Wise Society : Sergio Cecchini: un impegno “senza frontiere”
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Sergio Cecchini: un impegno “senza frontiere”

Il direttore della comunicazione di MSF Italia, racconta il lavoro della più grande associazione internazionale di soccorso medico e umanitario e conferma che il lavoro delle Ong in zone di conflitto è diventato sempre più difficile e pericoloso. Ma che la loro missione non si ferma. Perchè il diritto alla salute e all'assistenza va riconosciuto a tutti. In qualunque parte del mondo

di Monica Onore
2 novembre 2010

Medici Senza Frontiere (MSF)Fondata a Parigi nel 1971 da un gruppo di medici giornalisti, MSF (Medici senza Frontiere) nel 1999 ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace.
Solo nel 2009 ha effettuato più di 7 milioni di visite in oltre 70 Paesi nel mondo. Dall’Africa all’Asia alle Americhe, l’organizzazione conta sulla collaborazione di oltre tre mila operatori umanitari e 25 mila collaboratori locali. I medici prestano soccorso alle popolazioni povere, alle vittime delle catastrofi, alle vittime di guerra. Seguendo un codice etico operano nello spirito di neutralità e imparzialità senza discriminazione alcuna, sia essa religiosa, filosofica o politica.
Rivendicano il diritto all’assistenza umanitaria, e al diritto alla salute e per questo mantengono una totale indipendenza da qualsiasi potere e da ogni forza politica, economica o religiosa, autofinanziandosi completamente.
Sergio Cecchini, direttore della comunicazione MSF Italia, conferma che il 90 percento delle donazioni viene da privati e questo consente all’associazione di seguire unicamente la propria etica medica, senza dover accettare imposizioni politiche o convenienze economiche, potendo così denunciare qualunque tipo di violenza o violazione dei diritti umani di cui sono testimoni.

Sergio Cecchini, direttore della comunicazione Msf

 

MSF si è ormai affermata come una delle Ong più accreditate. In quanti Paesi lavorate?

 

Siamo attivi e presenti in oltre 60 Paesi, prevalentemente in contesti di conflitti o  instabilità. In 40 anni di attività, la specializzazione in situazioni di emergenza ha fatto diventare MSF la più grande organizzazione operativa in questo ambito di interventi, come per esempio nel  terremoto di Haiti o le alluvioni in Pakistan.

 

Continuate anche ad essere testimoni?


Dal punto di vista della testimonianza portiamo avanti battaglie molto importanti. Come quella delle crisi dimenticate. Collaboriamo con l’osservatorio di Pavia, per raccontare e monitorare tutte quelle che sono le crisi meno seguite dalla televisione e dalla stampa taliane. E quest’anno abbiamo lanciato la campagna “adotta una crisi dimenticata” (sul sito www.crisidimenticate.it) dove ciascuno di noi può aiutare a far luce su un luogo lontano dai riflettori internazionali.

Perché alcune tragedie trovano più spazio di altre nei media?


Purtroppo ci sono catastrofi naturali più mediatiche rispetto ad altre! Nel 2010 ci sono stati due cataclismi terribili che hanno avuto trattamenti molto diversi da parte dell’informazione. Il terremoto ad Haiti ha avuto una copertura mediateca eccezionale e di conseguenza un’ondata di solidarietà enorme. Mentre per l’alluvione in Pakistan e le sue vittime c’è stato scarsissimo interesse. L’Italia, ad esempio, non ha mandato sul posto neanche un giornalista per raccontare quello che stesse accadendo. Questo purtroppo ci fa vedere come esistano catastrofi naturali di serie A e di serie B.
Medici Senza Frontiere (MSF)
Ma dietro ci sono anche motivi politici?


Ovviamente sì, Haiti è un’isola vicina agli Stati Uniti, e dopo il terremoto si è subito mobilitata la presidenza Usa; Obama in persona annunciò: «non vi abbandoneremo, resteremo con voi». Mentre il Pakistan purtroppo ha la fama di essere la culla dei movimenti fondamentalisti islamici, dei talebani. Per cui riscuote di per sé molte meno simpatie, e sicuramente per un Paese così contraddittorio anche la comunità internazionale si è spesa molto meno.


Non è mai stato facile lavorare in zone di conflitto o disastrate, ma negli ultimi anni prestare servizio in una organizzazione non governativa è diventato più pericoloso?


Dopo l’11 settembre 2001 il lavoro di tutte le organizzazioni umanitarie è diventato sempre più difficile e anche più pericoloso. Con il lancio della guerra globale al terrorismo e l’ideologia: “o con noi o contro di noi” promossa da tutte le parti in conflitto, sicuramente lo spazio dell’organizzazione umanitaria si è molto ristretto. Non è un caso che il Segretario di Stato americano Colin Powell, alla vigilia della guerra contro l’Afghanistan, avesse definito le Ong un duplicatore di forza nella lotta al terrorismo. Un tentativo di spostare la neutralità nei nostri confronti, da parte di governi e milizie, che ci ha sicuramente danneggiato.
Medici Senza Frontiere (MSF)
Siete diventati un obiettivo molto più facile da colpire, quindi?


Il numero di attacchi e violenze nei confronti delle organizzazioni è cresciuto negli ultimi anni. Dove prima potevamo lavorare in piena tranquillità, grazie anche al consenso e al supporto della popolazione locale, oggi non è più possibile farlo. Sono diventate zone estremamente pericolose l’Afghanistan, la Somalia, Pakistan e il Sudan.

 

Oltre al lavoro concreto nei Paesi in difficoltà, portate avanti anche campagne d’informazione come, per esempio, quella sulla malnutrizione?


La  campagna Starved for Attention. Il cibo non basta contro la malnutrizione si è trasformata in una mostra multimediale, realizzata in collaborazione con sette fotografi dell’agenzia Seven, una delle più importanti agenzie di foto giornalismo. L’esposizione, composta da reportage fotografici e video, illustra diversi aspetti della fame nel mondo. Si stima che 195 milioni di bambini nel mondo siano vittime della malnutrizione. Per fame ne muoiono 8 milioni all’anno, un terzo sotto i cinque anni di età. Questa tragedia si potrebbe evitare perchè oggi ci sono soluzioni efficaci contro la malnutrizione. Starved for attention sottolinea che è possibile intervenire, ma bisogna concentrarsi su strategie concrete per ottenere risultati.
Medici Senza Frontiere (MSF)
Msf è la più grande ong indipendente, quanti siete e come funziona la struttura?


Tre mila operatori, di cui 250 italiani, e 25 mila locali. Le persone che MSF invia in missione sono il risultato di una selezione molto complessa. Si parte dai curricula, scegliendo tra professionisti quali medici, chirurghi, ma anche amministratori, logisti, ingegneri. Si valuta la conoscenza delle lingue straniere e la motivazione a fare questo tipo di scelta. A quel punto un’ulteriore selezione screma i candidati attraverso specifici giochi di ruolo. Chi risulta idoneo a partire viene inviato in progetti considerati prioritari e più adatti a quel profilo di competenza.

 

Non ci sono volontari?


A MSF non ci sono persone che prestano servizio gratuitamente. È giusto retribuire quello che è il sacrificio professionale di chi rinuncia a lavorare nel proprio Paese per prestare la sua attività in luoghi difficili come il Congo, il Pakistan, Haiti o la Somalia. Tutti i nostri operatori ricevono una retribuzione minima di 800-900 euro al mese, ma anche dopo una certa esperienza le cifre sono sicuramente più basse di quelle di altre organizzazioni umanitarie. Di certo non è un tipo di professione che ti arricchisce economicamente.

 

Gli operatori cambiano spesso?


Per la nostra organizzazione è prioritario fidelizzare il personale: vogliamo garantire una continuità di lavoro. Per questo motivo vengono organizzati spesso training di formazione in modo da assicurare ai nostri operatori un percorso costante all’interno dell’associazione.

 

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