le imprese sono sempre più al centro dell’attenzione degli stakeholder, i portatori di interessi: non solo fornitori, clienti e finanziatori ma anche associazioni, mass media e gruppi che si formano spontaneamente in Rete. Se non ti comporti bene con gli stakeholder, ti beccano subito e perdi credibilità. La gente da un’azienda di marca non si aspetta più solo un prodotto ma chiede anche un servizio e il rispetto di regole e buoni comportamenti.

"Stakeholder (En)" L'immagine mostra i soggetti tipici di una società. Le parti interessate sono divisi in parti interessate interne ed esterne.  Autore Grochim/Wikimedia Commons

Quali, secondo lei?

Diciamo che ci sono tre aspetti principali. Il primo è legato alla filiera, a come l’azienda fa il prodotto dal momento dell’approvvigionamento delle materie prime fino a quello dello smaltimento dei rifiuti che escono dalla produzione. Poi c’è l’aspetto del rapporto con i dipendenti, i soci, i fornitori e i finanziatori dove la gestione delle risorse umane è il punto più caldo. Infine il rapporto con il territorio ovvero il ruolo di un’azienda nel contesto della comunità in cui si inserisce.

A man waters a tree with people standing on the branches, Image by © ImageZoo/CorbisPartiamo dal primo aspetto. Ci spiega meglio di cosa si tratta?

Riguarda l’ambiente, ma non solo: meglio parlare di sostenibilità della filiera nel suo insieme. Qual è il modo giusto di procurarsi le materie prime? Dipende dal tipo di attività. Non sempre è possibile usare le risorse del territorio e applicare la filosofia del chilometro zero. L’azienda si deve assicurare, però, che la provenienza delle materie prime non sia legata allo sfruttamento, depauperamento o inquinamento del territorio d’origine. E per sfruttamento intendo anche quello delle risorse umane. I temi qui si intrecciano. Per esempio, un mobiliere non agisce in modo etico se favorisce l’abbattimento degli alberi della foresta amazzonica. Un produttore di caffè non deve sfruttare i bambini nelle piantagioni e invece si deve assicurare che la popolazione locale possa lavorare nelle migliori condizioni. Poi c’è l’impatto ambientale della produzione. Parlo soprattutto di efficienza energetica e riduzione dei consumi che si accompagnano a un taglio dei costi di produzione, unendo il rispetto dell’ambiente a un risparmio per l’azienda. Lo stesso vale per la gestione dei rifiuti nel momento in cui si privilegiano materiali ecologici e riciclabili come la carta e il vetro.

Coming back to the office, Image by © Aurelie and Morgan David de Lossy/cultura/CorbisVincenzo Argante sostenibilità rispetto risparmio energetico risorse umane responsabilità sociale dImpresa Pentapolis inquinamento impatto ambientale greenwashing consumo critico ambiente di lavoro ambientePassiamo al secondo punto…

Delicatissimo. La relazione con i dipendenti è molto importante soprattutto in un momento economico in cui non può tradursi in un aumento in busta paga. Per rinforzarla, le aziende responsabili investono in servizi che favoriscono la valorizzazione del personale e il miglioramento della qualità della vita. Per esempio, per mettere in luce le migliori esperienze in tema di conciliazione famiglia-lavoro nelle imprese lombarde è stato istituito dall’Università Cattolica in collaborazione con la Regione Lombardia il Premio FamigliaLavoro. In questo contesto mi viene in mente l’esempio di Anna José Parrucchieri, una catena di negozi di coiffeur attiva in diversi centri lombardi, dove le dipendenti mamme per due anni non hanno più dovuto preoccuparsi di stirare perché la titolare aveva messo a loro disposizione, gratis, una stireria: questo ha consentito loro di dedicare più tempo a marito e figli. Un altro esempio è la nursery all’interno delle aziende:  un servizio che consente alle madri di evitare i costi, spesso insostenibili, di un asilo nido ma ha anche una valenza psicologica. Significa che il datore di lavoro non ha penalizzato la scelta di maternità delle sue dipendenti, al contrario, offrendo questo servizio ha dimostrato di sostenerla. Lo stesso si può dire delle aziende che si fanno carico dei costi di trasferimento dei pendolari e della distribuzione delle fasce orarie sulla base della distanza fra casa e ufficio.

PentapolisE il rapporto con il territorio?

Diciamo che su un 100 percento di profitto, almeno il 10 percento, andrebbe restituito alla società sotto forma di investimenti per la sostenibilità. Il ruolo di un’azienda non può essere solo economico: deve sapersi rendere protagonista della vita sociale e culturale della comunità in cui è attiva. Le campagne di informazione sul risparmio energetico e sull’educazione alimentare si inseriscono proprio in quest’ambito. Anche azioni più mirate come i buoni spesa messi a disposizione dei disoccupati e cassaintegrati: un progetto nato dalla collaborazione fra Luxottica e Coop per aiutarli a superare la temuta “quarta settimana”.

Non c’è il rischio di una RSI solo di facciata?

Certo che c’è. Oggi bisogna essere responsabili per forza. Non a caso, oltre al bilancio normale dei costi e profitti, ne esiste uno sociale con le voci di investimento per le quali un’azienda può definirsi responsabile. Il più recente è il bilancio integrato: un solo modo di esprimere le attività e le ricadute su territorio, dipendenti e ambiente. La RSI è una leva competitiva importante nel momento in cui l’impresa sviluppa il proprio business in coerenza con un modello di sostenibilità. Penso, per esempio, all’attività di formazione che Illy sta portando avanti in Centro America: non solo i coltivatori vengono pagati in modo equo ma vengono loro insegnate le tecniche di produzione con gli strumenti adeguati; l’obiettivo è renderli autonomi nelle competenze e nella gestione dei mezzi. Penso anche alla partnership di Bnl con Telethon: la banca affianca da 19 anni la Fondazione nella raccolta fondi a sostegno della ricerca scientifica sulle malattie genetiche, ed è vissuta dagli italiani come responsabile. Barilla ha creato il Barilla Center for Food and Nutrition per approfondire i temi del futuro alimentare del nostro pianeta: qui il ritorno  d’immagine è ancora più forte dato che si tratta di una delle principali aziende alimentari italiane.

Person Smoking Near "No Smoking" Sign, Image by © Roy McMahon/CorbisE chi invece ci mette solo la facciata?

Quelli che ricorrono alle cosiddette azioni di green washing, del tutto posticce, con cui un’impresa cerca di costruirsi una buona reputazione e di farsi percepire come responsabile dagli stakeholder, spesso a discapito di un business tutt’altro che verde o etico. Un esempio generico è dato dall’azienda che finanzia una tantum qualche progetto umanitario o ritaglia qualche euro nel bilancio per sostenere un ospedale da campo in Uganda. La Japan Tobacco International ha dato dei soldi alla Regione Lombardia per i progetti a sostegno delle persone anziane e sole ma fabbrica sigarette quindi la RSI non è nella sua natura. Una campagna mirata a dissuadere i giovani dal fumare è un’iniziativa lodevole ma non se viene dalla British American Tobacco, la terza più grande azienda mondiale produttrice di sigarette. Il vizio qui non è di forma, è genetico.

 

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