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Tumore: diagnosi e terapia passano dalla oncogenomica

Oncogenomica, immunoterapia, biopsia liquida: da qui passa la ricerca per combattere il tumore. Lo spiega Enzo Medico, dell’Istituto di Candiolo IRCCS

Andrea Ballocchi
10 novembre 2017

Ogni giorno vengono diagnosticati 1000 nuovi casi di tumore, malattia che causa ogni anno in Italia circa 170mila morti. Nel corso della vita circa un uomo su 2 e una donna su 3 si ammaleranno di tumore, evidenziano i dati dell’Associazione italiana registri tumori (AIRTUM). Sono numeri impietosi che ognuno di noi può purtroppo constatare nella propria vita ricordando quanti amici, parenti, conoscenti sono stati colpiti o, peggio, ne sono state vittime.

Dall’altra parte della barricata di quella che è una vera e propria guerra c’è chi ogni giorno combatte questo nemico multiforme e spesso letale. Sono i medici, i ricercatori, gli scienziati che lavorano in ospedali e centri di ricerca. L’Italia vanta personaggi di livello mondiale e conta su poli di eccellenza, uno dei quali è l’Istituto di Candiolo IRCCS. Qui sono attivi più di 300 ricercatori che operano in 32 laboratori. Enzo Medico, professore associato di Istologia presso la Scuola di Medicina dell’Università degli Studi di Torino, Medico – che dirige il laboratorio di Oncogenomica, branca medica che studia il genoma umano per trovare metodi di prevenzione e cura dei tumori – ha condotto importanti studi e specializzazioni tra Roma, Seattle e Boston (presso la Harvard Medical School), perfezionandosi appunto nello studio mirato del genoma umano.

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“L’oncogenomica e le analisi genomiche consentono di capire che ogni tumore ha un suo assetto genetico, ovvero un corredo di mutazioni estremamente variabile da caso a caso e questo coincide profondamente sulla risposta ai trattamenti”, foto by iStock

Professor Medico, come possiamo definire il tumore e l’approccio per la terapia e la cura?

Possiamo immaginarci il tumore come uno sgabello: nello stesso modo in cui questo oggetto si basa, per stare in piedi, su tre gambe anche il tumore si fonda su tre pilastri, essenziali per qualsiasi forma maligna e mortale. La prima “gamba” è la crescita delle cellule, che nei tessuti sani è controllata, mentre nei tumori è sempre attiva e ininterrotta; la seconda è la morte cellulare programmata, che normalmente entra in gioco per il loro ricambio e che invece è bloccata nelle cellule tumorali; il terzo pilastro è la localizzazione o meglio, il mancato controllo che normalmente presiede la stabilizzazione delle cellule in una determinata parte del corpo. Le cellule tumorali invece si muovono, invadono, migrano, causando le metastasi. Le domande che si pone la ricerca medica vertono sulla modalità di nascita, evoluzione e proliferazione delle cellule e sta lavorando per comprendere come agire su ognuna di queste tre basi. La ricerca lavora per lo più a indebolire uno o più pilastri e a far sì che il tumore non possa trovare un’alternativa. In questa fase di “debolezza” del cancro è cruciale la diagnosi precoce.

Quindi, la diagnosi precoce ha un ruolo fondamentale nel combattere il tumore?

Sì, ma con un distinguo. Gli screening, ovvero i sistemi per la diagnosi precoce, devono essere efficaci e per esserlo è necessario che siano sensibili e specifici, ovvero in grado di rilevare la malattia maligna quando effettivamente c’è. A volte ci sono stati casi di diagnosi non attendibili come nel caso del test del PSA per il tumore alla prostata. Ci sono voluti vent’anni prima di comprendere che questo test sarebbe meglio non farlo e in questo tempo si è appurato che la sua applicazione sistematica ha portato a un enorme incremento di diagnosi di tumore prostatico e di conseguenza di interventi chirurgici di asportazione del carcinoma con gli effetti collaterali spesso conseguenti all’intervento. Servirebbe un test specifico che rilevasse il tumore aggressivo e mortale e non qualsiasi forma. L’oncogenomica sta andando in questa direzione, studiando in maniera mirata e portando alla formulazione di una terapia più precisa.

Ci può illustrare i vantaggi che offre l’oncogenomica nel processo diagnostico?

L’oncogenomica entra in gioco in varie fasi, per esempio studiando i meccanismi alla base della resistenza alla terapia, offrendo magari motivazioni scientifiche che giustificano l’impiego di un determinato trattamento in una specifica situazione clinica, da associare alla cura e in grado di evitare l’insorgere della resistenza stessa. Il concetto, in sintesi, è cercare di intervenire in modo mirato e puntuale in modo da allungare i tempi del possibile ritorno del tumore. Conoscendo i meccanismi di resistenza più frequentemente coinvolti nelle terapie, alcuni di questi sono aggredibili con farmaci che hanno effetti collaterali sufficientemente limitati da essere impiegati dall’inizio in associazione con interventi mirati. Il problema è che per validare questi concetti sono necessari diversi anni di studi clinici.

Lei si occupa da anni di questa branca medica: quanto è aumentata la sua importanza?

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Secondo il professor Enzo Medico “la oncogenomica sta consentendo di comprendere meglio i tumori, mettendo a punto bersagli precisi”, Foto: iStock

Un aspetto che ha cambiato profondamente l’approccio alla malattia è derivato proprio dalla possibilità di fare analisi genomiche, consentendoci di capire che ogni tumore ha un suo assetto genetico, ovvero un corredo di mutazioni estremamente variabile da caso a caso e questo coincide profondamente sulla risposta ai trattamenti. La genomica sta consentendo di comprendere meglio i tumori, mettendo a punto bersagli precisi e in questi anni stanno aumentando le situazioni in cui si può contrastare efficacemente il tumore.

E dal punto di vista della sostenibilità qual è il vantaggio offerto?

Una tra tutte è che la terapia mirata ha effetti secondari decisamente più tenui rispetto alla chemioterapia, che va a colpire indiscriminatamente le cellule che proliferano. Nel nostro organismo sono molte, e tutte patiscono in caso di chemio: quelle dei capelli, che infatti cadono nel caso di trattamento, quelle dell’intestino, la cui mucosa è soggetta a un continuo ricambio cellulare, del midollo osseo che formano le cellule del sangue.

Le terapie mirate invece vanno a colpire alterazioni presenti esclusivamente nelle cellule tumorali, quindi hanno effetti collaterali decisamente più controllabili.

La biopsia liquida è una pratica diagnostica sostenibile. Come funziona e che benefici ha?

La biopsia liquida è una procedura per cui si cercano nel sangue del paziente tracce di DNA tumorale. Più il tumore è abbondante più è facile riscontrarlo. Tuttavia si tratta del classico ago nel pagliaio, perché nel sangue circola molto DNA normale che in pratica “diluisce” le tracce di quello tumorale. Ci vogliono quindi tecnologie molto sofisticate di sequenziamento per ricercare questi…aghi. Ma l’utilità di rintracciarli è particolarmente elevata per monitorare l’andamento del tumore in maniera non invasiva, specie dopo un trattamento finalizzato alla sua sensibile riduzione o scomparsa. La presenza del DNA mutato nel sangue anticipa di settimane se non mesi la comparsa di una lesione clinicamente evidente. Ciò ha un’importanza cruciale, specie nel post trattamento perché se si riesce a riconoscere una recidiva prima che si sia sviluppata, il numero di cellule e quindi di possibili mutazioni è minore, aumentando le probabilità che con una nuova terapia non si sviluppino resistenze, mantenendo il tumore al di sotto di un livello tale da consentirgli di sviluppare “difese” ai trattamenti medici. Tuttavia da qui a dire che sia possibile utilizzare questa pratica nella diagnosi precoce è decisamente prematuro.

Cosa ci può dire, invece, dell’immunoterapia?

Oggi l’immunoterapia può contribuire efficacemente nel trattamento di alcune malattie neoplastiche perché si sono finalmente scoperti i meccanismi che inibiscono il nostro sistema immunitario nei confronti delle cellule tumorali. Tuttavia anche l’immunoterapia ha i suoi effetti collaterali, ma soprattutto in casi di tumori molto estesi sono stati riscontrati casi di resistenza secondaria. Anche in questo caso il fattore tempo è essenziale.

Nel complesso, l’azione diagnostica e terapeutica sta andando verso una maggiore sostenibilità?

Assolutamente sì. Anche nel caso d’intervento chirurgico o mediante radioterapia, per asportare il male, la ricerca va nella direzione di minimizzare il danno e massimizzare il risultato. L’obiettivo cui si tende è una minore invasività degli interventi, focalizzando sempre di più l’area d’intervento e riducendo allo stesso tempo gli effetti secondari, senza compromettere l’efficacia terapeutica.

Nel futuro come procederà sempre più la lotta contro il cancro?

Passerà sempre più dalla diagnosi precoce, dalla medicina di precisione finalizzata a colpire scientificamente le alterazioni presenti e dall’immunoterapia.

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