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Solo una società responsabile può diventare più giusta

La giustizia non funziona se i cittadini non comprendono il senso e l'utilità delle regole. Per questo l'ex pm Gherardo Colombo si dedica a diffondere tra i giovani la cultura della legalità

Vincenzo Petraglia
7 febbraio 2012

Gherardo Colombo, foto © Basson CannarsaIl suo volto è legato ad inchieste che hanno scosso le fondamenta dell’Italia: la P2, i fondi neri Iri, Mani Pulite. Oggi Gherardo Colombo, che dal 2007 ha lasciato la magistratura, si dedica instancabilmente alla promozione della cultura della legalità, soprattutto fra i giovani. Perché se non si parte dalla testa dei singoli individui le cose non potranno mai veramente cambiare in questo Paese. Wise Society lo ha incontrato per fare il punto della situazione su legalità e giustizia.

 

Il rapporto difficile tra i cittadini e le norme da rispettare

 

 

In Italia il senso della giustizia è sicuramente più labile che in altre parti d’Europa: secondo lei perchè?

Credo che alla base ci sia un rapporto malato fra i cittadini e le regole, segnato spesso dall’incomunicabilità fra i due mondi. Chiaramente, se i cittadini non comprendono il perché delle regole e la loro utilità, la giustizia non può funzionare. Se le regole vengono viste soltanto come un obbligo, e quindi non anche come un’opportunità, si seguono fino a quando l’obbligo non si fa troppo faticoso, pesante o confligge con le proprie singole volontà.

 

Una situazione avallata anche da un sistema che non funziona come dovrebbe. Insomma, si potrebbe dire “fatta la legge trovato l’inganno”?

Image by © Images.com/CorbisChe la giustizia funzioni male è talmente evidente che, probabilmente, questa è l’unica cosa sulla quale tutti gli italiani sono d’accordo, e sicuramente il sistema giudiziario favorisce la presa di distanza nei confronti delle norme. Ma credo che ciò sia più un effetto che la causa del problema, nel senso che, proprio perchè esiste la propensione di base alla trasgressione, il legislatore fatica a organizzare il sistema in modo che sia garantito il rispetto delle regole.

 

Eppure se le rispettassimo potremmo stare tutti meglio…

Ogni anno incontro circa cinquantamila ragazzi in giro per l’Italia e solitamente comincio i nostri incontri facendo loro una domanda: «Le regole hanno una relazione con la nostra possibilità di essere felici?» La risposta è affermativa, perché esse incidono molto sul nostro vivere, sulle relazioni che abbiamo con gli altri e sulle possibilità di emanciparci e realizzarci. Chiaramente le regole possono organizzare la società in modi diversi: possono organizzarla sulla base della prevaricazione e della discriminazione, come è successo quasi sempre nel corso della storia – pensiamo soltanto alla schiavitù, alle leggi razziali o alla discriminazione di genere –, oppure possono cercare di organizzare lo stare insieme sulla base delle pari opportunità, come è obiettivo della nostra Costituzione. È chiaro, però, che la giustizia non può funzionare se non cambia quel rapporto di cui si diceva fra i cittadini e le regole.

 

Il cambiamento comincia da ciascuno di noi

 

 

Cosa si dovrebbe fare per cambiare questo rapporto?

 Bisogna partire dalla testa delle persone. Ho fatto il magistrato per trentatrè anni e per quanto ci si potesse impegnare è sempre stato impossibile far funzionare la giustizia in modo perlomeno accettabile, per cui, a mio parere, se non ci si preoccupa del pensiero dei singoli individui non si possono fare progressi importanti in tal senso. È necessario che cambi qualcosa a livello individuale, nelle teste e nelle azioni di ciascuno, perché si può modificare il pensiero collettivo soltanto quando le persone sono disposte a riflettere e a modificare il loro pensiero personale. Se il pensiero collettivo va verso l’elusione o la trasgressione, difficilmente chi dovrebbe controllare lo fa, perchè risente anch’egli del modo di pensare della comunità, e ciò crea un circolo vizioso dal quale è difficile uscire.

 

È con questa convinzione che ha deciso di dedicarsi alla promozione della cultura della legalità tra i giovani?

Image by © Imagezoo/Images.com/CorbisRiflettere insieme sulla legalità è fondamentale e imprescindibile per favorire un reale cambiamento di pensiero e di coscienza. Però non è facile. Non è facile educare per i genitori e non lo è per gli insegnanti, soprattutto per quel che riguarda le regole e il loro mondo, quasi sempre dato per scontato, quasi mai approfondito e per certi versi sconosciuto. Eppure i giovani, lo noto negli oltre trecento incontri che faccio all’anno con loro, hanno molta voglia di essere coinvolti. Non è difficile entrare in contatto con loro, purché li si consideri non spettatori ma protagonisti, attraverso un continuo dialogo di domande e risposte reciproche. Ci si interroga insieme sul perché delle regole, su cosa debbano contenere per essere utili e per dare a ognuno di noi possibilità piuttosto che carichi. È un percorso, quello dell’educazione alla legalità, che richiede tempo ma sono molto fiducioso e credo possa dare grandi frutti. Anche perché respiro fra le nuove generazioni, se stimolati opportunamente, una forte voglia di cambiamento. Un segno tangibile lo riscontriamo ogni giorno anche nelle sempre più numerose richieste di incontri  che arrivano alla nostra Associazione “Sulleregole” (www.sulleregole.it), all’interno della quale sempre più amici si stanno impegnando in prima persona.

 

Perché le condanne non servono a rendere responsabili

 

 

Strettamente legato al tema delle regole è quello delle pene inflitte a chi non le osserva, a cui proprio di recente ha dedicato uno dei suoi ultimi libri: Il perdono responsabile. Ce ne vuole parlare?

Cover libroQuando ho iniziato la carriera di magistrato ero convinto che la prigione servisse a svolgere una funzione educativa, ma presto ho cominciato a nutrire dubbi sulla sua  utilità e sulla sua compatibilità con la dignità umana riconosciuta dalla Costituzione. Sono sempre più certo che la punizione può insegnare a obbedire, ma non a diventare responsabili, presupposto perché si osservino volontariamente (e non obbligatoriamente) le regole. Il problema è che spesso si confonde la regola con la punizione, ma combattere il male col male non assolve alla funzione per la quale, almeno a livello teorico, oggi si dice che il carcere dovrebbe tendere: rieducare cioè, o risocializzare, come dir si voglia, il detenuto. Bisogna chiedersi se si possa veramente educare al bene attraverso il male e se la minaccia della pena e della detenzione faccia effettivamente da deterrente e induca le persone a commettere meno reati. I dati a disposizione testimoniano che le due cose non vanno di pari passo e che anzi la gran parte dei condannati a pene carcerarie torna a delinquere. Il che significa che la maggior parte di essi non viene riabilitata, come prescrive la Costituzione, ma semplicemente repressa. Se il carcere, dunque, non è una soluzione efficace non ci si può non chiedere se attraverso le condanne si stia davvero esercitando la giustizia.

 

Qual è allora la via d’uscita? Secondo lei potremo superare la logica della pena intesa come punizione garantendo ai cittadini una società più giusta e sicura?

Andy Warhol 1963, Image © The Andy Warhol Foundation/CorbisSe si riflette attentamente la cultura della repressione, che ha la sua estrinsecazione più nota nella  legge del taglione, offre alle vittime dei crimini soltanto la soddisfazione della vendetta, senza che possano invece giovare di alcuna autentica riparazione e genuina guarigione psicologica. D’altronde fare del male in risposta alla trasgressione non può che insegnare a fare male: non si può insegnare a non uccidere uccidendo, come avviene per esempio nei Paesi che prevedono e applicano la pena di morte. È  vero che molti passi avanti sono stati fatti nei secoli, con il progressivo abbandono, per esempio, delle pene corporali, della tortura, ma è necessario oggi più che mai fare una profonda riflessione su questi temi con la disponibilità anche, dove necessario, a mettere in discussione certezze consolidate in secoli di storia. Personalmente sono molto fiducioso e credo che sia possibile pensare a forme diverse di procedure che coinvolgano vittime e condannati in un processo di concreta responsabilizzazione dei secondi e riparazione dei primi, anche con la mediazione della comunità. Esperienze del genere, in modo molto limitato e direi “artigianale” si praticano in Italia. Sono esperienze capaci di dare migliori risultati in termini di prevenzione e recupero, e la speranza è che si prendano sempre più ad esempio per estenderle il più possibile all’intero Paese.

 

 

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