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Stefano Bartezzaghi: la nostra lingua è un tormentone

Da "quant'altro" al "bunga-bunga". Il celebre enigmista, torna in libreria con un nuovo libro, dove censisce tutti (o quasi) i luoghi comuni, le frasi fatte e i modi di dire più abusati nella nostra comunicazione quotidiana. Per spiegarci che l'omologazione linguistica nasconde un pericoloso vuoto: quello dei contenuti

di Sebastiano Guanziroli
26 novembre 2010

Stefano Bartezzaghi, linguistaScrivere a Stefano Bartezzaghi per chiedere un’intervista mette un po’ di agitazione. Prima di inviare la mail è meglio rileggerla tre volte, perché il timore di usare parole sbagliate o luoghi comuni e dare subito una cattiva impressione è molto forte… Quando glielo diciamo però ride e aggiunge: «in effetti il rischio è quello di essere preso come un censore. Ma voglio tranquillizzare chi mi frequenta: non penso sempre a come si stanno esprimendo». Le parole sono il suo lavoro e la sua vita: cura per il quotidiano La Repubblica le rubriche “Lessico e Nuvole” e “Lapsus”, è critico televisivo del settimanale L’Espresso, insegna Semiotica dell’Enigma presso l’università Iulm di Milano, inventa e pubblica ogni forma di gioco con le parole. Il suo ultimo saggio, Non se ne può più (Mondadori), è una raccolta di tormentoni, un elenco delle espressioni che usiamo meccanicamente perché sono di moda, perché ci sembrano divertenti o prestigiose, perché ci fanno sentir parte di una comunità. Verrebbe da dire che è un censimento definitivo di tutte queste espressioni, se non fosse che il mondo della lingua è un universo in continua espansione, e quindi inafferrabile. Lo stesso Bartezzaghi confessa di essere molto irritato da quelli che gli sono sfuggiti.

 

Cover libroSe diciamo che il suo ultimo libro è un divertente catalogo di tormentoni, luoghi comuni, espressioni abusate e “quant’altro”… lei come reagisce?


(ride…) Beh, il tormentone è inevitabile, però i modi di dire troppo logori li si può evitare. Per esempio il “quant’altro”, che oggi va molto di moda. Catalogarli aiuta: quando ne usi uno, lo riconosci, ti puoi chiedere da dove viene e come puoi evitarlo. Io lo faccio per mestiere, e così mi sono lanciato in questo viaggio con l’aiuto di tanti lettori che hanno dato il proprio contributo.

 

Qual è il regno fisico del luogo comune? Una volta erano i mezzi pubblici, è ancora cosi?


Vorrei far notare l’omonimia: il luogo comune è qualcosa che fa riferimento sia al linguaggio sia a un luogo fisico: la piazza, il bar, e ciò non è un caso. Il tormentone nasce là dove c’è gente, dove si parla molto tra sconosciuti: una volta era la piazza, oggi la tv e i social network.

 

The Fan, Open Clipart LibraryIl moltiplicarsi dei mezzi di comunicazione rende i tormentoni più simili e omologati o, al contrario, più vari e differenti?


I nuovi media portano comunque novità. La più importante è che oggi i modi di dire non arrivano più solo dall’alto, perché con i social network ciascuno può avere un ruolo più attivo. Sicuramente si è molto allentato il legame col territorio, perché i modi di dire si diffondono ovunque, contemporaneamente e sempre più velocemente.

 

Chi dovrebbe insegnare a usare bene le parole?


La scuola. Anche la degenerazione linguistica e espressiva dei media dipende dalle carenze del sistema scolastico. Lo scarso prestigio e la bassa considerazione di cui soffre la scuola in Italia è un segno di come vengono giudicate la cultura e le parole. La scrittura è comunque tornata ad essere un fenomeno interessante, grazie al moltiplicarsi delle forme espressive: io, per esempio, mi sono scritto molto più con le mie figlie che con mio padre. E siccome la comunicazione scritta è sempre una forma di comunicazione meditata, credo sia una buona cosa.

 

blackboard-smiley, album di HikingArtist.com/flickrQual è il tormentone che, più di tutti, considera insopportabile?


Cambiano col tempo: mi sono accorto che ora sono meno sensibile al “piuttosto che” usato male, una volta invece mi infastidiva molto. Anche la parola “intrigante” mi urtava molto, avevo addirittura pensato di scrivere un libro contro questo aggettivo. Ora sono più tollerante, forse catalogandoli per il libro mi sono scaricato…

 

Infine una previsione: quale sarà il prossimo tormentone che dobbiamo aspettarci?


E chi lo sa, quelli forti nascono dal nulla, in un attimo. Chi avrebbe detto che sarebbe venuto fuori il “bunga bunga”? Che, tra l’altro, credo che ci tormenterà finché resterà con noi anche il suo “autore”. Vedo all’orizzonte un gran discutere di futuro, di parole legate al domani, e penso che dietro ci sia, invece, molta retorica. Al parlare troppo di quel che verrà, insomma, temo non corrispondano azioni conseguenti.

 

 

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2 risposte a Stefano Bartezzaghi: la nostra lingua è un tormentone

  1. donatella tomaselli

    Interessante articolo,ma come mettere in pratica gli utili consigli ,se non si ha la email di Stefano Bartezzaghi?

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